Una giornata particolare/1
Napoli è una cartolina?
Viaggio (con la macchina fotografica) in una città in continua trasformazione. Ma che in fondo resta sempre sé stessa per non sconfessare il suo mito
Sono tornato a Napoli dopo tanti anni, come teste obbligato in un processo che dalla notifica non sono riuscito a capire a cosa si riferisse, visto che era a carico di qualcuno a me sconosciuto, ma un sospetto ce l’ho; neanche ho potuto chiedere spiegazioni in tribunale perché, processo dopo processo e avvocaticchi senza arringa, dopo avvocaticchi senza arringa, le udienze si avvicendavano rapidamente, fino al momento in cui la giudice, assicuratasi della mia presenza, mi ha comunicato che non c’era più bisogno che testimoniassi.
Potevo andare.
Per il rimborso delle spese del treno mi sarei dovuto rivolgere al piano di sotto.

Napoli un po’ la conoscevo, così per modo dire, turisticamente parlando, Il Maschio Angioino, piazza del Plebiscito, Castel dell’Ovo, Posillipo, etc., ma l’ultima volta che ci ero stato fu per un reportage, al seguito di un gruppo extraparlamentare (che termine antico!) per documentare l’occupazione di alcuni appartamenti di case popolari ancora liberi alle “Vele”, nella famosa zona “167”, da parte di sfollati dai Quartieri Spagnoli dopo il terremoto del 1980.
Poi non ci sono più tornato.
Però Napoli, in fondo, per me, è sempre stata una presenza, anche se a latere.
Conoscenti, amici, frequentazioni varie, viaggi in macchina verso il sud Italia e considerazioni con un po’ di rammarico del tipo “ci potevamo lasciare qualche giorno per Napoli, sarà per la prossima volta” e poi Pino Daniele, Massimo Troisi, ma anche Murolo e Dalla, Un posto al sole, Totò e i De Filippo che sbucano ritualmente dai palinsesti televisivi, sono tutte presenze costanti. Napoli per me, in fondo, è un po’ come quei vecchi amici con i quali ti riprometti di non perderti di vista e di risentirti presto, ma poi nessuno dei due alza il telefono.

Mi era rimasta mezza giornata libera prima del treno di ritorno per Roma e allora, dopo una passeggiata in un luogo di difficile catalogazione come il Centro Direzionale (se si pensa all’iconografia classica partenopea) dove ci sono appunto i tribunali, le sedi bancarie, alcuni uffici pubblici, gli alberghi, i ristoranti, tutti inscatolati in strutture geometriche di vetro, in un tutto soprelevato, esclusivamente pedonale, rispetto al piano strada, decido di inabissarmi e scendo, scendo e scendo ancora, per prendere la metropolitana insieme ad un esercito di impiegati tutti abbigliati secondo un decoro da terziario, nessun poveraccio, nessuno con il viso di un altro colore, sono tutti seri, glabri, pallidi in giacchetta e cravatta e la componente femminile non cede a nessun vezzo: gonna al ginocchio.
Salgo sulla Linea 1 direzione Toledo per vedere la nuova e mirabolante stazione che non delude le aspettative e che mi avrebbe condotto ai quartieri spagnoli. Tra un soffitto/cielo fantastico e un mare che è trasfigurazione artistica, ma anche evocazione malinconica su pannelli retroilluminati, si prosegue verso l’uscita.
Giornata di sole, fresco primaverile, eccomi dunque ai Quartieri Spagnoli chissà ingenuamente chi avrei potuto o voluto incontrare, rivedere o riconoscere, dopo quasi mezzo secolo, in quel reticolo di cardi e decumani, alcuni di quei poveretti sfollati, due dei quali accompagnai alle “Vele” con la mia R4? E chissà dove vivono, ancora alle “Vele”, dove si rifugiarono?
Il navigatore del mio cellulare mi dice che ci vuole poco più di un quarto d’ora per arrivare al rione Sanità, altra zona “mitica” per il vecchio Totò ed ora anche per il giovane Jago.
Lo Jago Museum, è la prima tappa, per vicinanza e anche perché il museo chiude molto presto. E’ situato nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi e finalmente vedrò dal vero quei marmi immacolati, di cui si parla ovunque, sia nelle riviste d’arte specializzate, che sui social e che mi ero perso a Roma nel 2022 a Palazzo Bonaparte ed alla Chiesa degli Artisti.

Rimango interdetto di fronte alle opere di questo frusinate che ha trovato grande accoglienza in Campania.
Indubbiamente la perizia scultorea è impressionante, ma c’è un aspetto così pop, così contemporaneo, quasi cronachistico, nelle sue sculture che mi pare tolga mistero alle sue opere. Vista la risonanza internazionale dell’artista, la mia impressione su Jago in to the white, in questa chiesa restaurata con i toni tenui del grigio, sarà stata sicuramente mal influenzata dal poco tempo per riflettere.

Girare così a tappe ravvicinate, dove l’incommensurabile è escluso, in più col tempo contato in una grande città così ricca di storia, qualsiasi cosa mi venga in mente, mi fa sentire inappropriato e poi penso a Roma, alla mia città, alla quale ho dedicato numerose ricerche e lavori fotografici, cosciente di non essere ancora riuscito a comprenderne l’essenza, ma poi mi chiedo, ha senso voler ridurre la complessità ad una unità, rinchiudere all’interno di una definizione una città?
Se ripenso ai viaggiatori del Grand Tour mi sento ancor più inappropriato.
C’è una riflessione di Valentino Zeichen riguardo a Roma che dice, più o meno, che Roma ti fa sentire postumo. Forse, mutatis mutandis, la stessa espressione si potrebbe usare per Napoli. Chissà?

Con questi confusi pensieri in testa, seguendo le indicazioni della mappa digitale arrivo a via Santa Maria Antesaecula, 110. Non si può sbagliare è il palazzo dove nacque Totò e una gigantografia dell’attore campeggia sul portone, l’appartamento è al primo piano come indica un cartello scritto col pennarello su carta da pacchi e come suggerisce ad alta voce il ragazzo che col banchetto nel cortile vende statuine di Totò a pochi euro. Certo non sono preziose come quelle destinate ai presepi degli artigiani di San Gregorio Armeno, però per pochi soldi almeno somigliano alla maschera napoletana più famosa dopo Pulcinella.

L’ora si era fatta tarda e il treno per Roma non avrebbe aspettato, così nel percorso del ritorno mi sono concentrato più sull’orologio che sul paesaggio, comunque nel paese d’ ‘o sole e di Un posto al sole non potevo non notare un sedicente chalet del sole, completamente chiuso, ai margini del marciapiede, circondato dal traffico.
Addio al sole!
E il mare?
Perché chisto è anche ‘o paese d’ ‘o mare, ma il mare non l’ho visto; sapevo che era in fondo a Piazza Municipio, ma c’era una nave da crociera ormeggiata, molto più imponente degli edifici del porto, che ostruiva la vista, Vide ‘o mare quant’è bello, spira tantu sentimento, sarà per un’altra volta e poi dovevo inabissarmi per prendere la metro, direzione Garibaldi.

Poco dopo sul treno ho aperto lo zaino per rivedere la statuina di Totò e mi sono accorto che era made in China.
Non poteva essere altrimenti.
Napoli intanto scorreva al di là del finestrino.
Ciao a presto.
Tutte le fotografie sono di Roberto Cavallini.