A proposito di “Come ama il buio”
Anatomia del male
Il nuovo romanzo di Emanuela Cocco esplora (senza compiacimento) le ragioni della violenza quotidiana. In una Roma afosa e degradata che rifugge l'oleografia
Con Come ama il buio (Nottetempo, 336 pagine, 19 Euro), Emanuela Cocco torna al romanzo confermando una delle caratteristiche più riconoscibili della sua scrittura: l’interesse per le oscurità della psiche e per le forme, spesso opache, nascoste, della violenza che attraversano le relazioni umane. Il libro prende avvio da una strage avvenuta in un appartamento nella periferia Ovest di Roma, ma fin dalle prime pagine appare chiaro che l’autrice è interessata più che alla soluzione dell’enigma – che pure analizza con lenticolare precisione – all’esplorazione delle oscurità morali e psicologiche che lo hanno reso possibile.
“Ha provato a spostarsi lì, dove stavano le due donne, ma non ce l’ha fatta, l’omicida lo ha raggiunto. Si sono scambiati un ultimo sguardo e poi altri colpi, in pieno viso, ed è caduto qui prima della porta d’entrata. Toni socchiuse gli occhi, come per assistere agli ultimi istanti del fatto di sangue”.
La protagonista, il commissario Toni Montixi, è segnata da un trauma infantile che continua a influenzarne la percezione del mondo, si muove nell’indagine con una sensibilità ferita che diventa una risorsa ulteriore, quasi un’antenna sensibilissima verso l’insolito, attraverso visioni, presentimenti, stati mentali ecc. Non è un’investigatrice infallibile, ma una figura complessa, costretta a confrontarsi continuamente con le proprie ombre. Questa scelta conferisce tridimensionalità al personaggio e impedisce al racconto di ridursi a un semplice esercizio investigativo. Anche i personaggi secondari sono credibili. Si ricorda la madre altezzosa, morbosa, di una delle vittime, un attore sui trenta anni contiguo con il mondo del porno, raccontato con sintetica precisione. Accanto a Toni Montixi, si alternano i vari colleghi della Squadra Mobile (Serianni, il sovrintendente Fiore, Adele Acapulco, Valiani) segnati spesso anche loro da fragilità e problemi personali, sentimentali, che interferiscono con il lavoro d’indagine.
Assai interessante è il rapporto tra Toni Montixi e Adele Acapulco, un legame di amicizia femminile, che introduce nel romanzo una dimensione di confidenza, intimità, e perfino condivisione letteraria, sotto il segno della scrittrice Doroty Parker che entrambe ammirano e che sarà occasione di un incontro finale fra loro. L’autrice statunitense – specialista di racconti – viene ricordata per la sua rappresentazione disincantata dei rapporti amorosi, spesso descritti come luoghi di squilibrio, di conflitto, oltre che per il suo sguardo ironico e critico sulle convenzioni sociali.
Anche l’ambientazione svolge un ruolo importante. La Roma descritta da Cocco è lontana da ogni oleografia scenografica o monumentale: è una città afosa, estiva, degradata, attraversata da contraddizioni sociali dove periferie e quartieri più agiati condividono lo stesso sottosuolo morale, diresti. L’ambiente finisce per assumere una funzione quasi narrativa, amplificando il senso di claustrofobia e inquietudine che pervade tutto il romanzo. Abbiamo accennato che sul piano stilistico, Cocco conferma la qualità della sua scrittura: dotata di «lucidità e controllo formale», ha scritto saggiamente qualcuno, una scrittura capace di affrontare materiali narrativi estremi senza cedere agli “effetti speciali”, ma anche capace di abbracciare generi/stili narrativi diversi (dal romance al racconto nero di indagine, dall’affresco sociale al reportage). La prosa è asciutta, precisa, governata da una notevole misura che è raro trovare nella produzione di “genere”. L’attenzione, il rigore alle procedure investigative e al lavoro della Squadra Mobile contribuisce a dare credibilità realistica all’indagine, la costruzione dei personaggi soprattutto quelli femminili, indugia sulle forme della violenza maschile esercitata contro di loro. Il risultato è un racconto corale che trasmette un significativo “effetto di realtà”. Anche disturbante, straniante, in alcuni momenti.
Questa impostazione comporta anche una precisa scelta di ritmo. Il nuovo romanzo di Cocco non è un thriller costruito sulla suspense. In Come ama il buio – Cocco si sofferma sulle motivazioni, sulle ossessioni e sulle fragilità dei suoi personaggi, puntando a una tensione emotiva più che all’accelerazione dell’azione e all’adrenalina. È una scelta coerente con la natura del romanzo e, direi, con il percorso letterario dell’autrice. Cocco non sembra interessata a una narrazione lineare e tradizionale: preferisce strutture polifoniche, voci insolite e una marcata ricerca stilistica. Come ama il buio credo che rappresenti un passaggio significativo nella sua evoluzione. Dopo l’esordio quasi sperimentale di Tu che eri ogni ragazza (narrazione corale sulla marginalità) e Trofeo (cupa allegoria del femminicidio: voce narrante ingegnosamente affidata agli oggetti appartenuti alle vittime), Cocco continua a interrogare gli effetti della violenza, i rapporti di potere, di sottomissione,, ma lo fa attraverso una struttura più ampia e accessibile, il libro sembra raccogliere e sintetizzare questi percorsi precedenti: il trauma, la manipolazione, l’esercizio del potere dentro una narrazione che utilizza il delitto come specola per una interrogazione più ampia e profonda sul Male contemporaneo.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.