A proposito di "Parioli"
Indagine sui Parioli
A metà strada tra il saggio, il romanzo e lo studio sociologico, il critico Filippo La Porta racconta uno dei quartieri di Roma più celebri, contraddittori e "chiacchierati": i Parioli
Filippo La Porta, critico militante con vasti interessi nella filosofia per formazione e nella sociologia della letteratura per vocazione, firma un omaggio, appassionato e refrattario insieme, al suo quartiere romano di nascita e formazione, Parioli (Paesi Edizioni, 120 pagine, 15 Euro).
Prima di inoltrarci nel libro, va fatta una doverosa precisazione: questa sorta di peana spassionato è, con sagace gesto di scrittura, spostato dal suo autore su un suo alter ego, Fabrizio, che è lui e non è lui. È certamente un’oggettivazione che lo mette al riparo da ogni tentazione di confessione senza filtri e lo induce, anzi lo costringe, a una rielaborazione e a una rievocazione, cioè all’uso di strumenti poetici, propri del fare scrittura, del fare letteratura.
Dunque questo libro che libro è? La risposta è in fondo a questo articolo.
Nella koinè tutti noi siamo usi dire I Parioli, anche perché, come subito, nelle prime righe, ci ricorda l’autore, il nome del quartiere è legato ai peraioli, coltivatori di alberi di pere: un’origine umile, agricola, rurale, a cui nessuno più pensa ora che, e da decenni, anzi da più di un secolo oramai, il quartiere, con almeno due anime, ma anche tre o quattro, è sinonimo di ricchezza, di potenza, di architettura di edifici giardini e parchi – ed è, nel suo cuore più raccolto e defilato, quartiere di villini.
Nel romanzo Il mister ce lo ricorda bene Manlio Cancogni, lanciato sulle tracce di Fulvio Bernardini, il quale, sia detto per inciso, ha giocato con mio zio Renatino che nella rimessa da calcio d’angolo con un tiro a effetto era in grado, puntuale, di mettere la palla in rete, di segnare un gol del tutto imparabile.
Be’, tanto vale che lo dica, questo saggio mi coinvolge molto in prima persona perché ho abitato per quindici anni in via Gian Giacomo Porro, proprio sopra la clinica Quisisana, dove agonizzò e morì, piantonato, Antonio Gramsci, poi sepolto nel Cimitero Acattolico a Testaccio, quartiere di arrivo di Filippo La Porta, che ci vive dagli anni Ottanta – io da cauta distanza ho seguito, lì, gli ultimi giorni di Cesare Garboli: dalla terrazza vedevo passeggiare in apprensione Rosetta Loy e Carlo Cecchi.
Tornando solo per un attimo a Manlio Cancogni, nel suo romanzo riceviamo subito la notizia della gentrificazione del quartiere e anche del suo diverso orientamento cartografico – negli anni Trenta del Novecento è già avvenuta la sua trasformazione in quartiere di villini che trasversalmente prosegue verso Trieste Vescovio Monte Sacro fino a Città Giardino. I villini sono destinati ai gerarchi e alle loro famiglie, e danno luogo a un’architettura urbana graziosa, ordinata, di pregio, quieta, familiare, in cui un ruolo di pacificazione domestica è affidato ai giardini. In questa prospettiva l’intero asse urbano è denominato Quartiere Savoia – aggiungo che, tristemente, dopo la fine del fascismo, una strada fine e molto elegante, proprio nel giro di strade defilate che scendono da piazza delle Muse a viale Romania, viene intitolata a Mafalda di Savoia, deportata, nonostante il lignaggio, a Buchenwald il 23 settembre 1943, dove morì nemmeno un anno dopo. È un posto dove torno ogni volta che posso.
Come ci ricorda Filippo La Porta nel suo agile libro, denso di dettagli, il quartiere Parioli divenne un laboratorio di architettura urbana a cielo aperto, specie nell’area compresa tra piazza Euclide e viale Bruno Buozzi, ma anche a piazza delle Muse: i grandi architetti hanno concepito soprattutto palazzi, i grandi edifici residenziali di pregio – seguiti all’epoca dei villini, e sono riusciti persino a creare una basilica minore, una chiesa monca a cui manca la cupola, mentre con essa dialoga una chiesa intera, completa di tutto, però intitolata a un terribile inquisitore che decretò il rogo di Giordano Bruno.
Tutto questo ma non solo questo ha segnato uno sdoppiamento d’anima dei Parioli. E Fabrizio, alter ego esplicito dell’autore, riflette dopotutto questa doppia natura: si muove tra i primi moti della contestazione giovanile degli anni Sessanta e un’appartenenza incancellabile al quartiere che si reifica in una partecipazione senza remore ai riti sociali della gioventù di piazza Euclide. E il costume, nel senso proprio del vestito, cambia, tra una scelta e l’altra.
In effetti esiste un quartiere Parioli che fa capo a Piazza delle Muse e un quartiere Parioli che fa capo a piazza Euclide: in mezzo un asse, inizialmente concepito come viale del passeggio, che è Viale Parioli.
Ma poi ci sono anche via Barnaba Oriani e via Bertoloni, c’è via Stoppani e piazza Pitagora, e ci sono Villa Balestra (a cui sono dedicate alcune incursioni, nel testo, struggenti) e via dei Monti Parioli e poi via Rubens e il viale delle Belle Arti con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna (diretta magistralmente da Palma Bucarelli) col suo sontuoso Caffè. Ci sono molti nuclei, nel quartiere Parioli, e in uno di questi è concepito il quotidiano e il movimento il manifesto di Pintor Castellina Rossanda Parlato.
Questo libro è una piccola miniera. Ma soprattutto che libro è?
È il romanzo personale e smaliziato di un quartiere.
È un personal essay (genere molto caro a Filippo La Porta, che ne è un vero e proprio cultore) in cui l’autore si traveste prendendo l’identità letteraria di Fabrizio, nome di fonte stendhaliana, non solo per distanziarsi da un oggetto che, dati i rischi inevitabili delle alte temperature emotive tra autobiografia e memoria, avrebbe rischiato di travolgerlo (quindi per maneggiare l’oggetto scottante con la dovuta cura e col dovuto distacco) ma anche per lasciare al lettore il gusto di una identificazione possibile mentre lo segue nelle peripezie e nelle trasvolate tra persone di famiglia, persone conosciute, persone incontrate e riviste: struggente la parte dedicata ai compagni di scuola: alcuni persi di vista, altri amici fraterni per la vita. Cambiando gioco da un’altra parte del libro, mi si passi il gergo calcistico in parte autorizzato dai trascorsi ricordati qualche riga prima, l’autore evoca in modo indiretto una cara amica parlando di suo padre, scrittore, che dei Parioli scriveva negli anni Cinquanta.
C’è in effetti un vero e proprio inventario letterario dei Parioli, neppure troppo soffuso, da intendersi non soltanto come profilo storico e storicizzato di autori che hanno abitato e raccontato i Parioli ma come ricognizione delle voci attuali che dai Parioli e sui Parioli, anzi nei Parioli, raccolgono le forze dell’invenzione letteraria.
C’è una mitologia dei Parioli che qui viene serenamente smontata, anzi accantonata – tolta di mezzo.
C’è il tentativo, riuscito, di parlare di questo quartiere con affetto e con atteggiamento smagato. Come meritano tutti i temi seri e stratificati (qui qualcuno avrebbe preso dritto per l’aggettivo alla moda, complessi) a cui bisogna levare la patina di comode semplificazioni a cui ci si è abbandonati nel tempo per pigrizia per facilità per incuria. Dire tutto è l’evidente punto fermo di questa indagine sui Parioli, che Filippo La Porta conduce in modo accurato, diciamo, dentro casa propria, anche se la casa è stata lasciata da tempo, per dare corda al giovane contestatore della mattina e accannare il ganzo ben vestito del pomeriggio.
Poiché la casa dopotutto riguarda anche me però anch’io l’ho lasciata da tempo, riferisco, in chiusura, che proprio un architetto, in anni recenti, ironizzando, direi in modo efficace, ha ribattezzato il quartiere Borgata Parioli.