A proposito de "La messa del lunedì"
Il peso delle parole
La nuova raccolta di Giuseppe Langella conferma la scelta dell’autore di fare della poesia uno strumento di forte impegno civile
L’idea che l’impegno civile e il confronto con la realtà debbano costituire l’intelaiatura e l’elemento dominante della letteratura è da anni motivo centrale, negli ultimi tempi in maniera più definita e determinata, della scrittura poetica e della riflessione critica di Giuseppe Langella. La poesia, sia pure dall’angolo marginale dove è stata confinata e dove essa stessa si è relegata, deve saper considerare le vicende che pesano sull’epoca che stiamo attraversando, pronunciare una moralità, esprimere opinioni e offrire aspirazioni di cambiamento.
Da queste premesse teoriche nasce, all’interno della casa editrice La scuola di Pitagora, la collana Fendinebbia (il nome è evidentemente programmatico), di cui Langella è ideatore e curatore. In questa collana, il poeta ha recentemente pubblicato la sua raccolta di versi La messa del lunedì. Il titolo, come scrive lo stesso autore nella prosa critica introduttiva Sulla soglia, vuole sottolineare la necessità di “guardare alla vita e disporsi a viverla ogni momento, come una messa ininterrotta sulle strade del mondo”, sciogliendo così l’anomalia del riferimento al lunedì che sembra collidere con i caratteri di sacralità e di festività propri del termine messa. Insomma ogni giorno, e anche al di fuori degli edifici di culto, l’azione di donne e uomini deve essere decisa e costante nell’affermare i sentimenti di giustizia sociale, di condivisione, di comprensione delle esigenze e delle debolezze altrui, di rispetto per i più deboli, siano essi individui o intere popolazioni: valori che Langella lega alla fede religiosa e che sembrano ormai dimenticati nella dominante volontà generale, tendente all’affermazione degli interessi particolari. La poesia, invece che fossilizzarsi ossessivamente sull’io di chi scrive, deve far sentire, insieme alla voce dell’autore, quasi a essa frammista e sovrapposta, quella dei diseredati, degli afflitti, degli sconfitti, dei sofferenti. Il titolo del volume e le intestazioni delle varie sezioni (Ecclesìa, Liturgia dell’ascolto, Memoriale, Rendimento di grazie, Offertorio, Ite) suggeriscono al lettore di coniugare i valori evangelici con quelli dell’azione civile e sociale, con i primi che vanno recuperati anche al di fuori dell’ambito propriamente liturgico, dilatandoli e assorbendoli nella vita di tutti i giorni.
La nostra fragilità di esseri umani dovrebbe condurci a un diverso atteggiamento nei confronti degli altri, di comprensione e di vicinanza, se non proprio di fratellanza (“Ma sotto l’unico cielo / siamo persone e comune è la sorte”, La stessa sorte; “perché ognuno è una somma e il totale / è una somma di numeri primi”, Ubuntu). Invece siamo pronti ad alzare barriere, a creare divisioni, a sentire nell’altro un nemico. Nemmeno siamo capaci di difendere il pianeta che abitiamo, giorno dopo giorno straziato dai crescenti egoismi e dalle interessate disattenzioni. Di fronte a questo stato di cose, la reazione porta certo alla denuncia e all’indignazione, ma la poesia di Langella lascia anche intravedere una speranza, una luce che possa indicare una via, che permetta di immaginare un futuro diverso. Nella poesia Bel tempo si spera, la condizione ambientale della quale siamo artefici e vittime è resa esplicita, così come lo stato di perenne conflittualità tra gli esseri umani, sempre pronti a risolvere le controversie con il ricorso alla violenza e alle armi: “Nessuno fa niente per niente”; “La Terra è una malata terminale / avvolta in uno scialle di veleni”; “Somiglia il mondo ad una polveriera / che basta una scintilla, esplode tutto”. Eppure è necessario non abbattersi: così la Terra “dura ancora e un ciuffo d’erba spunta / spavaldo da una giungla d’asfalto”. Malgrado questo “il cielo brilla, tuttavia, e a sera / il mare è in pace, bel tempo si spera”. Rassegnazione? Indifferenza? Piuttosto, invece, guardare alla bellezza, della natura e dell’arte, consente di considerare di una qualche utilità i nostri sforzi e le nostre parole. Del resto, l’incipit della poesia che introduce alla prima sezione del libro e dunque all’intero volume recita: “La bellezza è il tuo pannello solare. / La cogli dove c’è…”.
I versi de La messa del lunedì dichiarano un progenitore nobile in Alessandro Manzoni, come è reso evidente nella poesia A immagine e somiglianza. Langella si chiede se tutti gli esseri umani possano essere considerati davvero il ritratto di Dio. “Anche l’avido, il furbo, lo strafatto, / il cinico, il sicario, l’invidioso, / il falso, il vile, il viscido, il curioso? / […] / A te somiglierebbe l’assassino / e il pedofilo avrebbe del divino?”. Per concludere che “ci riporti indietro, tu, all’essenza”, al tempo che precede il “peggior uso dei tuoi doni”, avendoci forniti “di criterio e di parola, / di coscienza che punge e che consola”. Versi che richiamano al “Dio che atterra e suscita, / che affanna e che consola” del Cinque maggio di Manzoni.
Del resto, Langella, che è professore emerito di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano, ha dedicato diversi e importanti studi all’autore dei Promessi sposi.
La letteratura deve guardare alla verità del presente, nel tentativo di dimostrarsi utile, proponendo un insegnamento di carattere morale. Non è un caso che Langella, nel recuperare il punto di partenza del suo interesse per la lettura, per la letteratura e l’insegnamento scolastico, faccia riferimento esplicito a Cuore di Edmondo De Amicis, in particolare nella poesia Piccoli eroi dei due mondi. Il protagonista del racconto Dagli Appennini alle Ande, che “è stato il mio eroe dei due mondi”, oggi, assicura Langella “ha cambiato nome e meridiano”. È Sayed, un bambino afgano: “L’ha soccorso una pattuglia, smagrito, / dai digiuni dopo un viaggio di mesi: / migliaia di chilometri via terra, / attraverso nove paesi, a piedi / o in camion, per raggiungere suo padre, / fuggito dalla fame e da una guerra”.
Dal cattolico Manzoni come dal socialista De Amicis, Langella ricava l’idea di una poesia che sappia parlare al cuore dei lettori, per smuoverne le coscienze. La lingua è piana, diretta, senza punti oscuri, fa uso spesso della rima, perché la poesia possa commuovere e muovere alla reazione, e svolgere così la sua funzione civile, senza indulgere in svolte consolatorie e senza deviare lo sguardo dalle tragedie che la realtà quotidianamente mette sotto i nostri occhi.
La fotografia accanto al titolo è di Giuseppe Grattacaso.