I segreti di uno scrittore
D’Annunzio e i Folli
Memoria volterrana tra d'Annunzio e l'universo dei "folli". In occasione di un viaggio studentesco nel tempio del Vate a Gardone Riviera
La scuola era iniziata da poco. Lo so perché ricordo che, dal corridoio dell’imponente e storico palazzo Bertolli, sede dell’ISI Pertini, costruito su due fronti comunicativi, da un lato, la ferrovia, dall’altro, l’elegante anello della circonvallazione, una sorta di Gray carpet arricchito dalle mura e dalle molteplici e versatili villette liberty con i segni grafici di Chini, vedevo il mielarancio e gli schizzi cromatici degli alberi e delle piante “dell’alborato cerchio” già cantate dal d’Annunzio. Mentre mi stavo avviando in onironautica, sul rapporto tra città murate e l’uso del sonetto, in Elettra almeno, da parte del Vate picaro e guerriero, in omaggio complicato a Fibonacci e alla corte federiciana, sentii la voce altisonante dalla modellazione fonica propria del fiorentino colto, dai tratti baritonali tipici della mitologia giubberossiana, del mio amico Giorgio Cricco che mi ricordava di scrivere la domanda per la visita di istruzione, guai a parlare di gita, che avevamo deciso di fare in Gardone, meta il Vittoriale, per visitare la villa hollywoodiana del comandante e poeta dalle mille sensibilità.
Era ormai, questa, un’ abitudine del novembre inoltrato: la Cisa trapunta di neve e qualche genio estroso a piroettare negli scoscesi del Taro con canoe, chissà perché, quasi tutte o rosse o blu elettrico; la visione lattiginosa, la nebbiolina barocca, con sbuffi di nuvole bianche e consistenti dove ti immagini putti e angioletti del Raffaello Sanzio, ossimorici per modo e per intensità, perché intuisci, nella loro staticità, il movimento che, da un momento all’altro, può teatralizzarsi dando vita a un vero e proprio twist plot, e, nella noia apparente, uno sguardo vivacizzato da una intensa profondità cosmica; la gessosa, barocca modellazione del lago di Garda spiritualizzato dal profilo galleggiante della “verde Sirmio” che “nel lucido lago sorride, fiore de le penisole” che fa pensare a Catullo e, poi, la trattoria dove si arrivava attraverso strette viuzze che prendono luce dai fori alborei e dove, sempre, ci concedevamo un sontuoso gulasch o, meglio, visto che è il piatto di tutta la linea cimbrica, il gòlas. Durante il viaggio, mentre sul pullman si imponevano canti, per tradizione goliardica, canaglieschi e stonatissimi, Giorgio e io facevamo lo schema sulle cose da dire e pensavamo a come rendere, se non originale, almeno sorprendente la nostra “lezione” collettiva, tenuta, in genere, tra il “Parlaggio”, l’anfiteatro progettato da Maroni e concepito da Ariel, pensando a Pompei e alla wagneriana Bayreuth, e la piazzetta antistante la Prioria.
In un primo momento, avevo pensato al poliziesco, in arte, in musica e in letteratura, perché avevo letto un articolo, mi pare di Zaccuri, che ricordava l’importanza, la centralità che il genere letterario aveva assunto, dalla seconda metà dell’Ottocento, nella cultura di tutti i paesi occidentali. E poi, nello stesso periodo, rileggendo le lettere di Gramsci a Tatiana, mi ero imbattuto in alcune riflessioni che il fondatore dell’Ordine Nuovo faceva sulle differenze tra Conan Doyle e Chesterton, prendendo posizione a favore del secondo per l’umanità di Padre Brown e sostenendo che i sacerdoti cattolici, in quanto avi della “psicoanalisi”, grazie all’esperienza del confessionale, erano i più indicati a individuare le ragioni e le occasioni dell’umana brutalità. Fra l’altro, tutto questo cadendo, il geniale teorico del socialismo, in una perdonabile approssimazione. Le carceri, anche allora, difficilmente avrebbero potuto essere scambiate per succursali di Cambridge, per biblioteche e per archivi.
Anche se, “per le frequentazioni”, assolutamente luoghi pieni del meglio del sapere, visto che la stupidillima, oltre che criminale, dittatura fascista aveva messo sotto chiave il meglio della intellighentia italiana. La perdonabile approssimazione consisteva nell’aver ritenuto il Doyle protestante o lontano dalla nostra religione, mentre era lui il cattolico, per formazione e per studi (aveva frequentato lo Stonyhurst Jesuit College e la scuola cattolica di Clitheroe, poi ancora in Austria, in un altro collegio gesuita), mentre, sicuramente anglicano e poi aderente alla Chiesa unitaria, era proprio Chesterton.
Quindi mi ero intestardito di lavorare sul noir rintracciabile in alcune opere di d’Annunzio, pensando che potesse essere bellissimo cercare in un poeta, così limpido e totale come l’Ariel di Alcyone, le ombre, i brividi foschi del gotico e del malato. Inoltre, come mi fece notare Giorgio, con il suo splendido riflettere costruendo architetture logiche mirabili, per efficacia e per raffinatezza razionale, persino nella storia dell’arte c’erano tracce antiche e recentissime di questo interesse da Caravaggio a Cellini a David per non parlare di certe atmosfere presenti nei silenzi propri dell’immobilità di Edward Hopper. Ragguagli, questi, che dimostrano la sua qualità e che raccontano bene il credito da lui goduto presso scolaresche e docenti.
Vaddassé – come scriveva il fantasmagorico Luigi Veronelli che il 2 febbraio di questo 2026 avrebbe compiuto cent’anni – che il mio amico Giorgio fiorentino, ma di Bolzano per nascita e studi liceali, non è solo un competentissimo docente di storia dell’arte, ma “il critico e storico della creatività” che, assieme a Di Teodoro, ha congedato il celeberrimo Itinerari dell’arte per i tipi della carducciana Zanichelli che trovi praticamente nelle sale insegnanti di tutta Italia vista la diffusione. Oltre che un estroverso affabulatore. E, poi, per la musica, che volevamo dentro la nostra riflessione, ci vennero in mente I Pagliacci di Leoncavallo, Il tabarro e Tosca di Puccini e Il ballo in maschera e il Rigoletto e Il trovatore di Verdi fino ad arrivare a La notte di un nevrastenico di Nino Rota.
Questo mi parve una mirabile premessa per l’analisi che mi ero proposto di fare, lavorando sul Forse, su Giovanni Episcopo e sull’Innocente, romanzi del sacro Vate dal carattere ricco di suspense e di tratti di un timbro inquietante legato a scelte talentuose e innovative, assieme, a recuperi della tradizione popolare propria del romanzo di appendice. Come di solito accadeva, ci entusiasmammo per la novità del tema anche se, poi, all’ultimo momento, tutto ci sembrò un gioco dove le forzature, per colpa della fantasia, rischiavano di teatralizzare la estemporanea versatilità, di obbligo quest’ultima, in occasioni in cui la libertà dello spirito finiva per vincere sulla concentrazione. Quindi rovesciammo lo schema e introducemmo repentini cambiamenti di prospettiva. Anche se la colpa, anzi il merito, fu di Meriggio, la lirica alcyonica dove Gabriel si scioglie letteralmente nel paesaggio, nei colori, nel trasparente verde, “il mare pallido verdicante”, proprio come un pittore, alla maniera di Renoir e di Matisse. Da lì muovendomi fra gli incendi, fra le luci profondissime che si fanno splendente, variegato trionfo azzurro come l’orientale zaffiro della marina purgatoriale dantesca, mi venne in mente il perdersi dannunziano, sospeso tra sogno e follia.
Già, la follia, il tema che il mio amico Francesco Tornesello, psicoterapeuta e fondatore storico di Psichiatria democratica, mi aveva mostrato come centrale nel carteggio intercorso tra d’Annunzio e Scabia al tempo in cui il Vate stava lavorando al Forse, romanzo in cui la psicopatia è davvero il mal sottile che, prima della devastazione finale, attraversa tutto il testo.
Nel 1909, d’Annunzio rimase per qualche tempo a Volterra e si interessò della “città dei folli”, stringendo un rapporto di stima con Scabia, il direttore dell’Ospedale Psichiatrico, da lui definito “l’uomo d’alto ingegno, di profonda coscienza e di rigidissima disciplina della reggia della Follia”. I due condivisero una lunga corrispondenza. Solo alcune tracce e appunti tecnici sono rimasti, perché gran parte dei documenti è andata, purtroppo, dispersa. Un importante saggio, per capire la visione innovativa e culturalmente legata a una visione commossa e ricca di sensibilità umanistica dello Scabia e la versatile voglia di conoscere e di capire da parte del d’Annunzio, è senza dubbio il testo di Luigi Pescetti, D’Annunzio e Volterra. Aggiungo, per amore nei confronti dello Scabia, precursore della visione umana, cristiana, socialista della malattia psichica e della sofferenza inaudita, della umiliazione dell’ammalato che, negli ultimi anni della sua vita, subisce, Scabia sottolineo, angherie, pressioni, disprezzo, minacce subdole, maldicenze fino al pensionamento obbligato. Luigi Scabia, teorico dell’ergoterapia, della responsabilizzazione dei degenti nelle attività dell’ospedale, si chiuse allora in una dolorosa solitudine, “affondando le parole in oceani di silenzio” per non collaborare nemmeno con la polemica con la dittatura. I funerali del Dottor Luigi Scabia si svolgono il 21 ottobre 1934.
“Il corteo funebre parte da una stanzetta dell’Albergo Etruria, dove era stato curato negli ultimi tempi con amore e gratuitamente dalla proprietaria. Nonostante le autorità abbiano imposto le esequie alle 6 del mattino, le strade di Volterra sono affollate di persone sotto la pioggia e il vento violento”, come scrive un vecchio socialista. Ed è per questo che, in quel lontano novembre un po’ gelatinoso, per nebbia rorida e cheta, abbiamo parlato, Giorgio ed io, ai nostri studenti, della città dei folli, del Forse e delle opere d’arte di Géricault e di Signorini dedicate alla tragedia della malattia mentale, pensando entrambi intensamente al graffito inciso, da un ammalato, a cominciare dal 1957, con la fibbia del panciotto, su un muro del padiglione Ferri del manicomio di Volterra: 180 metri perimetrali, per due in altezza, di biografia, disegni, lacerti di canzoni, invettive, voci dell’anima, ricordi commossi. Questo capolavoro di scrittura è il racconto autobiografico di un uomo che si chiamava Nannetti Oreste Fernando, NOF, come lui si firmava. La sua storia ha coinvolto artisti, come Mino Trafeli, e scrittori come Antonio Tabucchi, un infermiere sensibile e colto come Aldo Trafeli, fotografi come Pier Nello Manoni. Oreste Fernando così voleva dimenticare il manicomio, la reclusione della sua anima, sciogliendo il suo canto in onore di una evasione davvero possibile. Un momento del suo tormento affidato a un volo antico: “Io sono un astronautico ingegnere minerario nel sistema mentale. Questa è la mia chiave mineraria. Sono anche un colonnello dell’astronautica mineraria astrale e terrestre”.
Il colonnello astrale NOF che, come ben ricordavamo Giorgio e io, nel suo scrivere, aveva rispettato i catatonici immobili sulle panchine davanti alle pareti, tanto che la scrittura si era arcuata, aveva aggirato gli esseri umani perduti nel loro paralizzato vivere fino a disegnare, la scrittura, attraverso l’assenza e il vuoto, le silhouette delle teste e delle spalle e dei toraci. La vita in vivida assenza raccontata poeticamente delle parole: “come una stella libero son io e tutto è mio e tutti fo sognare…”.
Accanto al titolo, cartolina dannuziana, licenza Creative Commons.