Daniela Matronola
A proposito di “Bel passato”

Il gioco della poesia

Nella sua nuova raccolta, Valerio Magrelli smonta la macchina delle comunicazione poetica come fosse un gioco per bambini. Alla ricerca di una vita di emozioni

Il poeta agguanta definitivamente, più del senso e del modo del proprio fare poesia, la sostanza proprio di cui la sua poesia è fatta – e non è la medesima sostanza dei sogni: semmai è una poesia fatta di tentativi ed esperimenti, sperimentale in senso proprio, tutta aggrappata alle sue immagini, a un repertorio di figure e metafore che provengono dai mondi più diversi, spesso in totale dissonanza gli uni dagli altri eppure miracolosamente imbastiti a tenere la sutura chirurgica, come le cuciture a giorno delle sarte, di nuovi insiemi, nuovi caleidoscopi, nuovi arabeschi della mente e dell’occhio, nuove combinazioni cromatiche. Niente di artificioso e incomprensibile, tutto viceversa limpido e chiarissimo, talvolta sfolgorante, altre volte comburente o già combusto: manufatto umanissimo, però, pieno di una pietà che non è compassione e superiorità di un io sproloquiante per giunta in versi ma è sguardo pieno d’amore e affetto, che più emerge quando i versi disegnano piccoli sipari familiari o cantano i figli e i giovani (senza lavoro).

Il poeta già nel 2018, quando riunì per un volume unico le sue prime sei raccolte di versi, aveva trovato la definizione precisa di questi oggetti compiuti e spinosi, quasi contundenti, quali sono tutte le sue poesie e, direi proprio, uno per uno, tutti i suoi versi: la parola per l’appunto è CAVIE.

Il poeta di cui parlo è Valerio Magrelli: il Salone del Libro di Torino di quest’anno (14-18 maggio scorsi), che si è fregiato di un titolo prezioso di Elsa Morante che era tutto un programma, Il mondo salvato dai ragazzini, ha visto l’editore Manni di Lecce portare all’attenzione del pubblico che ha affollato i padiglioni della più importante fiera italiana dell’editoria tre autori coi rispettivi libri – Valerio Magrelli appunto, con Bel Passato, nella collana di poetica e poesia ideata e curata da Antonio Prete (Manni, 104  pagine, 14 Euro): Marco Dané, Se potessimo fare un bel giocoDal paese di Giocagiò a Tandem, la tv dei ragazzi raccontata da uno dei suoi protagonisti (ManniVaria), libro curato per i cultori (come me) della vera televisione da Francesco Maltarello); e Bruno Gambarotta, tornato all’incontro con i lettori col suo primo romanzo, ripubblicato da Manni quest’anno: Torino, Lungodora Napoli (l’esordio è del 1995, con Garzanti: primo thriller-noir di questo spiritosissimo autore televisivo, anche attore in alcune serie televisive molto gustose).

Grande attenzione ha destato giustamente questo piccolo libro, Bel passato, agile e pieno di tesori, poiché Magrelli qui è chiamato a fare qualcosa che ha sempre allontanato da sé, da cui si è sempre ritratto.

Si acclara definitivamente in questo libro il fatto che Valerio Magrelli è un poeta metafisico, nel senso, proprio, dei metafisici inglesi del ’600, collega stretto a mio parere di John Donne, anche se, per ragioni evidentemente cronostoriche, nel mezzo, c’è stato un certo T. S. Eliot, a mediare anche con i simbolisti francesi, soprattutto Valéry – molto tirato in ballo da Magrelli nelle sue note, e come lui, però, si potrebbe dire, con altrettanta aspra dolcezza, Eugenio Montale.

La poesia di Valerio Magrelli non è solo arguta, acuta, tecnica, sprezzante, smagata – è anche scientifica e sintomatica. Ha anche raggelanti freddezze, freddure scozzesi a volte, verrebbe da dire – eppure proprio in quelle punte d’iceberg, in quei cubetti ghiacciati, in quelle vette cristallizzate, batte un’umanità grande, allegra, e un po’ bambinesca, quasi birichina. Cioè Valerio Magrelli nella poesia legge il mondo e lo illustra, lo disegna, lo affresca, lo comunica anche graficamente. Ce ne dà anche la resa strutturale, meccanica, ancorché macchinosa, però smontata e tutta esposta nei denti e nelle catene, come fa il bambino che, giocando, prova davvero gusto solo quando il giocattolo è rotto, tutto ridotto in parti separate, tutto sparso e inerte.

Bel passato, composto da Magrelli su invito di Antonio Prete per Manni (Poetica e Poesia), rafforza questa idea. Solo per inciso ricordo a tutti che Valerio Magrelli, fino a pochissimo tempo fa, è stato anche un accademico, docente di Lingua e Letteratura Francese, filologo, con un ultimo breve periodo di docenza negli Stati Uniti.

La precisazione può avere esiti diversi. Tortuosamente potrebbe indicare il respiro largo dell’ispirazione, che tuttavia non dipende solo dalle molte lingue conosciute lette e usate dal poeta ma può avvicinarlo anche a una certa sensibilità più ampia nella formulazione del dettato accostandolo vertiginosamente all’invenzione poetica di John Donne, appunto, e all’invenzione linguistica dei Metafisici.

Ma no, non è questo il mio scopo. Il mio scopo qui è sottolineare due aspetti.

Il primo. In Bel passato, Valerio Magrelli analizza il sé stesso poeta, appunto, affrontando per la prima volta, a suo stesso dire, la formulazione di una propria ragionata poetica. Magrelli dichiara subito di non essere tagliato per l’autoanalisi testuale, però poi ci si lancia a capofitto con risultati per lui esultanti e per chi legge decisamente esaltanti.

Il secondo. Aspetto ottimo: questa autoanalisi dopotutto consiste anche in una inevitabile ricostruzione del dietro le quinte della composizione. Diventa anche uno sforzo di memoria, che è sostanzialmente un gioco evocativo di recupero dei materiali di questo specifico e unico fare poesia.

Il punto più alto è certamente quasi al centro del libro, tra le pagine 42 e 47: la composizione è di soli 16 versi, anche brevi, e scoppiettanti (ed è anche questione lessicale), ma a fare da cornice c’è un esergo che riporta una sentenza di tribunale, e in coda esplode il pezzo forte, segue nota si potrebbe chiosare[(del resto, lo stesso Magrelli, in coda a Lapsus (pag.83/84) chiude la nota con “(segue video)”]: l’analisi testuale / ricostruzione intreccia ben quattro moventi compositivi, virando dalla materia e dalle macchine a un io che nell’ultimo verso personifica il tema in un “ritratto dell’attrito”. Viene fuori un saggio, breve, lungo però ben cinque pagine, in cui è riportato per intero un brano di Tito Livio, ed è svelato il tortuoso meccanismo da cui è venuto fuori il battesimo Italia. Non svelo di più: si tratta di un galoppo avventuroso che chi legge non deve perdersi.

Il poeta Magrelli non ha rifiutato l’autoanalisi pur non sentendovisi pronto, né, all’inizio, sintonizzato.

Al contrario, ci si è tuffato a capofitto – e ha goduto come un bambino chiamato a mostrare i suoi giocattoli, o come un mago invocato di svelare qualche trucco.

Il risultato, momentaneo parziale e puro, su una parte di testi scelti, è non solo la corrispondenza tra i versi e il florilegio della prosa che li analizza, li racconta, li chiarisce (o anche no), e un po’ li risistema, ma è anche il disvelamento dei molti corto-circuiti, delle numerose simmetrie, dei giochi di specchi tra le parti oggettuali che li nutrono e li affollano, delle associazioni di idee irresistibili sulla cui cresta il poeta come un surfer ha veleggiato navigando senza riserve il proprio mare di oggetti temi suggestioni lasciandosi portare dal ritmo sincopato della sua verve inventiva sempre carica.

Insomma ci si ritrova su un ottovolante con dotazioni di sicurezza che, mentre lanciano il vagone lungo circuiti veloci spesso combinati e inarrestabilmente dinamici, pure trattengono chi legge ben ancorato perché si goda lo spettacolo seppur restandoci sballottato dentro col cuore in gola.

La poesia (Bel passato, pagina 57)

Le poesie vanno sempre rilette,
lette, rilette, lette, messe in carica;
ogni lettura compie la ricarica,
sono apparecchi per caricare senso;
e il senso vi si accumula, ronzio
di particelle in attesa,
sospiri trattenuti, ticchettii,
da dentro il cavallo di Troia.

Nessuno […]mi commissionò questa poesia, benché la prima metà risulti evidentemente condizionata da un gesto quotidiano,
ormai familiare a tutti noi: rimettere in carica il cellulare. Dopo di che, a causa di un’antica consuetudine con il mondo classico,
l’analogia schizza via per raggiungere quanto di più lontano si possa immaginare, facendomi ritrovare con l’amato Ulisse.

– e Viaggiare (Bel passato, pagina 85):

Ho sempre viaggiato come un ossesso.

La poesia è volo che si alza pur tenendosi accanto qualche zavorra di sicurezza, pronta presto a riatterrare spompando a tratti il fuoco che la alimenta. La poesia è una mongolfiera, o un dirigibile. È volo – anche quando accetta di dispiegare le istruzioni per la crociera e i foglietti illustrativi. E questo, in chiusura, dà agio d’accennare a un aspetto, tipico, emerso in tutta la produzione di Valerio Magrelli (fin dall’esordio nel 1980, con Ora serrata retinae): il tratto clinico-diagnostico.


La fotografia accanto al titolo è di Roberto Cavallini.

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