Emanuela Guarnieri
Testo a fronte/28

Il drago sputafuoco

«Tornando a casa a piedi guardò attentamente tutte le ombre: quelle degli alberi, delle persone, delle automobili. Più lunghe o più schiacciate dell’oggetto che proiettavano, le gambe lunghissime, i rami mossi dal vento che parevano muoversi anche sull’asfalto...»

Con questo racconto inedito di Emanuela Guarnieri prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


La vecchia teiera blu sbuffava sul fuoco traballante.

“No, io non ne so nulla”.

Il tavolo pieno di avanzi di cibo della sera prima, le padelle ancora incrostate di verdure quasi andate a fuoco. E fogli, fogli ovunque.

La vita non era più la stessa da quando aveva cominciato a sentirsi così: diviso.

Una mattina, che gli era sembrata una mattina qualsiasi, si era alzato e, appena poggiati i piedi a terra, gli era sembrato di sentire qualcosa in meno.

Non sapeva ben dire cosa.

Era una sensazione molto strana, una profonda sensazione di solitudine: solo, si sentiva tremendamente solo in ogni passo che muoveva.

Provò a guardarsi allo specchio: il suo naso era sempre lì, lì anche i suoi occhi verdi e la sua barba che aveva cominciato la sua fioritura già da qualche giorno.

Eppure, qualcosa mancava. Forse qualcosa che aveva dato troppo per scontato, forse qualcosa di sé che non aveva mai davvero preso in considerazione.

“Ho capito che la mail risulta inviata dal mio indirizzo ma davvero, non l’ho inviata io, forse sarà un virus”.

Sbuffando più forte della teiera, che ormai fischiava indemoniata, si era finalmente deciso ad accendere il portatile: posta inviata.

Oggetto: candidatura.

Come da bando, allego documenti

Cordialmente,

S.O.

Tremante e incredulo, aveva cliccato sugli allegati: la sua carta di identità fronte-retro, il suo curriculum vitae, le sue pubblicazioni degli anni ormai passati.

“Io davvero non so come sia possibile, mi lasci qualche giorno per pensarci”.

Terrorizzato dall’idea di essere vittima di un furto di identità ma ancor più da quella di doversi mettere in gioco iniziò a ribaltare casa: svuotò i cassetti, cambiò le password di qualsiasi cosa, eliminò l’indirizzo mail dal quale era partita la candidatura.

Addirittura, cambiò numero di telefono.

Per qualche giorno gli sembrò fosse tornata la pace: si era volutamente tagliato fuori dal mondo, giusto per un po’.

Il suo nuovo numero non lo aveva ancora nessuno, tranne quelli delle principali compagnie energetiche, questo è chiaro. Quelli ti seguono fino in capo al mondo.

Uno di quei vuoti ma tranquilli pomeriggi lo passò interamente in silenzio, in spiaggia col suo cane, a scattare fotografie fino al tramonto.

Quella sera, appena la vecchia teiera blu cominciò a sbuffare vapore, l’ombra proiettata sui brick lucidi del rivestimento della cucina gli sembrò un enorme drago sputafuoco.

Il telefono squilla nel cuore della notte, una notifica: “anche io non ti ho mai dimenticato ma…non è più tempo”.

Non c’era bisogno di chiedersi di chi fosse quel numero. Lo conosceva a memoria, nonostante lo avesse cancellato da anni.

No, non si sarebbe messo in questa situazione. Non l’avrebbe chiamata per dirle che non le aveva scritto affatto, che non era stato lui, che si era vero lei non l’aveva mai dimenticata ma mai gli sarebbe venuto in mente di contattarla.

Ma allora cosa, cosa stava succedendo? Chi stava facendo questo alla sua vita? Chi stava girando sadicamente punte affilate di coltelli nelle pieghe più profonde della sua anima?

Furono settimane infernali eppure liberatorie: almeno tre vecchi amici bussarono alla sua porta pronti a chiarire questioni lasciate in sospeso, la collega carina della classe accanto lo ringraziava per i fiori ricevuti a casa, trovava i pacchi del corriere sistemati sul tavolo di casa anche quando lui non era lì ad aprirgli la porta.

Ormai anche la paura e la confusione avevano lasciato spazio a questo incredibile stato di cose.

Finché, un giorno, a poche settimane dalla recita scolastica della sua 3B, cominciarono le prove: “Mattia, vieni qui”. E, indirizzata la luce della lampada contro la parete scrostata dell’aula: “fammi vedere come fai il coniglietto. Benissimo”, “Sara, tocca a te: il toro. Raddrizza un po’ il mignolo: benissimo”. “Giulia, ricordi come si faceva il cane? Si, esatto”.

“E ora impariamo questo, bambini: il drago sputafuoco”.

Il silenzio si fece pesante, gli occhi dei bambini sgranati.

“Dai, non è così difficile, basta tenere il braccio bene impostato”.

“Maestro ma tu… tu non hai l’ombra!”.

Si voltò lentamente verso il muro mentre un brivido lo attraversava senza pietà, spostò la lampada, indirizzò la luce sulla parete opposta, on-off-on-off.

La sua ombra non c’era.

Tornando a casa a piedi guardò attentamente tutte le ombre: quelle degli alberi, delle persone, delle automobili. Più lunghe o più schiacciate dell’oggetto che proiettavano, le gambe lunghissime, i rami mossi dal vento che parevano muoversi anche sull’asfalto.

Tutte presenti all’appello, anche quella della vespa che gli ronzava intorno.

Tutte, tranne la sua. La sua era assente.

Iniziò a patire per la prima volta l’assenza della sua ombra: l’aveva guardata così raramente, eppure ora gli sembrava inconcepibile non ci fosse più.

Come era possibile? Dalla tasca prese il telefono. L’ombra dell’oggetto si proiettava sul suolo come sospesa nel nulla.

Freneticamente cercò nella galleria delle immagini scattate qualche pomeriggio prima in spiaggia: l’ombra del cane, l’ombra degli sparuti ombrelloni dello stabilimento lasciati per l’ultimo scampolo d’estate, l’ombra della torretta del bagnino.

Anche nelle foto, nessuna traccia della sua ombra.

Un pizzicore improvviso e diffuso gli parte dai capelli, arrivando fino alle unghie dei piedi, come qualcosa che lentamente gli si stacca millimetro per millimetro del corpo.

Le lacrime gli iniziano a scorrere calde sulle guance suicidandosi sul marciapiede.

Arrivato di fronte casa un capannello di persone in cerchio: “ma cosa è?” – urla la signora del primo piano- “Credevo fosse uno straccio!”.

Sgomitando si fa spazio tra i curiosi.

Il suo balcone, al terzo piano, è aperto: il labrador guarda la scena affacciato con le zampe alla ringhiera.

Le gambe disarticolate e le braccia ancora ferme nel gesto del drago sputafuoco e, tra l’indice e il pollice, un post-it: sei diventato tu, l’ombra di te stesso.

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