A proposito di “Amanti elementari”
Amori in transito
Il nuovo romanzo di Paolo Sortino racconta la lenta scoperta della vita (e dei sentimenti) di un uomo delle origini
Amanti elementari (112 pagine, 16,50 Euro), pubblicato da Paolo Sortino con Einaudi (che pubblicò anche il suo esordio col botto, Elizabeth, nel 2011), è un romanzo di natura, per così dire, transitoria, poiché si muove tra la disobbedienza d’amore e l’accoppiamento al tempo della brutalità.
Cioè racconta in modo efficace un transito: l’umanità dallo stadio di ominide all’homo erectus individuato, dalla naturalità cruda alla scoperta del fuoco – che è dono scandaloso, impersonato dal mito in Prometeo, il titano ribelle punito in modo esemplare, ed è potenza che incenerisce: la Terra stessa, coi suoi ritmi imprescindibili, col suo orologio imperscrutabile, brontola sommovimenti, sbuffa geyser, sversa lava, innesca incendi, rade al suolo e stermina generazioni e stadi antropologici per lasciar andare oltre solo gl’individui adatti al suo nuovo implacabile assetto.
Sì, è Darwin, su un piano schiettamente scientifico.
Ed è anche epica e racconto, su un piano mitologico e letterario.
C’è un punto preciso, nel romanzo di Sortino, in cui avviene il vero passaggio.
Lentamente un individuo rigettato dal branco e costretto alla solitudine va incontro al proprio destino di staffettista del genere umano, responsabile, come un Sisifo felice, della trasformazione epocale della specie.
Altrettanto lentamente, svettando sulle gambe in una posizione eretta fino a quel momento non prevista, costui individua la sua compagna ideale nell’impresa, di cui pure entrambi diventano protagonisti e, pure, ne sono gli attori incoscienti.
L’accoppiamento diventa amore e non più copula meccanica, ed è disubbidiente, perché si sottrae appunto al meccanicismo corrente. Le conseguenze sono feroci.
La norma non ama essere tradita o contraddetta e scatena i suoi sgherri, tutti affiliati supinamente alle leggi di Natura. Il nodo che si stringe è rovinoso e necessario. Determina la trasformazione che, pure, proprio la Natura esige a quel punto.
Si tratta di una contraddizione interna, un baffo alla logica della sopravvivenza?
Sì, nel senso che (potrebbe dirlo la Natura, questo): Alright, I contradict myself, for (questa parolina causale ce l’ho infilata io) I contain multitudes.
No, nel senso che, limbicamente, possiamo dire senza tema di smentita che la morte è trasformazione profonda, che squassa le basi.
Dunque, qual è quel punto preciso?
Potrei indicare la pagina rischiando di passare per pedante.
Va bene, corro il pericolo: la pagina è la 99, a poche righe dalla fine del capitolo 14, a un passo dal capitolo 15 dove tutto accelera verso un esito che solo a mente fredda può essere riconosciuto come un lieto fine. O perlomeno, il finale di cui tutti noi conosciamo gli esiti.
Il mondo brutale non conosce pietà perché procede per successive necessità.
Lo abbiamo imparato anche leggendo col cuore in gola Lord of the flies (Il signore delle mosche) di William Golding: una somiglianza, questa, che si appollaia sulla spalla di chi legge Amanti elementari di Sortino, che gli sta sempre col fiato sul collo, e poi si concretizza più precisamente quando il protagonista, ormai homo erectus, trova la carcassa di un bovide e si appropria del cranio calzandoselo come un casco o elmetto. Qui la condizione primitiva non è un ritorno al passato di un gruppo, nel caso del romanzo di Golding, di adolescenti già selvaggi per conto proprio e regrediti ad uno stadio brutale con remoti e intermittenti lampi di coscienza civile: qui siamo all’alba dell’uomo, tutto è brutale, tutto è devastazione, tutto è lotta al minuto per restare vivi nel secondo successivo. La scoperta, pur nel disastro dominante, è che andare avanti può essere andare oltre, e può non consistere in una battaglia su tutto e su ogni cosa: addirittura vi si affacciano principi come gusto piacere memoria autoconsapevolezza immaginazione.
Tutto nasce da una figura che è l’immagine-simbolo, a mio parere, di questo romanzo così inedito, così speciale.
La disobbedienza d’amore, cioè l’accoppiamento non come atto meccanico ma come scelta ,lavorio, ostinazione, insistenza, e anche provocazione.
Torna in mente, anche, con insistenza, l’amore contro legge di Romeo e Giulietta, allegramente in lotta alle imposizioni familiari, e alla Legge di Stato, in ultima analisi.
E torna in mente la versione distopica di quel modello d’amore, messa in piedi da George Orwell in 1984: contro l’ossessione della normazione delle vite dei cittadini fin nel linguaggio e nelle relazioni personali, Winston (qui Romeo assume il nome del grande statista anti-dittatura, Churchill, ed è un everyman comune, visto il cognome, Smith) e Julia (invece del già bruciato Juliet), entrambi impiegati nel Ministero della Verità, maturano un amore in quanto tale assolutamente illegale e intollerabile per lo Stato – perfidamente, Winston sarà torturato con l’elettricità perché alla domanda, quanto fa due più due?, si ostina a rispondere: quattro! (ma che domanda è?!?, si dice), mentre la nuova verità, che deve essere capillarmente condivisa, è che la somma sia cinque!
Si tratta di una nuova, ancora ignota, frontiera della matematica (in realtà elementare aritmetica)? O il vero scopo è rendere digeribile l’assurdo, il non-sense, in modo che qualunque altra palese menzogna, poiché promanata dallo Stato, venga incorporata senza battere ciglio o meglio a ciglio asciutto?
Ce lo racconta anche Emmanuel Carrère in Kolkhoz quando accenna all’Unione Sovietica che sputò nel mondo migliaia di dissidenti in fuga, tra cui i suoi nonni: la religione sociale dell’URSS era spacciare per vere delle palesi menzogne, contando sullo spiazzamento, sulla confusione come umanissima reazione dei cittadini, i quali cadevano in una dolorosa confusione, nell’umiliazione dell’intelligenza come tortura nazionale, per permettere allo Stato di sceverare senza ombre i nuovi cittadini sovietici dai disperati transfughi, dagli esuli scalzati via dal nuovo ordinamento attrezzato per azzerare gl’individui.
E non è forse questo il modello di sentire e civilmente comportarsi che Orwell in filigrana mette in piedi in 1984?
Non è forse la disobbedienza d’amore a far esplodere la tragedia personale di Winston e Julia come già aveva immolato alla Ragion di Stato e a una lunga faida familiare i due freschi adolescenti Romeo e Giulietta?
Amanti stavolta ingenui e puri, dunque in altra chiave elementari.
E non è questo straordinario passaggio come atto di inaspettata libertà a unire tragicamente il nuovo homo erectus individuato e la donna che altrettanto libertariamente fino all’ultimo gli si accompagna?
Non è possibile, a questo punto, tacere su un dato significativo dettato da questa inaspettata staffetta umana che segna un punto di svolta nell’evoluzione della specie: il fatto che a raccogliere il testimone e portarlo avanti nella frazione successiva sia proprio la compagna, la quale, avendo subito meno ritorsioni fisiche, possiede integre le risorse di carattere e di forza che le permettono di andare incontro al nuovo adattamento, e di affermarlo come stadio evolutivo neoinstaurato.
Due ultime osservazioni.
La prima: si è detto e scritto un po’ ovunque che Paolo Sortino inventa qui un nuovo linguaggio per raccontare una versione della storia umana che raramente è oggetto di narrazione e romanzamento. Non è vero, e va a suo merito. Paolo Sortino, qui come già in Elizabeth (suo esordio, sempre con Einaudi, nel 2011) fa esattamente ciò che uno scrittore o una scrittrice degni d’essere definiti tali fanno: usa il linguaggio e la lingua che ha, e di cui evidentemente dispone, o meglio sa disporre, con precisione, poiché proietta immagini nitide anche quando racconta la confusione, cioè vede chiaro e fa vedere a chi legge limpidamente: glielo dobbiamo riconoscere.
La seconda: il fuoco. Simbologicamente un segno potentissimo. Né buono né cattivo. Neutralmente forte. Capace anche di creare un gioco di specchi che, in proiezione ortogonale, e secondo crescenti o decrescenti scale di grandezza, a seconda della prospettiva di chi guarda (badare alla prospettiva, allE prospettivE, sempre), allinea la dissidenza e/o disobbedienza, l’amore non più solo come meccanico accoppiamento, l’eruzione vulcanica che rovescia sul pianeta i sommovimenti della crosta, l’esplosione dei vulcani, i geyser, la lava, il fuoco, l’incendio del bush, la fertilità, la corsa del genere umano incalzato dalla Natura per poter sbarcare oltre.
Vale la pena di chiudere su un dettaglio-chiave ferocissimo.
Il nostro protagonista scopre il pollice opponibile, scopre il vero uso pratico delle mani, delle dita: ebbene, anche gli altri, rimasti indietro alla fase precedente, un po’ l’hanno capito, e invece di ucciderlo o forse non ci riescono perché sono dei pasticcioni (pensiero moderno e contemporaneo: bisogna sperare che chi ci fa fuori lo sappia fare, che non faccia solo sfacelo)], gli distruggono le dita. E lui, che è individuo sagace, se le strappa via.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.