Giuseppe Grattacaso
A proposito di “Non la fine, né il fine”

Tra parole e stupore

La nuova raccolta poetica di Giovanni Parrini indaga nel "bazaar" delle vite vissute: quasi un viaggio nel cosmo che diventa un itinerario personale nella conoscenza

Sulla commozione che la vita quotidianamente ci impone, quel tratto emotivo inestinguibile e inspiegabile che sottende e anima le nostre azioni, motivo “eccelso e leggerissimo, qual è / un refolo che passa”, si apre il bel libro di Giovanni Parrini Non la fine, né il fine, edito da Industria & Letteratura (112 pagine, 15 Euro). L’esistenza di ognuno di noi, sostiene l’autore, si dipana tra “dolorose bellezze, trafitture / attimi solamente”, tanto che la vita “così possiamo amarla / nel non saperne nulla”. Insomma il nostro vissuto e il percorso di conoscenza si muovono “tra dolore e stupore”, come suona il titolo della prima sezione della raccolta. Il mondo nel quale viviamo, le giornate che si susseguono, le occupazioni, i pensieri, sono come sostenuti da un “amore inconoscibile”, un sentimento di fondo che mai riusciamo completamente a fare nostro e che pure ci appartiene, un impulso “immenso”, per quanto sfuggente e intangibile, “che determina e riunisce il dolore alla gioia, / la meraviglia al dubbio”.

La poesia di Parrini, attraverso la misura sapiente di versi sempre nitidi e controllati, sviluppa ragionamenti logici e pone domande, costruisce ipotesi, semina incertezze. Il mondo che emerge da Non la fine, né il fine racchiude in sé un mistero senza soluzione, che è innanzitutto quello dell’esistenza stessa. Siamo noi, esseri umani, i custodi e gli esploratori di “fragili verità”, le sentinelle sempre alla ricerca di un senso, che ci pare di cogliere e che ogni volta si allontana: “Ma noi, / uniche illustri illuse creature, / siamo i depositari delle fragili verità, / i pretendenti di luce e di buio, / gli assertori del nulla, disperati, / i confessori degli dei indifferenti; / siamo l’idea che da un fondo invisibile / fruttifica universi di stupore”.

Nella sezione Missione spaziale, un ipotetico viaggio nello spazio, che è in fondo un viaggio nella conoscenza (“Ci spingemmo nel buio / estremo e intimo / come in tutte le epoche / e costruimmo quello che non c’era / coi sogni e la materia. / Lasciammo testimonianze.”), diventa il pretesto per guardare il nostro pianeta da un remoto luogo esterno, che permette di mettere a fuoco le azioni della nostra specie, impegnata nell’individuazione di un limite da raggiungere e di un senso da recuperare. La poesia è l’attività degli umani che per le sue modalità più di ogni altra si muove alla ricerca di un ultimo significato che ragionevolmente ci consenta di non sentirci solamente “un nullo motivo senza appello”. È una ricerca per forza di cose perdente, perduta com’è “in questo astratto baratro” nel quale ci troviamo. Dal cielo, nell’abisso cupo del vuoto universale, è questa la vista: “nell’oblò, danza la casa rotonda / coi suoi terrori, l’arte, con gli errori, / le parole, la ferocia e gli amori brulicanti, / formicaio bianco e azzurro. Usciremo, là fuori, / a duecentosettanta sotto zero, / terrestri trovatori scafandrati / con la nostra poesia, piccola, indomita / e lo stupore antico, in questo oceano / mistico, in cui cerchiamo il nostro limite, / il recondito senso della specie”.

Noi siamo dunque “terrestri trovatori scafandrati” alle prese con la materia che trasformiamo, giorno dopo giorno, epoca dopo epoca, con l’affanno di raggiungere il confine, forse di oltrepassarlo, di trovare un assetto definitivo, insomma di realizzate l’opera che offra una soluzione (L’opera incerta però ha titolo un’altra sezione del libro). Ma il nostro continuo impegno non può cancellare il timore, che permane come una segreta afflizione, che sia in fondo la materia a dominare e a scegliere per sé, e dunque inevitabilmente anche per noi: “O, forse, / nell’atto che trasforma la materia / c’è qualcosa, un’idea in sé, più tenace / della traccia disperata che intendiamo lasciare?”. È il quesito senza risposta, che sottende e minaccia ogni nostra opera, e che grava di un cruccio penoso i nostri intendimenti.

Ci piacerebbe che l’opera, come in un film, mettesse a posto ogni accadimento, che alla causa seguisse un effetto, o che l’effetto fosse annunciato da una causa certa, che il tempo insomma fosse ordinato un attimo dopo l’altro verso uno scioglimento finale, e il mondo non fosse dominato dalla confusa sistemazione che si presenta dinanzi ai nostri occhi: vorremmo vivere “senza più quest’inferno da capire / di segni messi a capo, / i colori che mutano, / gli amori che divergono e si trovano in altri”. Ci accorgeremmo in quel caso però “che servirebbe un granello d’ignoto / l’accidente drammatico”, per evitare di soccombere “al sordo grigiore della perfezione”.

Il legame tra il tempo che trasforma e cancella e il tentativo di mettere ordine tra le presenze del mondo è ben evidente nel “cosmo sbilenco di cose”, che è poi il grande magazzino colmo di oggetti in disuso, di cui si parla nella sezione Al bazar dell’usato. Lì, dove si ergono “inesplorate foreste di mobili” e si distendono “pianure di ricordi conviviali in cucine ammassate”, è necessario che la sistemazione sia organizzata, così che gli oggetti costruiscano tra di loro una relazione solidale: “Hanno tutte un’etichetta, le cose, / perché è importante la collocazione / nella sventura, fare che si trovino fra loro, si conoscano”, in quanto “basta guardarle, che la pena loro emerge / e diventano lacrime, le cose, / sintomi oscuri che restano nell’aria spenta, / in un caos senza appello, mentre passano di mano, / pronte infine per i gorghi titanici della discarica”.

Il tempo che passa e che trasforma e annienta è un altro tema che attraversa la raccolta e che ritroviamo anche nelle liriche di contenuto più personale. È quanto accade nell’ultima sezione Comandamento (come per le altre possiamo parlare di un poemetto suddiviso in più poesie), che racconta in maniera intensa e commovente il triste procedere verso la scomparsa di una donna cara, presumibilmente la madre del poeta: “Tu non dicevi nulla, / con lo sguardo passavi le pareti / l’ultimo cielo che s’incuneava, / con un nitido taglio, / tra la finestra e il tavolo biancastro / e io lo so che raccoglievi briciole di commozione ancora”.

Anche la persona cara sofferente suggerisce all’io lirico (e al lettore), ora che “gli anni sono un boccone” e “si attenuano gli oggetti”, una riflessione sulla reale consistenza del mondo: “chissà se esisterebbero, se esistono davvero / i fiori, le galassie, cosa mai sarebbero / – dici, a filo di voce – / se non fossimo noi a …”.


La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso

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