Nicola Fano
A proposito di "Women in love"

Le donne di Mussapi

Roberto Mussapi ha riunito in volume cinque preziosi monologhi scritti per Laura Marinoni e dedicati a cinque donne della mitologia

Tra le nuove tendenze della scrittura teatrale contemporanea se ne segnala una, lontana dalle mode più praticate ma di grande nitore poetico, che tende a recuperare i connotati della tragedia classica passando per il racconto del Mito (essendo il Mito, nella classicità, una storia raccontata più volte, ogni volta in modo diverso, e sempre con significati sociali, politici o filosofici differenti perché legati alle eterogenee contemporaneità del pubblico cui il racconto è rivolto).

Roberto Mussapi, da molti anni, si dedica felicemente a questo genere di scrittura scenica, per lo più adottando lo stile del monologo in versi che ruota, appunto, intorno a delle figure mitologiche. Il prezioso volumetto Women in love (Algra Editore, 45 pagine, 7 Euro) con il sottotitolo, appunto “Monologhi in versi”, riunisce cinque scritture realizzate per l’attrice Laura Marinoni in nome di un sodalizio scenico lungo e fecondo.

I personaggi chiamati in causa sono, nell’ordine, Arianna, Penelope (questi due monologhi sono tratti da un volume precedente, I nomi e le voci, del 2020), poi Elena, Creusa e Calypso. Siamo nel pieno della mitologia greca, dunque, con un occhio attento nel cuore della Guerra di Troia. E infatti sullo sfondo aleggia il fantasma di Odisseo, uomo sfuggente e seduttivo che riesce a “umanizzare” con il gusto dell’avventura la sua propensione al tranello, all’eccesso di razionalità (ciò che le donne in questione rifuggono, preferendo fidarsi dei propri sentimenti).

Ma sono le figure femminili, ovviamente, a farla da padrone in questi cinque frammenti. Ci sono i riferimenti alle vicende che riguardano ciascuna di loro, ma c’è soprattutto la sofferenza per la perdita di qualcosa di sé che solo occasionalmente coincide con un altro essere umano maschio: questa, probabilmente, è la chiave di lettura che unifica i cinque testi. Ed emerge sia quando a parlare è Arianna che ricorda la partenza (o sarebbe meglio dire la fuga?) di Teseo, come pure quando prende la parola Calypso abbandonata da Odisseo così come Penelope che cerca in sé stessa il senso dell’attesa. Ecco, queste donne sentono il peso della solitudine, del distacco dalla vita che non rispetta i loro sogni né il loro dolore: «Attorno a quest’isola non battono mai le onde, / non senti nemmeno il rumore della risacca / ma solo uno scivolio del mare contro la riva», esordisce Calypso. La cui esistenza (sua e delle altre quattro compagne) sembra propriamente uno “scivolio” costante, come di chi insegua disperatamente la possibilità di affondare invece le mani e la carne nelle cose, senza più scivolarci sopra.

Un piccolo libro da leggere, ma anche, se non soprattutto, da recitarsi dentro: in questo modo sarà più chiaro il ritmo e più evidente la sua vocazione teatrale dove il pensiero è una voce senza pause.


La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.

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