A proposito di “Un sermone sulla morte”
Millet e i superstiti
Tra i pamphlet, il romanzo e il manifesto, il nuovo libro dell'"antimoderno" Richard Millet è un'invettiva contro il fallimento del mondo che, per secoli, ha avuto come cardini Gerusalemme e Atene
Nessuno tocchi Richard Millet! – verrebbe di esclamare. Eppure, da quasi quindici anni, è stato epurato, cancellato dal pubblico e da gran parte della critica, bollato come impresentabile maledetto delle lettere d’Oltralpe. La sua definitiva cacciata dall’Olimpo letterario francese è legata allo scandalo (e alle infuocate annesse polemiche) dell’apparire, nel 2012, per i tipi dell’Éditions de Roux, del brevissimo ma denso Elogio letterario di Anders Breivik, l’artefice della strage di Utoya, personaggio che nell’analisi millettiana assurge a figura emblematica: il «criminale rivelatore del fallimento dell’Europa mondializzata». I violenti attacchi che seguirono a quella sua «provocazione alla Swift» lo costrinsero in breve a rassegnare le dimissioni da Gallimard, di cui pure era stato una punta di diamante, e all’autoisolamento. Molti scrittori della prestigiosa casa editrice francese presero posizione contro di lui, Annie Ernaux in testa che definì, senza mezzi termini, quel libello «un pamphlet fascista che disonora la letteratura». In Lingua fantasma, il saggio che precedeva il tanto contestato Elogio, il suo ragionamento sull’evidente impoverimento della letteratura prendeva le mosse ironicamente dalle «metamorfosi pilifere» di Umberto Eco, leggendo nel restyling del look dello scrittore e nell’aver licenziato una versione ammodernata del Nome della rosa, il sintomatico irrompere, nel romanzo europeo, della messa al bando dello stile e soprattutto della lingua.
Difensore del classicismo e dello specifico della letteratura, nemico giurato del multiculturalismo, Millet ha deciso di sottrarsi all’occhio panottico e fintamente democratico di questa nostra post-contemporaneità. Sulla scia dell’amato Bloy, Millet ha pertanto la vocazione dell’antimoderno («scrivo nella lingua antica; ecco perché sono così moderno»); fedele a un’estetica elitaria, convintamente antidemocratica, infatuato com’è della «novità straordinaria» che soltanto risiede nella tradizione. Aborre il politicamente corretto della stragrande maggioranza dei romanzieri contemporanei, ciecamente votati a una pervicace forma di indigenza stilistica (per una letteratura che, di fatto, si è mondializzata per relativismo ideologico, mimetismo estetico e impoverimento linguistico). Vissuta inattualità e misantropia, angoscioso allarme per il depotenziarsi della letteratura e perdita d’infinito della lingua francese, rimandano alla lezione dell’ultimo Barthes, quello de La preparazione del romanzo e del terminale ciclo di lezioni tenute al Collège de France. Quel Roland Barthes che, evocando Chateaubriand, nume tutelare di ogni antimoderno, si soffermava sulla crisi dovuta al clamoroso disamore per la lingua. Ma può bastare il conclamato policarpismo di Richard Millet a giustificare la mancata traduzione in Italia dei suoi romanzi più controversi, e che egli stesso più volte ha definito con orgoglio «fièrement impubblicables»?
Non stupisce che a interrompere un colpevole silenzio di oltre dieci anni sia da poco giunto da noi in libreria, per l’Editoriale Scientifica di Napoli, Un sermone sulla morte (seguito da estratti dal Diario), pubblicato in “S-Confini”, l’ibrida collana diretta da Fabrizio Coscia, sempre a caccia di scritture che abbiano come denominatore comune il non riconoscimento delle forme attuali del romanzo. Con l’appassionata cura e traduzione di Edoardo Pisani, per il quale (e siamo d’accordo con lui) il percorso letterario di Millet vale più delle polemiche suscitate dal personaggio, il Sermone sulla morte è da leggere come l’ennesimo personalissimo manifesto dello scrittore francese: in un mondo «in cui tutto è al rovescio», la sola possibilità di distanziarsi dagli imperativi del nuovo ordine mondiale è quella che egli definisce la «morte sociale». Di fronte al perire, nel mondo d’oggi, sia della conversazione sia della corrispondenza, la scrittura non può che essere declinata se non come solipsistico rivolgersi tanto ai morti quanto ai vivi. Certificato il tramonto di quella cultura che aveva avuto per secoli come cardini Gerusalemme e Atene, non si può che vivere e scrivere da superstiti; nell’utopia di riportare la lingua (quanto di più prossimo alla preghiera), dunque la letteratura, entro il recinto di una smarrita sacralità. All’azzerante eterno presente, alla potenza mortifera dei luoghi comuni cui è doveroso, per Millet, sottrarsi, è necessario contrapporre la verticalità profonda della memoria, della storia, della lingua, dello stile. Unico antidoto contro la morte spirituale è pertanto l’isolamento: «diventate soli come me» – questo il risentito monito che Millet, dal suo antro, rivolge al lettore. Descrive, infine, la sua condizione di scrittore come quella di un «epistolografo senza corrispondenti»: scrivere, ancora, tenendo fede alla propria voce – tra tomba e ombra.
Come nota a margine del Sermone, possono leggersi gli estratti del Journal di Millet, che coprono un arco temporale che va dal 1973 all’arcinoto scandalo del 2012. Soprattutto nei passi in cui declina le ragioni dello scrivere, sempre più inteso come una modalità del memorare. Uno scrivere, come fu per l’amato Chateaubriand – i veri «dialoghi di scrittori sono d’oltretomba», così scriveva ne L’universo del romanzo –, da postumi in vita: un «acconsentire a essere già morti», abituarsi alla propria tomba. Non mancano le arcinote argomentazioni con cui celebra il de profundis del romanzo: ridotto a merce; ammorbato dallo storytelling e dal vangelo dell’intreccio; imperniato sul pernicioso paradosso dello stilismo di un’assenza totale di stile; perlopiù scritto in una lingua orizzontale, trionfo dell’esperanto angloamericano (diktat monolinguista della postletteratura) che fa sì che un romanzo sia già immediatamente traducibile sullo schermo. In una società letteraria in cui l’autore è l’opera; garanzia il suo nome; marginale ciò che scrive. Ritroviamo il furore iconoclasta del j’accuse contro la riduzione anglofona del mondo globalizzato. Convinto, con Orwell, che il disgregarsi della lingua è il preludio al totalitarismo, per una fraintesa estetica democratica che fa proprio dell’ignoranza della lingua il suo vanto. Lapidari i suoi giudizi su alcune star della letteratura francese degli ultimi trent’anni: da Tahar Ben Jelloun (la cui prosa «sa di peto di ippopotamo») a Modiano («una sorta di Simenon in mocassini, senza crimini») e Carrere (che «scrive male quanto un giornalista che si sogna romanziere»).
C’è qualcosa di nevrotico e claustrofobico nel leggere le argomentazioni del malmostoso Millet, che insegue il gusto del fallimento più che del successo, eppure quanto è vero che in nome di un uso strumentale della lingua franca progressista si sia imposto un nuovo ordine da Terrore giacobino, per cui ogni voce problematica, appena non allineata, venga zittita, linciata, processata, mediaticamente e brutalmente devitalizzata? C’è un dettato che trascende sempre il merito delle questioni e impone – si pensi ai recenti casi che hanno coinvolto su piani diversi scrittori come Erri De Luca e Michele Mari –, una lingua unica, un lessico rigido al quale non si può e non si deve contravvenire. Una monade di senso inscalfibile: un pensiero unico a cui rifare la barba ogni qualvolta c’è da riaccordare il diapason della vulgata dominante. Un nichilismo truccato da riduzionismo che, come effetto non secondario, in sé, fomenta l’odio per il bello, la tradizione, la cultura… Nel suo radicalismo non bisogna seguirlo fino in fondo né prenderlo alla lettera, come quando, complice un esacerbato cattolicesimo, individua nell’emigrazione verso il continente europeo da parte di uomini di culture lontanissime dalle nostre la causa profonda che ha condotto al codificarsi di quella che egli rubrica come postletteratura. Non è forse – quella tabula rasa omologante accordata al rassicurante modello angloamericano – il frutto di una globalizzazione che agisce in maniera pervasiva e livellante, anche a prescindere dagli spostamenti dei popoli? Non è stata questa nuova condizione globale il concreto terreno di generale impoverimento? Questa unificante e attrattiva sovrastruttura, a fungere da detonatore di ogni singolarità culturale, linguistica, storica? Basterebbe questo a spiegare lo slang planetario da decerebrati, a suffragare ogni ipotesi sul destino della lingua (da salvare) e dello stile (da resuscitare)…
Già a metà del secolo scorso, in La letteratura del voltastomaco (1950), Julien Gracq scorciava il ritratto di una società tout court (non solo letteraria, ma che della letteratura ha tuttavia preso pieno possesso, in quanto a discorso), in preda a un pubblico famelico (e a sua volta attanagliato dal terrore di sbagliare) che, a prescindere dal giudizio di gusto e di valore, declinava il suo consenso in maniera cieca ed eterodiretta, rispondendo a una doxa che ha ridotto l’autore e la sua opera a fatto di cronaca. E ancora, a proposito del giudizio di valore, Gracq a quell’altezza cronologica lamentava l’«appiattimento delle reazioni estetiche» su quelle politiche e denunciava la «elettoralizzazione della letteratura»: è proprio questo il rischio che si corre se il giudizio sull’opera di Richard Millet, anziché letterario, rimanesse soltanto ideologico e politico. Costretti al palo di un invincibile stato di minorità, ossessionati, ancora una volta, dall’eccezionale timore di essere scavalcati dalla storia, come il bambino di Lautréamont alla disperata rincorsa dell’ultimo omnibus.
La fotografia accanto al titolo è di Teresa Fano.