Vanessa Ambrosecchio
A proposito di "Alfabeto di cenere"

Dizionario Bufalino

La rivista Kalós dedica un numero speciale a Gesualdo Bufalino: un ritratto per frammenti (proprio alla maniera dell'autore de "La diceria dell'untore”) a cura di Giulia Cacciatore e Giovanna Di Marco

Basterebbe lasciare la parola alla statistica (e qualcuno lo avrà anche fatto) per constatare quante volte ricorre il termine “cenere” in Diceria dell’untore e in generale nell’opera omnia di Gesualdo Bufalino. Tante, questo è certo, e altrettanto intenzionalmente. Perché la cenere è il residuo mortale di ciò che vivo fu, la sua povera buccia essiccata di vita, ma pure l’esito di un avvampamento, prova tangibile di un vivido, festoso e feroce sprigionamento di luce, calore, moto, abbaglio. Nulla più che la cenere, insomma, nasce metafora e ci resta, e perciò eleggibile a parola chiave, di quelle che aprono tutti i chiavistelli, della visione del mondo di Bufalino e del suo specchio ustorio, la letteratura.

Scelta sagace, dunque, quella dell’editore Kalós di dedicare a Bufalino un numero speciale dell’omonima rivista a trent’anni dalla sua scomparsa e, insieme alle curatrici Giulia Cacciatore e Giovanna Di Marco, intitolarlo Alfabeto di cenere, dove il genitivo, sia nell’accezione soggettiva che in quella oggettiva, sancisce un nesso indissolubilmente e perversamente reciproco tra scrittura e umana finitudine. In quanto cenere scriviamo, insomma, e scriviamo di ciò che è perciò stesso incenerito.

Colpisce subito, come è giusto che sia, il primo piano dello scrittore individuato per la copertina, un’immagine che ne esalta lo strabismo dell’occhio sinistro, a fisiognomica conferma di una predisposizione alla divergenza di sguardo e di pensiero, all’inclinazione a derogare alla retta via logica e morale per smarrirsi nella dimensione laterale, nell’universo delle morte stagioni, tra il popolo dei fantasmi, quelli di chi fu e quelli di chi mai è stato e tuttavia ci alita accanto.

Come il titolo annuncia, il volume celebra il gran comisano «seduttor di spettri»  con un dizionario di lemmi (settantasei, uno per ogni suo anno di vita) selezionati tra titoli di opere, autori a lui cari, luoghi, temi, personaggi, archetipi, questioni: un puzzle che va a comporre una biografia dell’anima di Bufalino, una mappa letteraria della sua formazione, dei sentieri creativi tentati e battuti e delle sue ossessioni in forma di metafora, tali che la letteratura ne trapunge la vita, e viceversa. Ne viene fuori quello che le curatrici nell’introduzione presentano come un «laboratorio creativo»: definizione perfetta per esprimere la natura di esperimento e la conseguente quota di rischio che hanno deciso di mettere in conto lanciando il progetto. Ben trentanove, infatti, sono i coautori coinvolti, voci diverse per formazione, indole, sensibilità, stile, visione. Unico denominatore comune: essere a vario titolo operatori culturali di comprovato valore e recare il marchio a fuoco dell’incontro letterario con Bufalino.

Ne viene fuori una raccolta di agilissima e insieme acuminata lettura, grazie alle due scientemente antitetiche direttive editoriali dettate a monte: libertà di espressione da una parte, rigoroso limite di tempi e spazi dall’altra. Così, all’insegna del frammento come genere letterario, ciascun capitolo intitolato da una lettera dell’alfabeto include da uno a sei lemmi trattati in non più di millecinquecento battute ciascuno, tra voci assegnate dalle curatrici e altre proposte dagli autori. L’effetto finale è quello felice del gioco di fuoco, della sorpresa e dell’incaglio, della golosità di passare al prossimo, che avrà di certo argomento e intonazione e piglio diverso: questo, se letto di seguito. Ma c’è anche la suggestione della libertà di cominciare dalla fine o dal mezzo, o fare zapping tra una lettera e l’altra percependosi comunque dentro un intero, una sfera di punti equidistanti dal centro. Da qualsiasi voce cominci e comunque decidi di muoverti, l’universo Bufalino ti avvolge e conquista. Perciò l’Alfabeto, pur non avendo un taglio didascalico, è tuttavia consigliato tanto a chi conosce l’Autore quanto a chi lo approccia per la prima volta, riuscendo a restituire attraverso questo caleidoscopico visibilio i tanti sapori o forse l’unico della sua scrittura: di «amaro miele», di cenere di rose.

Questo perché è un volume su Bufalino alla maniera di Bufalino: sono frammenti, incipit che suscitano piste di analisi o narrazione, apici di parola circondati dal silenzio della riflessione, un arcipelago di isolitudini che, lungi dal fare coro, cantano ciascuna il proprio monologo in involontaria quanto profonda sintonia con le altre: è caos di echi e rimandi, dunque, ma arginato dal rigore demiurgico di un criterio: è biblioteca, insomma. E operazione quanto mai metaletteraria, grazie alla qualità dei testi e di chi li firma, siano essi note critiche, aneddoti, memorie, rievocazioni, sogni, che Bufalino tratteggiano e anche vanno oltre, si aprono a domande sull’oggi, sul lascito dell’Autore e su quanto della sua opera continui a interpellarci, in un mondo che in trent’anni è già un altro: la digitalizzazione, l’IA, il transumanesimo… Che direbbe e come, cosa inventerebbe Bufalino oggi è un’istanza che percorre come scarica elettrica queste pagine, e se ciò avviene è perché si indaga «uno scrittore che ha scelto la fascinazione della parola antica, il porsi al di là delle mode per farsi – già all’apparire delle sue prime opere – un autore classico», scrive Francesco Paolo Campione, direttore responsabile della rivista, nel denso editoriale. Un volume su, o piuttosto per Bufalino, o ancora a-partire-da Bufalino per arrivare a noi che continuiamo ad aver bisogno di leggerlo a distanza di trent’anni che sembrano trecento. E a domandarci con una sorda inquietudine se qui ed ora, nell’Italia del 2026, un Bufalino, sessantenne strabico e ostinatamente residente in un paese arcaico e postatomico qual è Comiso, avrebbe spazi per esordire. E la risposta la conosciamo tutti, così la teniamo mestamente per noi.

Sarebbe, infine, far torto all’idea di comunità bufaliniana voluta e mirabilmente realizzata dalle curatrici citare alcuni tra i coautori e tacerne altri, dal momento che davvero ogni pagina, ogni riflessione, ogni micro-racconto contribuisce allo splendore conoscitivo e poetico della costellazione. Ci affidiamo così alla cabala degli alfabeti per chiudere, ma lieti che ci conduca alle parole di Massimo Onofri che cura, tra le altre, la voce dedicata a Nunzio Zago, e conclude il bozzetto del sodalizio tra l’anziano scrittore e il giovane universitario, e con esso l’intero volume, con una battuta che in poche righe dice di Zago e di Bufalino e di noi che leggiamo e di letteratura ci ostiniamo a vivere e morire in un panorama editoriale che fa del libro e del suo autore un prodotto di facile consumo: «Bufalino ripeteva che lo scrittore è un piccione viaggiatore che porta sotto l’ala un messaggio che ignora. Il critico Zago, a sua volta, sapeva bene che dipende tutto dall’ala: e da chi quel messaggio riceverà alla fine di quel volo. Folle volo: com’è sempre la grande menzogna della Letteratura».

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