Cartolina dall'America
Il gallo e il Leone
Trump manda in soffitta i valori fondanti della rivoluzione americana, Papa Leone li esalta: qualche considerazione in margine alle celebrazioni per il 250 anni dal 4 luglio
Nel 250esimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti dalla madrepatria inglese, una ribellione contro il colonialismo dell’impero britannico, è impossibile non fare un bilancio sull’esperimento americano. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e senza pretendere di dare una risposta esaustiva ad un esperimento ancora in divenire, mi limito solo a ricordare due presidenti il cui operato mi sembra fondamentale per capire cosa sta succedendo oggi. Il primo è il presidente Abraham Lincoln, quello che abolì la schiavitù e che dialogava per lettera con Karl Marx. Il secondo è Dwight Eisenhower che tassava, con un’imposta progressiva, i ricchi al 91%.
Questi due presidenti repubblicani, e sottolineo repubblicani, vissuti in periodi lontani l’uno dall’altro, sarebbero stati accusati oggi da Donald Trump di essere due sovversivi, due “comunisti” e pertanto forse tolti dall‘albo di famiglia. Forse magari Lincoln anche dal monte Rushmore per essere sostituito dall’attuale inquilino della Casa Bianca. Infatti, secondo Trump, uno spettro oggi si aggira per gli Stati Uniti, un nuovo pericolo rosso minaccia il paese ed è incarnato dal partito democratico pieno di sovversivi senza Dio, come Zohran Mamdani o come Alexandria Ocasio Cortez legittimi offspring di Bernie Sanders che si rifanno al filosofo tedesco di Treviri e che, “commettendo un furto”, secondo Trump, sarebbero pronti a tassare i ricchi in maniera progressiva.
Per inciso vorrei ricordare che il Monte Rushmore con le sue quattro effigi di presidenti americani non è di proprietà degli Stati Uniti. O per lo meno si trova in una situazione di stallo al proposito. In un bellissimo documentario intitolato Lakota Nation versus the United States del 2023 si mostra infatti che le tribù dei Sioux, raccolte in quella che si chiama la nazione Lakota, hanno fatto causa al governo federale e l’hanno vinta. È stato pertanto deciso che dovranno essere risarciti del furto di quel territorio che è il cuore della loro sacralità religiosa. Il fatto è che le tribù Sioux non hanno accettato il risarcimento monetario, perché vogliono rientrare in possesso della loro terra. Ciò lascia aperto il quesito di chi ne sia il proprietario effettivo. Dunque è bene che Donald Trump non si faccia troppe illusioni al riguardo in quanto al momento niente può essere toccato in quella zona.
Certo a partire da Eisenhower il partito repubblicano ha subito diverse trasformazioni fino a ridursi a quello spaventapasseri che è diventato adesso guidato da uno che invece di dialogare con il mondo, come i presidenti degli States hanno sempre fatto, dialoga con il proprio ombelico o ancora peggio con qualche sua altra malfunzionante parte del corpo che segna il passo della rabbia con cui gestisce il potere. E bisogna dire che la caduta irreversibile nelle tenebre di questo partito comincia con Ronald Reagan, tanto impropriamente celebrato dai repubblicani e forse anche da troppi democratici, che invece ha indebolito molti dei punti cardine di quel sistema di checks and balances tipici della democrazia americana. Essa poi ha avuto una caduta vertiginosa con George W. Bush, che oggi ci sembra perfino decente, ma che ha combinato grossi guai al suo partito e al paese. Infatti ha gestito in maniera discutibile e pericolosa la crisi seguita all’11 settembre. Non è bastato neanche un presidente come Barack Obama, che ha riscattato parzialmente gli States dalla piaga del razzismo, diventando il primo presidente nero della sua storia, a risanare quella ferita profonda dentro la carne viva del paese. E il motivo si può attribuire soprattutto al fatto che il richiamo di Bush ad un’unità di facciata dopo l’11 settembre, si è basato più sul desiderio di rivalsa identitaria che su un’analisi reale e realistica della situazione di fatto e degli errori commessi in precedenza. Ha pigiato l’acceleratore di un facile desiderio di vendetta e di rivalsa di quell’offesa invece di aiutare il popolo americano a capire cosa potesse avere scatenato quell’azione. E ha aperto le porte a personaggi come Donald Trump che dell’eliminazione delle contraddizioni americane hanno fatto il loro mantra. Eh sì, perché su questo piano non si può non dare ragione a Michael Ignatieff il quale sulle pagine di La Repubblica di domenica 5 luglio afferma che l’America è un Paese nato su una contraddizione profonda. “Gli uomini che scrissero quel capolavoro d’uguaglianza che è la Dichiarazione di Indipendenza erano maschi bianchi e schiavisti; avevano ideali illuministi che non mettevano in pratica. Il nazionalismo bianco di Trump è antitetico agli ideali d’uguaglianza della Rivoluzione americana… tanti hanno dedicato la vita a cercare di colmare l’abisso tra ciò che l’America dice di essere e ciò che è, cercando di farla essere all’altezza degli ideali promulgati”. Queste parole si arricchiscono inoltre dell’idea di un grande filosofo americano, Richard Rorty, il quale vedeva nella democrazia americana un esperimento incompleto, a tratti poetico, influenzato dal Walt Whitman e Ralph Waldo Emerson, al cui cuore sta l’imperativo etico della solidarietà.
Ed è proprio per questo che oggi in occasione di tale anniversario colui che incarna in pieno i valori di quella dichiarazione e di quell’esperimento ancora in fieri che è l’America è papa Leone XIV, il papa americano, il papa di Chicago il quale dopo avere scritto un’enciclica Magnifica Humanitas che è un monumento alla solidarietà, alla dignità della persona, alla giustizia sociale, al rispetto del bene comune, si è recato a Lampedusa in occasione di questa ricorrenza. Quest’enciclica progressista e all’avanguardia che ha come sottotitolo “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” è un documento ancora più avanzato e potente di quella enciclica Rerum Novarum di Leone XIII del 1891. Infatti mentre quella si collocava storicamente dopo la Rivoluzione francese che aveva sancito la dissoluzione del nesso organico tra trono e altare, nel tentativo di recuperare il terreno perduto, questa che non fa come l’altra leva sull’assistenzialismo e sulla carità cristiana per combattere allo stesso tempo capitalismo e socialismo, ma sui diritti degli individui, sul principio di sussidiarietà’, sulla destinazione universale dei beni, sulla condanna del colonialismo e dell’impoverimento delle popolazioni sottoposte a quel massiccio sfruttamento che ha determinato e determina la necessita di emigrare, è un documento che va al cuore di cosa significhi oggi essere umani. Sia nel nostro rapporto con altri esseri umani che con le macchine e con la tecnologia salvaguardando i principi fondamentali che hanno contraddistinto la stirpe umana per millenni. E lo fa a suon di Platone, di Agostino, di Hannah Arendt e perfino di Tolkien.
Il Papa si è recato dove le vite umane di quei “dannati della terra” come li chiamava Franz Fanon, parlando della ferocia del colonialismo, si infrangono contro gli scogli dell’indifferenza e si perdono nei flutti di quel mare che è ormai una tomba a cielo aperto. E proprio di fronte a quella porta d’Europa papa Leone XIV ha ricordato che “difendere la vita” una frase che i conservatori usano troppo spesso unicamente per parlare di aborto, “significa anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo fanno parte della storia di questo paese fin dalle sue origini”. E ha puntato il dito verso l’Europa per “le decisioni prese e per quelle mancate” ricordando che i migranti hanno “plasmato” gli Stati Uniti. Un chiaro messaggio politico a Donald Trump che con le forze dell’ICE, la polizia dell’emigrazione, ha terrorizzato gli immigrati, separando le famiglie e commettendo violenze e assassini nei confronti di cittadini inermi colpevoli solo di difendere qualcuno nei confronti di violenze gratuite. Ma anche un messaggio di universalità che i valori della Dichiarazione di Indipendenza chiaramente esplicitano e rappresentano.
E dunque chi meglio di papa Leone XIV rappresenta gli ideali di quell’esperimento che è la democrazia americana al cui cuore stanno, come ricordava Rorty, l’imperativo etico della solidarietà e della giustizia sociale?
Accanto al titolo, Papa Leone a Lampedusa. Foto Vatican Media.