Una raccolta di racconti
Il sogno solarpunk
Urania dedica un numero speciale alla letteratura "Solarpunk": una fantascienza particolare, dove capita anche che le cose vadano a finire bene...
Madre Terra chiama – Solarpunk risponde. «Solarpunk sono i tutorial di riuso, riciclo, riparazione; solarpunk è la cura di orti urbani, di giardini comunitari, di autoproduzioni le più varie; solarpunk sono i graffiti, i gesti di rivolta contro l’autoritarismo e il consumismo delle nostre società; tatuaggi etnici e floreali, abiti in fibre naturali, arazzi, biciclette, toppe colorate su pantaloni; immagini, architetture, estetiche ispirate a quella Art Nouveau che, un secolo e mezzo prima, si era contrapposta alla produzione industriale, in favore di un artigianato che desse a tutti gli strumenti per realizzare opere d’arte e goderne (il padre dell’Art Nouveau e del movimento correlato Arts and Crafts, William Morris, fu un fervente socialista e autore dell’utopia Notizie da nessun dove)», scrivono Giulia Abbate e Franco Ricciardello nelle note finali dello speciale numero di Urania dedicato al Solarpunk, nelle edicole da oggi, 9 luglio (Solarpunk – Nuovi sguardi sul domani, Urania Speciale, a cura di Franco Ricciardello).
Sono quasi vent’anni che il Solarpunk esiste come movimento, la sua nascita si fa risalire al 2008, nell’articolo Dallo steampunk al solarpunk sul blog on line Republic of the Bees. Prima culla il Sud America, poi diffuso in tutto il mondo, il nome richiama l’energia del sole e il seme della rivolta. La letteratura fantascientifica solarpunk arriva dopo circa un quinquennio e l’Italia non si fa aspettare, con l’uscita del primo testo del genere, I Camminatori di Francesco Verso; e del sito italiano (https://solarpunk.it/solarpunk-italia-manifesto/), creato da Franco Ricciardello, Giulia Abbate, Romina Braggion, amministrato ora anche da Silvia Treves.
Ci sono anche loro fra gli undici autori dei dieci racconti raccolti da Urania nel numero speciale di questo luglio (gli altri sono: Carducci e Fabbrini, Davia, Drago, Gatti, Repetto, Torba). Un evento anch’esso speciale vista la consueta ritrosia della Mondadori di uscire dai canoni. La letteratura solarpunk rovescia in qualche modo la domanda cardine del genere, piegata verso la distopia: «E se? (il mondo fosse distrutto da una catastrofe, da una guerra nucleare; se fossimo colonizzati dai marziani o da esseri non umani). Nella radice solar è presente anche una solarità simbolica, che attiene all’afflato positivo e in sostanza utopico del solarpunk. È utopico descrivere un futuro in cui il mondo è “andato bene”, e i modi di arrivarci; come utopica è la volontà di costruirne lo slancio, quella dimensione immaginaria che ci rimetta in condizione di agire», scrivono ancora Giulia Abbate e Franco Ricciardello.
Città vegetali con case-albero, comunità rurali all’antica, condomini in cui si svolgono assemblee e consigli collettivi: la forma racconto è quella preferita dal genere, anche se sono già usciti diversi romanzi. Famiglie allargate, aggiustatori tuttofare, sberleffi al potere, amori travagliati e conflitti fra l’individuo e la società. Fughe temporali. Ci sono tutti questi elementi nel racconto Eloisa e la bomba di Giulia Abbate, nella raccolta. Con l’idea che per cambiare il mondo sia necessario, vitale, cambiare le narrazioni. Dove il conflitto, i conflitti nascono da pulsioni profonde, politiche e sociali – e la conquista di un’armonia futura non nasce a sua volta da una banale contrapposizione fra il buono e il cattivo, come in un film western. I personaggi non hanno bisogno di un cambiamento funzionale alla risoluzione della storia – perché sono essi stessi funzioni della storia. Come spiegano ancora Franco Ricciardello e Giulia Abbate. «In prospettiva, il solarpunk potrebbe smontare il carattere massimalista della fantascienza; nato da una costola di quest’ultima, deve violarne gli stereotipi per arrivare al grande pubblico non specializzato».
Esemplare il conflitto in Eloisa e la bomba. Dove tre comunità si dividono l’Italia, dopo una disastrosa esplosione nucleare. Sono le Metropoli, stato capitalista volto al profitto; la Repubblica Popolare, comunista; e Omnia, le cui caratteristiche permeano tutto il racconto: considerati poco dalle altre due comunità, forse somiglianti alle aggregazioni degli anni Settanta (dai ribelli con molotov ai figli dei fiori), risulteranno ancora e sempre umani, e soprattutto capaci d’amore. È vero, la Milano governata dalla Repubblica comunista è tutto un fiorire di giardini alberi e prati, con i rinati navigli, con i grattacieli trasformati in centri di comunità: «La Repubblica Popolare Italiana era un luogo verde, felice e pacificato, dove l’idea di lavorare per il bene collettivo, all’insegna di un futuro giusto e armonioso, dava la sensazione di sentirsi al sicuro, e a casa dappertutto».
Ma anche in questa società ideale non si è estinta la mala pianta del confronto violento con chi non la pensa come te: non solo le Metropoli pensano a come sopraffare la Repubblica, è vero anche il contrario, ognuna delle due comunità pensa di essere migliore dell’altra, e non ha nessuna volontà di integrarsi. «Abbiamo scatenato qualcosa da cui non si torna indietro e da cui non si può prescindere. E la mia domanda è sempre la stessa: la pulsione all’annientamento è inevitabile? È intessuta nel nostro destino, senza speranza? Siamo fatti per arrivare a questo, inesorabilmente, senza via di scampo?» Si chiede l’autrice, insieme ad Aurora, protagonista assoluta del racconto, dotata di una sensibilità che le permette, come nel femminile ancestrale, di percepire le cose oltre la realtà. È lei l’Eloisa del titolo, e ama il suo Abelardo, amore che pare impossibile.
Quando le tre comunità si ritrovano nel sito del disastro naturale, per una missione in comune, è ad Aurora/Eloisa che si devono le relazioni risolutive, di omniesi e nuovi compagni di strada – per sciogliere la minaccia di un nuovo, definitivo disastro, nel conflitto fra Metropoli e Repubblica. A lei si deve la possibilità di intessere un rapporto con la sorprendente comunità che è sopravvissuta al disastro, nonostante molti ne portino nel corpo i segni. Nella società dei sopravvissuti non ci sono antagonisti, né prove da superare, anzi è, come scrivono Abbate e Ricciardello a proposito del solarpunk asiatico, è «una società che anzi evita la prova, pospone l’uscita dal mondo d’incanto che è l’infanzia, spostando in avanti qualsiasi scossone».
È ancora una donna la protagonista assoluta di Cartolina dal Lago Maggiore di Romina Braggion – dove, nella grande diversità fra le due narrazioni, alla fine respiriamo la stessa atmosfera del finale di Abbate. Un sollievo, un lasciarsi andare alla vita. «Ha vissuto in solitudine per cent’anni, magari ne vivrà mille circondata dall’affetto. Così gli ha detto e lui ne è lieto. “Ragazzi, non conosco il motivo, ma… sono felice. Non mi sono mai sentita più libera, in pace…”». Tosca, che parla, in realtà di anni ne ha centoventicinque, ed è stata in esilio per cento anni.
Lei non è stata una figlia dei fiori, nelle rivolte dei Settanta. Non ha quasi più un corpo umano, è tutta un esoscheletro percorso da innesti chimerici, chip: controllata in tempo reale, è rimasta una ribelle, quella che uccise un poliziotto, ma ora in un mondo totalmente pacifico la sua ribellione è donarsi per un innesto finale, tutt’uno con un grande castagno. E così scongiurare la rinascita del Lago Maggiore, a scapito di quel mondo, popolato di orti volanti, immersi nell’acqua e abitato da una popolazione laboriosa – che ha conosciuto a fondo la sensibilità del mondo vegetale, che ci dialoga e ci collabora. Ma è giusto sacrificare una vita umana, sia pure così sfruttata e ridotta all’osso – per salvare un albero, gli alberi? «Ogni sua funzione corporale è regolata dalla fotosintesi, non ha nemmeno l’esigenza di sedersi. Preferisce restare in piedi, senza cuffietta. Attraverso la testa si nutre di raggi solari, così ha dichiarato. Il castagno si è arricchito di centinaia di fazzoletti rossi, grazie ricevute per gli alberi scampati all’annegamento. Decine di persone, votate a Tosca come a una nuova dea protettrice della vita, le fanno visita quotidianamente».
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.