Giovanna Di Marco
A proposito de “Il cielo e la polvere”

Leggere O’Connor

Curato da Benedetta Centovalli, esce un volume che riunisce una serie di saggi su Flannery O'Connor: uno strumento critico essenziale per cancellare tutti gli stereotipi che hanno ingessato la scrittrice americana

Il volume Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor, curato da Benedetta Centovalli con la preziosa collaborazione di Fernanda Rossini e pubblicato per la collana Eterotopie di Mimesis Edizioni (208 pagine, 17,10 Euro) si candida nel quadro della ricezione letteraria italiana della scrittrice statunitense quale appello a un radicale e non più eludibile intervento di ricostruzione della sua immagine. Per decenni, infatti, il “corpo” dell’interpretazione oconnoriana ha manifestato i sintomi di una grave e evidente patologia: una coazione a ripetere sterile, circolare, che ha finito per svilire l’opera di questa straordinaria scrittrice dentro un orizzonte di prevedibilità e semplificazione. Leggere O’Connor in Italia significava quasi sempre applicare un protocollo interpretativo standardizzato, un’autopsia impietosa che oscurava la vertigine della sua opera con etichette preconfezionate del tipo “gotico sudista”, “grottesco rurale” o “cattolicesimo d’accusa” calibrato su uno spartito di ragionamenti moralisti e borghesi, elementi questi che certamente non appartennero a O’Connor. Ultimo ma non per ultimo: lo stereotipo sulla malattia, il lupus eritematoso, il dramma biologico che minò il corpo della scrittrice e ne decretò la morte precoce, ha spesso frainteso l’interpretazione della sua Fede, vista come una rigida punizione o una posa religiosa astratta.

È proprio contro queste fallaci interpretazioni che si scaglia il libro curato da Centovalli, nato dalle dense e feconde riflessioni emerse durante le giornate del Centenario organizzate dal Centro Culturale di Milano. Il volume, programmaticamente già dal titolo, si appropria e dà slancio alla celebre e feroce lezione metodologica dell’autrice: «Se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentare di scrivere narrativa». Non si tratta di una semplice antologia celebrativa, di un tributo stantio. Centovalli, infatti, dichiara di volersi sporcare le mani, anzi, di bruciarsele con la materia incandescente e inquieta della narrativa oconnoriana. Nella sua introduzione, usa in modo anaforico il pronome Lei in ogni capoverso, raccontando con passione vari aspetti della vita della scrittrice. Per concludere puntellando sui due nodi della sua poetica, uno di tipo stilistico, l’altro tematico e prospettico: l’uso di un registro grottesco, che sciocca, prende a sberle, stravolge il lettore; poi, la sua capacità visionaria. Nonostante il poco tempo che le è stato dato da vivere, infatti, la scrittrice americana è stata capace di saper leggere e anticipare i mali e le tragedie della sua nazione.

Il libro procede poi attraverso quindici intensi capitoli in cui dialogano tra loro saggisti internazionali, traduttori e alcuni dei maggiori romanzieri contemporanei con la loro sensibilità viscerale, offrendo un ritratto critico finalmente plausibile.

Alla luce del vigore della scrittura di O’Connor e di come, in questo volume, vengano focalizzati e smascherati alcuni luoghi comuni relativi alla sua ricezione, possiamo immaginare di trovarci di fronte a un corpo da sanare. La prima e più evidente parte di questo suddetto corpo critico che necessitava di essere guarita è l’apparato visivo, il modo di guardare a O’Connor. La vecchia interpretazione critica soffriva infatti di una miopia congenita, o meglio, di un persistente strabismo che metteva a fuoco esclusivamente l’anomalia fisica, la menomazione o la bizzarria morale dei personaggi oconnoriani, scambiandole per la compiaciuta esibizione di un trauma superficiale. I contributi scientifici di studiosi di rilievo internazionale come Bruce Gentry e Mark Bosco intervengono qui per azzerare questo difetto della vista. Ripulendo lo sguardo del lettore dalle incrostazioni eurocentriche, questi saggi ricalibrano la prospettiva e calano l’autrice nella terra autentica, violenta e profondamente intrisa di elementi culturali biblici qual è il Sud degli Stati Uniti. In questo cammino di profonda correzione dello sguardo, il punto di massima tensione viene toccato dal saggio di Angela Alaimo O’Donnell, incentrato sulla “radicale ambivalenza” della questione razziale. Rifiutando con forza sia le sbrigative scorciatoie censorie della cancel culture sia le retoriche e rassicuranti difese d’ufficio, l’esame di O’Donnell dimostra come Flannery O’Connor utilizzasse il razzismo strutturale e i feroci pregiudizi dei bianchi del Sud profondo non come un limite, ma come un bisturi affilato. Tramite l’analisi precisa di capolavori brevi come Rivelazione o Punto Omega, lo studio rivela come l’autrice scomponesse dall’interno l’ipocrisia borghese e la falsa coscienza progressista dei suoi stessi personaggi, costringendo il lettore a fare i conti con la propria e congenita cecità spirituale. A questa profonda palingenesi della parola scritta partecipano in modo determinante i saggi di Fernanda Rossini e l’esperienza sul campo della storica traduttrice Marisa Caramella. Entrambe cancellano l’idea di una O’Connor puramente teorica e dogmatica, per mostrare come la sua scrittura sia innanzitutto un organismo vivente fatto di sguardi di sbieco, pause ritmiche spietate e un’aderenza assoluta alla fisicità della lingua. Questa sezione è sigillata dall’innesto di due interviste a Flannery O’Connor in prima traduzione italiana. È la voce stessa dell’autrice, arguta e affilata, a stroncare sul nascere i luoghi comuni dei giornalisti del suo tempo, restituendoci uno scenario di sorprendente e oracolare lucidità sul mestiere di scrivere.

Centovalli, poi, affida la circolazione del sangue e il cuore alle voci dei romanzieri contemporanei, che scelgono di leggere O’Connor parlandole “da scrittore a scrittore”. Romana Petri ha amato talmente Flannery O’Connor da dedicarle un romanzo, La ragazza di Savannah, edito da Mondadori nel 2025. L’autrice, che, per tutto il libro l’aveva chiamata “Mary Flan”, spiega che uno dei tanti motivi che l’hanno spinta a scrivere di O’Connor sia stato il modo in cui la scrittrice si rapportava al suo angelo custode: una bambina fiera, coraggiosa, pronta a “scazzottare” con lui, ma al contempo dotata di un profondo pudore, quello di non trovarsi l’invisibile compagno celeste tra i piedi mentre assolveva alle sue pratiche di igiene corporale, ad esempio. Petri la considera un vero e proprio genio – riconoscimento che spesso viene negato alle donne – e cita il fatto che persino T.S. Eliot la temesse. Precisa, tuttavia, che chi ha scritto La terra desolata non poteva temere nessuno in senso assoluto: ciò che temeva era probabilmente proprio il talento di O’Connor, unito al fatto che fosse una donna. Il testo pone poi l’accento sulla differenza tra Provvidenza e Grazia. Se la prima è quella che Victor Hugo declina nel personaggio di Jean Valjean de I miserabili, che trova la redenzione, la seconda, invece, si riflette nel predicatore Haze di Flannery O’Connor, che alla fine sceglie di accecarsi. La strada verso Dio è dunque un percorso impervio, e Mary Flan predilige i personaggi lontani da Lui, che, addirittura Lo negano: sono senza dubbio i più interessanti, perché chi Gli volta le spalle si trova, per forza di cose, a doversi confrontare con il Suo mistero.

Segue il testo di Sandra Petrignani, che rievoca il celebre episodio in cui la piccola Flannery O’Connor insegnò a un gallo a camminare all’indietro. L’autrice ne parlava con ironia, definendolo il suo più grande successo, persino superiore a quello di essere diventata una nota scrittrice. Petrignani affronta anche la questione della scrittura partendo dalle riflessioni stesse di O’Connor sugli autori: chi scrive con la sola ossessione di pubblicare e chi vuole “scrivere bene”. Questa seconda categoria finisce inevitabilmente per addentrarsi nel territorio del diavolo. Nel saggio vengono evidenziate l’autoironia di O’Connor, l’accettazione del proprio destino e le sue letture predilette. L’aspetto centrale del testo, che gli dà anche il titolo, è la temperatura del tè. Mi spiego meglio: Petrignani parla proprio delle dichiarazioni della stessa O’Connor sul suo modo di rapportarsi con la scrittura e della vicenda della governante cieca del dottor Johnson, la quale, per verificare se il tè fosse caldo al punto giusto, immergeva un dito nella tazza. Per Flannery O’Connor la scrittura funzionava allo stesso modo: era il gesto stesso dello scrivere a indicare la via, a tracciare il percorso, a indicare la temperatura.

Subito dopo, gli interventi di Luca Doninelli e Giuseppe Zucco agiscono come una scossa elettrica, decostruendo la patente di moralista della scrittrice. Doninelli e Zucco ci ribadiscono, testi alla mano, quanto già affermato da Petri in merito al tema della Grazia. La Grazia, infatti, è un incidente frontale, un urto traumatico, una sberla violenta che devasta la vita di personaggi gretti e fieri della propria moralità. Che si tratti dell’azione spietata di un serial killer o dei paradossi dei suoi predicatori mancati, questi scrittori fanno luce su una prosa che si muove in un territorio occupato dal demonio, in cui Dio agisce solo per vie impervie e fatali. Del resto, lo stesso Vangelo di Matteo recita: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada».  O’Connor è dunque ortodossa, non eretica, a differenza di quello che sembrerebbe; è lo stesso cattolicesimo – quello dei benpensanti e dunque quello egemone – ad aver preferito la carezza, il conforto della Fede, a discapito della tensione, della “spada”. La sua apparente eresia religiosa, si riflette in un’altra differente eresia, quella creativa, quella di scrittrice difficilmente incasellabile a livello editoriale.  Di questo aspetto, se ne occupa Mario Andreose, che, completando la mappatura della memoria oconnoriana, interviene con un saggio storico-editoriale. Andreose ricostruisce con accuratezza i canali e le faticose strade attraverso cui l’opera di Flannery ha dovuto penetrare nel sistema culturale italiano, vincendo le diffidenze iniziali di un’editoria che, per lungo tempo, non ha saputo dove catalogare o come curare un “oggetto letterario non identificato” così radicale, un corpo estraneo difficilmente collocabile.

Il cielo e la polvere è dunque un’opera eterogenea, che dimostra l’urgenza della voce viva e spietata di O’Connor, indispensabile per dipanare le nevrosi, la violenza e la disperata ricerca di senso dell’Occidente contemporaneo. È un libro che non ammette letture prone, ma costringe a riaccostarsi a ogni narrazione a pugni chiusi, scazzottando con il proprio angelo custode, con gli occhi spalancati sull’abisso.


Accanto al titolo, Flannery O’Connor, New Georgia Encyclopedia, Licenza Creative Commons.

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