A proposito di “Tutto è dire una parola”
Il bambino parafulmine
Un poemetto di Roberto Masi, tra dolcezza e dovere, tra falò d’innocenza e muta presenza di testimoni fissi, rivela che la casa è infestata dai sospetti e dal lento movimento verso una deriva
Ammetto di non averne memoria chiarissima però ne ho una reminiscenza emotiva molto forte: parlo dell’impressione che mi lasciò anni fa la visione del trailer di uno dei film sperimentali di Andy Warhol (anche film maker, tra il 1963 e il 1972, con cinepresa Bolex 16mm) in cui un bambino, oggetto di sfogo e contesa di una coppia che oggi definiremmo disfunzionale, viene letteralmente sbattuto al muro. Ciò che colpiva (certamente colpì me) era la supina accettazione da parte del bambino di questo ruolo di vittima sacrificale, con cui dopotutto Warhol, ideatore della Factory e maestro di pittura seriale a Manhattan negli anni Ottanta, si ricollegava alla propria radice europea, di polacco neo-newyorkese, più profonda: la tragedia greca. Soprattutto, oltre (far beyond) i termini letterali e oggettuali con cui costruiva la sua lettura metafisica di una realtà pesantemente fisica quale era il contesto della New York degli artisti del suo tempo, Andy Warhol assortiva la sua tessitura grafica e strutturale del mito (nel film) sprofondandolo nella lettera di un ménage familiare malato, cioè, ancora, otteneva una simbologia alta significandola con strumenti di senso, e anche di non-senso, o perlomeno fuori dal senso condiviso, tutto sommato bassi e ordinari, e comuni – era la sua traduzione epica, anzi anti-epica, della cronaca: il processo modernista ora ricaricato in chiave contemporanea.
Il bambino è stato il dettaglio che ha ridestato in me questa tremenda memoria emotiva mentre ero poco fa alle prese con la rilettura di un poemetto uscito per Marco Saya Edizioni nella collana Svolta del respiro, affidata ad Antonio Bux. Per inciso la collana, recente, è inaugurata proprio dal poemetto di Roberto Masi, Tutto è dire una parola, su cui questo mio articolo intende ragionare. Inoltre Marco Saya, tradizionalmente editore di poesia, è anche membro del panel di mentori della PAP, Piccola Accademia di Poesia, ideata e capitanata da Elena Mearini (nuova proprietaria di Marco Saya Edizioni), con sede a Milano, quartiere Isola. Proprio Marco Saya, di recente, armato di chitarra, ha tenuto nella sede della PAP un corso di avvvicinamento alla poesia insistendo sulla metrica e sul ritmo attraverso la canzone pop, cioè la canzonetta, l’erede più naturale della poesia popolare medievale, per noi originaria (bisogna sempre lavorare sulla prospettiva, sullE prospettivE, come vedremo).
Il poemetto su cui intende ragionare questo mio articolo è Tutto è dire una parola, di Roberto Masi (Marco Saya Editore, 60 pagine, 12 Euro). Il bambino è l’ostaggio. Il frutto di un amore coniugale opaco, distorto, (ri)vendicativo.
Può sembrare cronaca eppure è poesia nel momento in cui quei segni domestici reclamano il diritto a una traduzione simbologica e ideale: in filigrana descrivono, anzi tracciano, una tragedia familiare in cui, come nel sublime, ciò che è intenso è prima di tutto il sentire, e il ferirsi. Lo spettacolo ha una sua grandiosa tragicità o forza d’impatto, ma è il sentirne la forza di devastazione a segnare il grado ulteriore del ferire.
In questo senso Roberto Masi, che è poeta e saggista, perviene al grado contemporaneo, non retro-databile, della poetica del danno. Sicura spia esemplare di questa posizione è il seguente passaggio:
Un vuoto cui riporre la colpa della distanza:
tu non sei la tragedia,
sei la spietata divinità.
Tornando parecchio indietro, ben prima dei grandi tragici, del vecchio Omero non troviamo tanto, qui, un’arcaica idea guerresca piena di dèi, quanto gli oggetti come testimoni muti e fissi delle nostre sciagure, in cui noi, per la verità, ci muoviamo moltissimo, in preda a ebbrezza e agitazione, e risultiamo solo a tratti sottomessi e proni al destino o al fato: noi siamo spesso presuntuosamente eretti, tirandoci su sulle gambe e alzando la testa, la sede della mente che appunto ci tormenta e ci infelicita.
È incredibile a questo punto il corto circuito che si attiva tra questo poemetto e un saggio dello stesso Roberto Masi, uscito per Homo Scrivens nel novembre 2025, Fuga dalla ragione, Il pensiero del gorilla (speculazione filosofica intrecciata al genere del personal essay, seguita ad altro testo, dello stesso autore, uscito nel 2020 per le stesse edizioni, Eccitare l’abisso – Viaggio sentimentale nella logica del dubbio, dove Masi all’elogio dell’apnea accompagnava l’idea di una condizione umana perennemente col respiro trattenuto, col fiato sospeso), e tra tutto questo è un recentissimo romanzo primordiale, Amanti elementari, pubblicato con Einaudi da Paolo Sortino, già autore, anni fa, di Elizabeth (romanzo che ricostruiva la storia vera di una adolescente tenuta segregata e abusata da suo padre, verso il quale, durante il processo seguito ai 24 anni di rapimento in un bunker di cemento sotto casa e alcuni figli incestuosi, Elizabeth sviluppa una incredibile sindrome di Stoccolma – dunque, altra storia ancestrale).
Quanto ad Amanti elementari di Paolo Sortino, che meriterà un discorso a parte, diventa però qui necessario rifarsi a un aspetto del romanzo che sorprendentemente comunica con questi due recenti testi pubblicati da Roberto Masi, il saggio sul pensiero del gorilla, e il poemetto Tutto è dire una parola (su cui questo articolo tenta di concentrarsi): il passaggio dall’ominide a quattro zampe all’homo erectus e dalla soggiacenza del singolo al capo, l’alfa, e dalla supina appartenenza alla tribù, a una distinzione individuale che è anche disobbedienza d’amore.
Potrei pescare in uno qualunque degli incipit dei capitoli che formano Fuga dalla ragione, Il pensiero del gorilla di Roberto Masi, e troverei istantaneamente un nesso con la ricostruzione lenta e accurata che Sortino fa del ponte tra l’ominide indistinto e l’homo erectus individuato. Riporto:
«Dalla terrazza di casa osservo la natura che mi circonda: alberi, cielo, vento, cerature che hanno dominato l’aria e la terra … Se permane il silenzio interiore e l mente non viene catturata da un “gesto antropico”, per un attimo mi assento in essa (nella natura di tutte le cose), ne faccio parte; un tutt’uno che permane da ogni punto d’osservazione. Allora, io non sono perché penso, sono quando non penso a niente come in questo preciso istante, nell’attimo in cui i miei sensi non educano la riflessione per ricondurla al fine […]. Vedo il bello e lo catalogo, lo confronto, lo accetto e faccio mio in quanto tale nella sua definizione, ma la grandezza del mistero mi schiaccia e se resisto al mio essere un oggetto definito dal metodo, ogni paura svanisce nella sensazione di superamento della materia.
«Il vuoto mentale mi avvicina a dio non come il suo figlio prediletto ma come parte di qualcosa che tutto contiene. Non sono io, sono il tutto […]».
In che modo, tornando al poemetto, Tutto è dire una parola, vero oggetto di questo breve saggio, si ramificano i nessi e i legami con l’idea del bambino parafulmine (o anche dell’uomo primordiale che si alza in piedi, si erge in tutta la sua dorsale altezza, e fiuta nell’aria la svolta del fiato che sarà l’inizio del novissimo capitolo della sua esistenza evolutiva) e dell’inferno domestico di warholiana memoria?
Tra dolcezza e dovere, tra falò d’innocenza e muta presenza di testimoni fissi, la casa è infestata dai sospetti e dal lento movimento verso una deriva,
È il bambino che ci lega,
non è poco ‒ è tutto,
tutto ciò che rimane se la risposta non arriva.
Ci dovremmo combinare per decidere la verità ‒
o la fine.
[…]… il bambino che ignora la verità.
E c’è un cane di dimensioni spropositate. Cioè ci sono degl’innocenti che avranno la loro parte di non vita determinata dai contendenti a duello. Brucia la fronte e brucia la casa: la poesia di Masi trova sintesi fulminanti che collocano pietre angolari a fondamento del disegno del disastro: è cronaca di un affondamento reale che lancia lampi di senso da cui non si torna indietro, sono basi di un destino che si traccia e si articola man mano che il verso corre, e agguanta nodi di verità pure. Il fatto che le verità conquistate siano pure non vuol dire che siano favorevoli o lenitive, sono invece carotaggi nel dolore, di sicuro verità acclarate e spietate come certe diagnosi – parafrasando il testo, non c’è tenerezza che allevi il terrore dell’ira.
Questo mondo adulto, così poco misericordioso, che quasi cerca la rabbia, è azzerato dal bambino:
Il piccolo sposta le cose,
[…]
solo lui ha il potere.
Non è la soluzione, e nemmeno lo scioglimento. È il senso di un’indifferenza crudele. Di nuovo, mi viene in mente un film, 2001 Odissea nello spazio, la robotica indifferenza di Hal 9000, il computer giovane che rimanda l’uomo all’infanzia di un neonato e allo stadio primordiale di ominidi-scimmia tra i quali fioccano strani oggetti ciechi eppure non inerti, i microchip che devono aver sintetizzato un tempo intere sequenze evolutive di stagioni umane trapassate.
Ecco, appunto, qui si pone la questione, non secondaria, ma direi orientativa, della prospettiva o dellE prospettivE: secondo quale angolatura dobbiamo guardare il cono di ombra e luce in cui i diversi elementi del reale si collocano e interagendo riassumono e forse sostituiscono (attenzione alla retorica, e a Platone!) una situazione? Qual è LA situazione?
È l’impatto delle misure e scale diverse, insiemisticamente assortite su una stessa scena antropica (per usare un termine caro all’autore, Roberto Masi) e messe in movimento sulla pagina costruendola come un volume tridimensionale, a determinare non solo l’irresolubilità del guasto avvenuto chissà dove chissà quando, ma proprio la non comunicazione tra le parti pur in conflitto. Il conflitto presuppone un nesso, dei nessi, ma la constatazione ultima è che nesso non c’è, risposta non c’è e neppure volata nel vento sarà. Non si dà. Punto. E questa, signore e signori, è quasi scienza, anzi è filosofia nella poesia, leggera e imprendibile, trasvolante, come una farfalla.
La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.