Un racconto di formazione
Amici
«A casa, come sempre, l’aspetta l’inferno. Quello di fatto vissuto da un figlio unico, che odia con assurdi ma gravi sensi di colpa, malanimo ricambiato, il padre, ricco commercialista ateo, cinico tanto da ostentare la nuova amante ungherese...»
L’ha conosciuto a una delle solite feste della Piera, nel suo palazzetto verso Rialto e la grande terrazza gloriosa sui tetti veneziani. Là incontri gente internazionale e professionisti adulti e ti si spalancano opportunità. Le stanze risuonano dell’orchestrina, la band di Sinisi, un jazz sinuoso e intrigante. Lui ci è andato, trascinato da Frida, che si chiama così in quanto i suoi genitori francesi erano innamorati della pittrice. Lui non sa bene se sta davvero con Frida. Lo eccita ballare i lenti con lei, strusciarselo bene a ridosso dei suoi calzoni attillati su tacchi enormi, ma le sopracciglia folte e le labbra troppo truccate, insomma non sa se bene ha voglia di concludere. Il suo compagno di corso Fabio lo prende in giro, convinto invece che quei labbroni promettono il Paradiso. Con lei gioca a fare il mondano e in più tramite la chiassosa compagna incontra sempre persone affascinanti. Sulla terrazza gremita che non si riusciva a passare e nel brusio di una babele di lingue lei inciampa in un ragazzo alto e pensieroso, che stava solo, appoggiato ad una balaustra. Forse anche per aver ingerito parecchi bicchieri di gin, proprio la marca che adora, lei grida eccitata “Francesco! Ecco il nuovo Renzo Piano!”. Si scambiano battute insignificanti e poco dopo, quando la ragazza scende di corsa perché le vogliono dedicare una canzone, lui ha modo di osservare meglio costui. Scopre appunto che fa l’architetto, che ha 26 anni, cinque più di lui. E a poco a poco si scambiano dettagli sulla propria attività intellettuale, lui sulla tesi già avviata sulla relazione tra paesaggi boschivi dell’altipiano di Asiago e la scrittura memoriale della guerra, ovvero mescolanza tra geografia e letteratura, a Padova. L’altro sui progetti di revisione urbanistica nelle periferie industriali. Qui, molto noioso, Francesco, ma gli occhi abbaglianti, la pelle stranamente olivastra, il filo di barba che gli incornicia un volto nobile, conferendogli però un che di selvaggio. Ma un’innocenza assoluta emanava dalla persona, insomma non osava interromperlo mentre sciorinava le strategie di risanamento ambientale. Lui ogni tanto socchiudeva gli occhi per difendersi dal rumore intorno, ad agevolare la ricezione. L’intesa era stata a tal punto fulminante che l’altro gli aveva proposto di proseguire la serata in qualche bar alle Zattere. “Ma non sono libero”, lui ha mormorato con una voce strozzata e in tono di rimpianto. Già, non poteva lasciare Frida e andare con tre non aveva senso. Si erano in compenso passati i propri numeri di telefono.
A casa, come sempre, l’aspetta l’inferno. Quello di fatto vissuto da un figlio unico, che odia con assurdi ma gravi sensi di colpa, malanimo ricambiato, il padre, ricco commercialista ateo, cinico tanto da ostentare la nuova amante ungherese. E una moglie umiliata, consolata dal volontariato negli ospedali e dalla morbosa sintonia con la propria creatura, “troppo fragile” a suo dire. Dopo l’ultimo scontro a tavola, ogni volta iniziato per banali pretesti, tra bestemmie da copione a insultare la “scema bigotta” lui era fuggito, slanciandosi fuori di casa, inseguito dalle urla indirizzate al “mantenuto impotente”. Ha letto da poco con torbido trasporto I Fratelli Karamazov e l’idea del parricidio lo ossessiona da tempo. Corre per strada, sale su un vaporetto e mentre passa in rassegna nell’agendina i nomi di presunti amici accoglienti o di virtuali fidanzatine scorge sullo schermo il numero di Francesco. Mezz’ora dopo, è a casa sua, a Castello. Appartamento affittato per un anno, finché dura la borsa post laurea allo IUAV veneziano. Potrebbe fare il pendolare, abita una sorta di castello antico dalle parti di Senigallia. Una cena frugale, comunque, verdure e carne lessa. Poi nel salottino- studio frugale, seduto su un divanetto coperto da un tappeto persiano si trova a raccontargli la sua vita privata. Parole inzuppate su un’intera bottiglia di prosecco. Stavolta è lui a monopolizzare il discorso. Ad un certo punto, si accorgono sorpresi che è l’una di notte. Francesco guarda il suo orologio e con naturalezza gli chiede “Che fai ora? Ti fermi qua, o te ne vai a casa? “. Davanti alla cadenza canterina marchigiana, fa una smorfia impaurita, scuote la testa e lo fissa indeciso. “Ok, si va a nanna”, l’altro sentenzia allegro e comincia a spogliarsi. Un gran materasso li accoglie. Si trova così a letto con lui e per parecchio tempo continua imperterrito a rovesciargli addosso le sue pene e la vergogna di trovarsi dentro un ridicolo copione, banale, da piccola cronaca nera. Sa però di avere una collaudata capacità di tenere l’uditorio, specie se ristretto, grazie a storie drammatiche. Sta in mutande, perché il pigiama offerto è troppo grande per le sue misure. Fuori, infuria il temporale e il canale vicino al Campo della Bragora a Castello, sembra tracimare nell’acqua alta in uno sciacquio minaccioso. Arriva a elencargli i nonni e i loro successivi decessi, per cui lui e la madre sono in balia di quell’uomo violento, che avrebbe fatto sordide speculazioni pure sui beni dei suoceri ingenui. Lo chiama per nome e scherzando gli domanda cosa impedisca tecnicamente cambiare il padre. E a un certo punto, commosso da tanta generosità nell’ascolto, hanno spento entrambi la luce nei rispettivi comodini gli dice “Vorrei che fossimo fratelli, io e te. Guarda un po’”. E l’altro ride di gusto, e gli confessa che lo prenderebbe volentieri, al posto della tremenda sorella Alessia litigiosa che si ritrova, legata al denaro in modo ossessivo. E gli spiega pure di avere una compagna, Lili, che purtroppo fa l’attrice a Roma e questo gli crea non pochi problemi. No, non è geloso, ma forse sì. Poi, mentre lui sta per cedere ad un sonno ristoratore, a dissipare emozioni e tensioni, sente nel buio la voce di Francesco e gli pare un gatto: “Posso fare una bianca?”. Di scatto, lo spinge fuori dal letto, anche se è ospite a casa dell’altro, e gli intima di correre in bagno. La mattina, al risveglio, si sente imbarazzato, quasi avesse perso un’’occasione di intimità autentica nella loro “bella amicizia”. Francesco gli consiglia una doccia, ma lui non osa andare oltre. “No, preferisco stare sporco ma devo correre da mia madre. Perché è anche manesco, il vigliacco”.
In seguito, a scusarsi della propria intransigenza igienista, ha iniziato a spedirgli lettere dalla sua casa a san Tomà inviate all’appartamento della Bragora. Gesto incongruo, data la irrisoria distanza, e nondimeno a lungo praticato. E ogni volta, vincendo la ritrosia ad usare formule enfatiche, chiudeva il messaggio con uno sfrontato “Ti voglio bene”. Non riceve più risposta.
Passano mesi. Lo incrocia una mattina nella coda davanti allo sportello dell’’ufficio postale alle Zattere. Allora estrae subito dal portafoglio, con un guizzo euforico del cuore, una foto minuscola come un francobollo. Giancarla, la sua attuale morosa, futuro medico all’Ospedale Civile, con cui si accompagna di recente. Scattata ad una festa. Molto riuscita, la foto, l’abito grigio di seta scollato le lascia vedere un accenno di petto, lo sguardo chino a terra, sorridente, pieno di malia. In questo modo non le si coglie il leggero strabismo. Francesco scruta a lungo la foto, sorpreso e ammirato. “Però”, mormora e quindi aggiunge “Niente male”. Si merita una chiosa compiaciuta: “Questa mi sa è una cosa seria”. In quel momento in effetti decide di sposarla. Francesco sarebbe testimone ideale alle nozze in Comune. L’altro in compenso gli comunica che il suo soggiorno veneziano volge alla fine, la borsa allo IUAV non verrà confermata per il prossimo anno. Dunque se ne andrà. Ma la notizia non gli procura dolore eccessivo. Anzi, uno strano senso di autonomia riassaporata. Resta così al suo posto quando lo vede uscire dall’ufficio, conclusa la pratica, reggendo in mano una grossa busta. Alza dolo la mano, quasi con fastidio.
Passano alcuni anni. Nel frattempo, l’amico si è defilato, non esiste più. Lui ha sposato Giancarla, è nato Guido, è morto il padre, una vera liberazione. La madre sembra ritornata giovane, e ha creato un’associazione di assistenze a domicilio per le cure palliative. Lui infine ha vinto il concorso per geografo ricercatore alla Facoltà di Lettere, a Ca’ Foscari. Casa e bottega, facoltà a due passi da casa, la nuova casa acquistata in parte grazie alla cifra lasciatagli per legge dal padre, il resto un mutuo vantaggioso. Una mattina piovosa d’inverno preferisce prendere il vaporetto per portare il bambino all’asilo, in passeggino, tutto fiero per gli infiniti complimenti che la creatura al suo fianco gli procura. Sta seduto in fondo al battello e sfoglia le pagine sportive del giornale. All’improvviso lo scorge dall’altra parte dei posti, e fatica a riconoscerlo. Non può essere lui, pensa, i capelli imbiancati e ridotti, il corpo leggermente ingrossato, le labbra secche, l’occhio incupito, l’incarnato olivastro ancora più scuro. Poi i loro sguardi si incrociano ed entrambi rimangono impassibili. Nessuno dei due cede nel compito di salutare per primo. Alla fine, distolgono lo sguardo. Nemmeno la graziosità di Guido ha favorito il ritorno dei contatti.
Si reca a Parigi, per un convegno di geografia e antropologia. Uscito il suo volume con Laterza, il suo primo edito da un grande editore. Non perde lo spettacolo alle Halles dell’Orlando Furioso di Ronconi. Ci va assieme ad un collega più giovane, da cui è trattato con una deferenza molto apprezzata che lo fa sentire quasi vecchio e importante. Tutto all’aperto, varie scene contemporanee, e il pubblico che si sposta di qua e di là scegliendo quel che gli garba, roba da supermercato. Ci è andato non appena ha letto nel casting il nome di Lili, la fidanzata di Francesco. E infatti senza fatica la vede, dietro una tenda aperta, quasi nuda sotto un drappo barocco. Eccola la sua concittadina e coetanea, l’attrice ambiziosa e smaniosa di lasciare la provincia. Seguito dal collega perplesso, scavalca alcune transenne, respinge un tecnico che pretendeva di fermarlo e giunto vicino alla ragazza, nera in tutto, gli occhi enormi, i capelli fluenti, il naso pronunciato, si presenta come l’amico veneziano di Francesco e gli chiede che fine abbia fatto. Lei si morde le labbra, lo guarda inorridita e quasi grida “Non sai, non sai di Francesco?”. Lui sorride incredulo. Si aspetta notizie riguarda a nuove svolte, essendo quello un anarchico milionario, un secondo piccolo Feltrinelli. Magari si è trasferito a Cuba. Ecco perché è scomparso di scena, ecco perché l’ha cancellato dalla sua vita. Poi la ragazza, allontanata dall’aiuto regista che chiarisce di essere il nuovo compagno della donna, aggiunge che è morto in auto, sull’autostrada a Bologna. Rientra in albergo col collega e non fa altro che parlare dello spettacolo. Un po’ faticoso, seguirlo bene.
Un mese dopo, galeotta una ricerca a Forlì (sta preparando una pubblicazione per il concorso di associato, e Giancarla è di nuovo incinta), si è prenotata una visita al Castello di Francesco, a Senigallia. Qui, trova la madre, il collo coperto da collane di coralli, la sorella sempre litigiosa, nei racconti del fratello e adesso erede universale, controllata dal marito avvocato panciuto, un paio di amici e di colleghi dello studio. Il sito allucinante, tutto merlature gotiche, soffitti altissimi, e finestroni con vetro veneziano e lampadari insufficienti a illuminare gli interni. Ma struggente il giardino, da dove irrompe il profumo straziante dei gelsomini. Li ha radunati la madre radiosa, soddisfatta di una serata in memoria del figlio. Non hanno fatto che ridere tutta la serata, tra aneddoti e facezie, a mostrare quant’era allegro e bontempone l’architetto, fin da ragazzo. E anche lui è stato brillante e mondano, come sa essere a volte. Quando saluta e scende i gradini subito avverte un dolore infinito, squassante, e un senso di ingiustizia. Una volta uscito, costeggiando alte siepi di glicini che spiovono dalle case vicine, lungo il viale che lo conduce alla stazione si mette a piangere. Sì, piange, piange il geografo. Soprattutto perché quel corpo di cui non ha voluto sentire la puzza la notte sul materasso adesso giace sottoterra nel tranquillo cimitero a due passi. E chissà i miasmi sotto l’erbetta. Piange a dirotto e gli si possono notare persino le spalle alzarsi e abbassarsi nei singulti in cui libera affanni celati in quegli anni. In più, e questo gli scatena ulteriori singhiozzi, si rivede sempre nell’episodio strano a Castello. Due o tre volte, le sue ginocchia si erano avvicinate alla schiena dell’architetto, per il freddo della camera, e intanto il braccio cercava la sua spalla, a sincerarsi che ci fosse, quasi a volersi fondere con quell’angelo misterioso e salvifico.
La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.