“La conoscenza concentrica”
Il viaggio di Luzi letto da Leone Piccioni
Raccolti in un volume – a cura di Gloria Manghetti – i testi del critico letterario sull’amico poeta. Seguito nella sua produzione dal 1949 (Piccioni aveva allora 24 anni) e mai più lasciato, intuendone pienamente, e poi sempre di lui affermando, la grandezza e l’umanità
Della profondità critica di Leone Piccioni si sa, è nota quella sua capacità di intendere nella sua interezza i testi poetici e narrativi, e di sapere cogliere di un autore, nella molteplicità delle parole, dei versi, delle narrazioni, quello che è il nucleo fondante della creazione artistica, il centro del centro di quel dire. E vale in questa ricchezza interpretativa, quella specie d’occhio ulteriore, che giunge a stupire il lettore, per quell’intendere il tutto e il particolare, con uno sguardo che si fa intenso e ponderato giudizio. Questo anche quando Piccioni avverte che non tutto del senso letterale è comprensibile (perché poi è nella onesta sincerità del dubbio e nella confessione di dover colmare di interrogativi il suo procedere), rammentando che pure l’amato Ungaretti, parlando di Stéphane Mallarmé, diceva di brancolare nel gorgo di quella poesia; ecco allora che il critico esprime un pensiero straordinariamente prezioso sulla esegesi della scrittura poetica: «si può profondamente “sentire” la poesia, prima ancora di intenderla nel suo senso preciso per un “quid” tra musicale e fantastico che ti prende e ti scuote».
Leone Piccioni ha in serbo il dono dell’intuizione folgorante, e la sua prosa, a volte dovutamente dispiegata, a volte sintetica o fatta semplicemente di impressioni, a volte risolta in un tratto, in un appunto, o nell’attimo di un respiro, rivela il dovuto di una poesia e di un autore. Se poi l’autore al centro del discorso è Mario Luzi, allora si intende che il valore di tale studio si fa ancor più prezioso, perché la ricerca sul poeta parte da lontano e si converte in un contributo decisivo. È infatti doveroso ricordare che se Luzi, fin dai suoi inizi, ebbe sicure attenzioni, è Leone Piccioni che in vari scritti e interventi, lo definisce nella sua assoluta grandezza, collocandolo immediatamente dopo Ungaretti e Montale, rispetto ai poeti “emersi” in quegli stessi anni (Bigongiari, Bertolucci, Caproni, Gatto, Parronchi, Sereni ecc.). Un giudizio che influenzò la critica e aiutò a “costruire” lo spazio prestigioso che Luzi ebbe nello scenario letterario italiano. Furono molteplici gli scritti di Piccioni dedicati al poeta fiorentino e ce ne dà conto, almeno in parte, il libro, dalla bella veste grafica, edito da Succedeoggi Libri, col titolo: La conoscenza concentrica. Scritti su Mario Luzi 1949-2001. Dico subito che per me questo volume è come un regalo, essendo Piccioni e Luzi miei decisivi riferimenti, ma credo che questo libro possa dire tantissimo a tutti, riguardo la comprensione del tragitto poetico compiuto dal poeta toscano: una lettura originale e appassionata che permette di “attraversare” e comprendere al meglio questa altissima unica poesia. (Nella foto, Mario Luzi e Leone Piccioni. @ Archivio Centro Studi Leone Piccioni).
Il libro, prefato con intelligente partecipazione da Roberto Mussapi, postafato da Alfiero Petreni, un caro amico di Pienza dei due scrittori e direttore del Centro Studi Mario Luzi “La barca”, è curato con perizia e dovizia di particolari da Gloria Manghetti. Documenta il lavoro critico e interpretativo di Piccioni su Luzi lungo buona parte della seconda metà del Novecento, iniziato quando ancora era un giovane studente, allievo di De Robertis, folgorato da una poesia che si modulava, fin dalle prime prove, come un vero e proprio canto («La forza di canto che riesce a diffondere anche istintivamente, per suggestione prima»). Piccioni, riesce a cogliere decisivi passaggi nelle raccolte luziane sparse nel tempo, ma anche nei saggi, come nel caso de L’inferno e il limbo, indicando un aspetto assai importante del Luzi saggista e cioè che anche i suoi repertori di critica o di prosa «si vorrebbero collegare alla corrispondente opera poetica … subendo la tentazione di subordinare il resto della sua produzione letteraria alla sua poesia». Ma Piccioni è pure attento alla persona (come peraltro sempre ha fatto riguardo ai tanti scrittori che ha frequentato, spesso grandi amici, e di cui ha tracciato in vari libri ritratti geniali, affettuosi, profondi, a volte ironici e frizzanti, a volte compassionevoli), a quell’uomo impervio, spigoloso e desolato, ma pure «animato e sorridente, polemico e contenuto, quieto e disposto».
In Luzi c’è un “insieme” che si tiene e si forma come qualcosa di unico, a cui egli riserva uno sguardo speciale, perché nel poeta amico vede «umanità vera, d’un uomo intero: la dignità morale, il coraggio di vivere d’un uomo intero… il senso e il richiamo continuo a quello che un confine morale determina, quello che vieta… con un continuo e rinnovato rispetto dell’amore… pensiero e impegno, misura e pietà, discorso pacato e intuizione folgorante, fuso in una forma lirica che sempre si rinnova e si placa». Un “riassunto” compiuto e completo (già perché Piccioni tende sempre, pur partendo a volte dal particolare, a dare un quadro totale di chi è al centro della sua analisi) che si confronta quindi non solo con i versi ma pure con l’uomo Luzi, che possiede spessore morale e sentimento e riesce a «portare il mondo nel centro del proprio canto per descrizione culturale del medesimo… (così) è partecipare della angoscia e della felicità, della crisi e della speranza, in un punto solo del mondo, e insieme, dovunque, con la misura cristiana». (Nella foto di Alfiero Petreni, Mario Luzi e Don Fernaldo Flori a Sant’Anna).
Ecco a Piccioni preme sottolineare questa tensione complessiva di uno scrittore, di un poeta, quindi rilevarne la creazione prima, il nocciolo magmatico dell’esistere, il saper vedere i fondamenti delle cose che lo circondano, quindi quella luce (o quel buio) che promuove la vita, la parola e il verso. Leone Piccioni ama la poesia luziana perché, come dice, lì trova quella «scadenza breve, come se per concludere il discorso fosse oramai poco il tempo, su un terreno che già scotta o rischia l’arsura e la distruzione totale, mentre occorre linfa, linfa nuova che tolga le rughe, che ridia gioventù al sangue, senza arroccarsi, ampliando continuamente lo sguardo, e concentrando nello stesso momento il “fuoco”, sebbene le distanze si allarghino senza più ostacoli verso “l’ultimo orizzonte”». Ecco perché Luzi è centrale riguardo la poesia di quegli anni, ecco perché quella poesia diviene la Poesia di quel tratto del Novecento. Ecco perché (qui azzardo) esiste “solo” quella poesia, delle tante pregevoli voci affermatesi (a parte Ungaretti e Montale). Non c’è spazio nel suo sentire per manierismi e parziali visioni, è strenuo il suo scavare, è furioso il suo saper connettersi con la vena prima della creazione poetica.
E attenzione, Piccioni guarda la poesia come l’arte principe (rispetto anche alla narrativa e alle arti figurative), lo spazio decisivo del suo impegno, in cui si inoltra senza mediazioni, senza pause e resistenze. Sposa appieno quel battere il tempo del verso che, “usando” le parole dello stesso Luzi riportate nel libro, «parte dallo zero e termina sullo zero come se nessun’altra potesse conseguirne», quindi ciò che seleziona e dice del vero e del non vero, del giusto e del non giusto. Peraltro, nei confronti del poeta fiorentino, non vengono da Piccioni indicazioni “correttive” sullo svolgimento della propria poesia (in una possibile definizione poetica, disse Luzi, doverosamente annotata da Piccioni: «il limite nel caso mio è forse la vita»), in occasione delle uscite delle varie raccolte, fino al Viaggio di Simone Martini, ma solo ammirate valutazioni, cosa che non avviene per altri. E senza dimenticare i suggerimenti ai narratori che in alcuni casi si dimostreranno risolutivi per compiere un salto di qualità davvero notevole, valga l’esempio per tutti di Romano Bilenchi, a cui Piccioni “indicherà” una via che si trasformerà in capolavori. (Nella foto di Alfiero Petreni, Mario Luzi, ospite del Seminario di Santa Caterina a Pienza).
Riguardo al titolo del libro, La conoscenza concentrica, non è solo un titolo riuscito (per quanto forse editoriale), ma quasi una dichiarazione di poetica di Piccioni in ordine al poeta, che diviene una vera e propria immagine attinente a quella poesia. Infatti, la ragione di questa formulazione, cioè i raggi concentrici, rappresentano per Piccioni, crediamo, una illustrazione scenica, una visione fisica che interpreta un percorso poetico, a partire dalla prima raccolta del poeta (La barca), quell’andamento lineare e senza scosse, un movimento ordinato e calmo, mosso sì dal fuoco, dal vigore creativo, ma via via colmato da sguardi “giusti”, da una emotiva espressione accogliente: «Non ci sono svolte brusche in Luzi o riconversione, giravolte o astrusità: sono i cerchi, sono quei cerchi concentrici che si allargano sempre di più partendo dallo stesso centro che li generò; e in certo senso pronti a tornare a raggrupparsi in quel centro, fatalmente generatore di tutto». E valga pure per Luzi l’esigenza di superare la frammentarietà, pur avvertendo la precarietà del mondo e della vita, che non dà modo di alzare una voce sicura, unitaria, ma che pur tuttavia si affida a una visione ininterrotta, che diviene, dice Piccioni, «poesia come forza di sintesi». Solo così il viaggio poetico luziano saprà inoltrarsi nella vita, nella creazione assoluta.