Sara Boccassi
I racconti della scuola "Orlando"/1

Ti fidi di me

«Chiudo gli occhi, sono qui su un pavimento nero fatto di mattonelle fredde e prima era nero anche tutto intorno, però ora non lo è più, lo schermo davanti a me è tutto una luce che vibra...»

Il racconto inedito di Sara Boccassi che qui pubblichiamo è il frutto del lavoro svolto dalla scuola di scrittura “Orlando” nell’ambito del corso sul racconto curato da Andrea Carraro e Sebastiano Nata.


Mi ha chiesto ti fidi di me e io sì certo che mi fido ed è vero, di lui mi fiderei anche se volesse farmi credere che nell’acqua del mare non c’è sale, ma zucchero. Ti fidi di me, proprio così mi ha bisbigliato poco fa, come se fosse una frase tenera, ma non c’era niente di romantico, qua di dolce c’è solo la vodka alla pesca che sto bevendo, anzi dolciastra, come una medicina quella che mi dava mia madre quando ero piccola e avevo mal di gola, e mi faceva schifo, quello sciroppo bianco, ma dovevo bermelo per forza, tutti i giorni alle otto di sera e di mattina, perché l’antibiotico si prende due volte al giorno a distanza di dodici ore, così aveva detto la pediatra. Che carina che era, un po’ cicciottella con l’accento napoletano, mi dava sempre gli zuccherini colorati alla fine della visita, come mi piaceva andare lì.

Mi fido di lui, sono venuta fin qui per stare con lui e vederlo ogni mattina e ogni pomeriggio, quando si lava i denti, quando dorme a pancia in giù… come oggi che mi stava sdraiato accanto, davanti al mare, con la sabbia sulle palpebre e sulle guance, sembrava un supplì per tutta la sabbia che gli era finita in faccia e io ero lì a togliere ogni granello, e avrei voluto non finissero mai solo per avere la scusa per toccarlo ancora e ancora… quanti granelli dorati che c’erano tra le sue ciglia.

Prendo un altro sorso, è più amaro adesso gli dico e lui sorride. Mi dice di ascoltare le mie emozioni solo le mie emozioni, e la musica solo la musica. Dice fatti il tuo viaggio, lasciati andare lasciati partire, ma io sono già partita, sono qui in Spagna, anche se potrei essere ovunque. Mi sembra di stare in un sogno, forse un incubo, chissà dove mi trovo veramente, chi sono davvero, se la ragazza che ho lasciato a casa che accarezzava il gatto o quella che sta qui e si sta bevendo un cocktail con una sostanza sciolta dentro. Dosaggio pediatrico mi ha detto, ti fidi di me mi ha chiesto, sì gli ho riposto, non voglio sapere cosa ci metti dentro.

Chiudo gli occhi, sono qui su un pavimento nero fatto di mattonelle fredde e prima era nero anche tutto intorno, però ora non lo è più, lo schermo davanti a me è tutto una luce che vibra. Com’è tonda quella luce, com’è fucsia, fucsia come i capelli della mia winx preferita, si chiamava Tecna. Quel cartone lo guardavo il mercoledì quando tornavo da scuola, mentre la mia tata Linda, era filippina Linda, come le volevo bene, chissà ora per chi lavora Linda, sì lei, mi preparava la pasta con la ricotta e gli spinaci e io stavo seduta con le gambe tutte piccole rannicchiate a guardarmi quel cartone sul divano. Cosa penserebbe Linda adesso vedendomi, non lo so, non mi importa, io mi fido di lui me l’ha chiesto con quegli occhi un po’ verdi un po’ marroni, due occhi bellissimi che gli diventano rossi subito, dopo una folata di vento, un raggio di sole e quando succede sono ancora più belli, un po’ macchiati. Anche i miei ora sono un po’ sporchi, pieni di brillantini, ma sono stupendi i miei occhi brillantinati. Li sento che se ne stanno appoggiati in mezzo alla faccia, che brillano come le luci che adesso sono bianche, ma di un bianco che non ho mai visto, come l’ingresso del paradiso. Forse questo è il paradiso o l’inferno con un lenzuolo addosso, e quelle? Quelle sembrano piume, sì sullo schermo stanno proiettando delle piume, saranno morbidissime, come vorrei toccarle, ma che faccio mi sto toccando le braccia? Sì, sono così morbide, sembrano quelle di un neonato, sembrano quelle del bambino a cui faccio da baby-sitter, che quando lo prendo in braccio mi stringe il collo con le sue piume rosa tutte rosa, Michele si chiama, come uno dei ragazzi che sta qui in vacanza con noi. Michele è super simpatico, ora ha un sorriso pieno di denti, grandissimo, fa venir voglia di sorridere anche me, com’è contento, e come sono felice anche io, sento il sangue che scorre nelle gambe gli dico ridendo, sento che scoppietta, gorgoglia, è come se avessi mille bollicine nelle vene, sono una bollicina, come il prosecco versato in un calice. L’ultima volta che l’ho bevuto era il giorno del mio compleanno ed ero vestita tutta di verde, ero uno smeraldo, perché verde è il mio colore preferito, mi fa sentire bene quel colore. Bene come sto ora, che guardo le proiezioni di foglie e alberi sulla parete, verdi come quel giorno di aprile, quando ero circondata dalla mia famiglia che mi applaudiva, mi diceva bravissima, tanti auguri, e ora cosa direbbero quelle persone guardandomi, non lo so non mi importa, io sono felice felicissima, sono così felice che vorrei essere sempre così.

Sento tutto a duemila tremila, come il treno che dice che arriverà a Milano in quattro ore poi tre poi due, perché va veloce, velocissimo, come vanno le mie emozioni, che ballano a ritmo di musica, di questi disegni sulla parete. Adesso sono rossi come le fiamme e ci sono delle lingue di fuoco che avvolgono una statua, sembra di stare al cinema con questi pop corn che scoppiettano nelle mie gambe, glielo dico che mi sento un pop corn, come sarebbe bello andare al cinema quando torniamo gli dico, io mi fido di te tu ti fidi di me? Si fida di me mi dice e io gli dico che mi piace tantissimo, come quando ero piccola e andavo a dire al bambino della classe accanto che mi piaceva tantissimo, vorrei avere carta e penna e scrivergli su un bigliettino mettiamoci insieme sì no forse, però non lo faccio, non posso, se mi dice di no poi come faccio.

Com’è bello quel rosso sul muro che cola, si scioglie, bagna la parete, rosso come i capelli della mia amica: Patrizia detta Patty. La guardo sorridere e le dico che deve sorridere sempre perché la vita a volte è brutta e ingiusta, ma adesso ci sono io con lei e la difenderò sempre, ed è vero, ho una voglia matta di proteggerla dalle cose tristi. Adesso sento che nessuno può toccarmela, la mia amica del cuore, la mia piccola Patty, nessuno deve farla soffrire. Me lo prendo io il suo dolore, glielo curo e poi glielo restituisco guarito, senza graffi, senza sangue che cola. Bellissima, sei bellissima le dico, sei una principessa che è arrivata con una navicella spaziale da Marte, chissà che film era, dove l’ho già vista, forse nella pubblicità delle vigorsol, una principessa galattica con la tutina argentata che veniva da Marte ed era stupenda, con gli stivali alti come castelli, come grattacieli, e Patty è bella così, così tanto.

Come stai, mi chiede lui, sto da Dio. Sto come quella volta in montagna, sull’ultima pista il primo giorno di scii ed era buio no che dico era quasi buio, e c’era quel tramonto rosa salmone spalmato sul cielo con distese di bianco per terra, e la neve sembrava filadelfia e io pensavo che bella la vita. Come sa essere meravigliosa. Me lo ricordo come fosse ieri, non sentivo freddo anche se era inverno, come ora che sento caldo, sono calda, come quando mi faccio piccola sotto le lenzuola e nascondo anche la testa, calda come quando mi schiaccio contro di lui per essere abbracciata, come sto facendo ora.

E penso che non vorrei fare altro per tutta la vita se non essere abbracciata da lui, se non sentire le sue mani che tengono le mie, le sue dita ossute, e questa sensazione vorrei tenermela in un barattolo sul comodino, da aprire prima di dormire, e poi spargerla sul cuscino. Adesso la musica è più bassa, il dj sta suonando l’ultima, mi dice, e mi accarezza i capelli, sono sudati gli dico, non importa risponde, è finita, dai andiamo. Cammino e le scarpe mi stringono i piedi che oggi hanno fatto ventimila passi, come tremano poverini. Vorrei sfilare e piegare ogni vibrazione e riportarmela a casa, e poi mettere nella mia mini-borsa queste sensazioni appiccicose e argentate, e attaccarle sulla porta della camera, sulle finestre, sul pavimento. Vorrei illuminarci tutta la casa, e poi riempirci tutte le fessure della mia vita. Così non sarebbe più buio, con tutto questo brillio di emozioni.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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