Su “Aldo Moro. Le idee, il metodo, l’eredità”
L’eredità di Moro
Alberto Losacco e Tino Iannuzzi riportano l'attenzione su Aldo Moro e sulla sua capacità di cogliere la trasformazione storica avvenuta nel corso del Secondo Novecento
Il senatore Alberto Losacco e l’onorevole Tino Iannuzzi hanno pubblicato un pregevole saggio storico dal titolo Aldo Moro. Le idee, il metodo, l’eredità (Baldini + Castoldi, 300 pagine, 20 Euro) a beneficio dei lettori per condividere valori profondi e limpidi dell’impegno in politica del “cattolicesimo democratico”. Ho avuto modo di leggere l’interessante libro che mi ha consentito di formulare alcune considerazioni sulla nostra storia e sul presente. L’intento è quello di declinare i princìpi del cattolicesimo democratico in un nuovo progetto politico di ispirazione cristiana, per costruire insieme una nuova stagione di rinnovato e serio impegno dei “credenti” nella vita pubblica, al servizio del bene comune. Viviamo la fine della cristianità, l’epoca del post-teismo (“Dio è morto”), dei neoumanesimi, dei post-umanesimi, dei transumanisti, dell’Intelligenza Artificiale, della globalizzazione, della rinascita degli imperialismi e di una manciata di tiranni, che devastano il mondo e seminano violenza e terrore. L’epoca in cui, come scrive Friedrich Nietzsche in Così parlò Zarathustra, il funambolo danza pericolosamente sulla corta tesa tra la bestia e il Superuomo (übermensch) e il giullare che sta sotto ride, aspettando la sua caduta. Il funambolo è la cifra di questa generazione. L’umanità è stretta tra la bestia, con il suo polimorfismo (denaro-potere-piacere) in senso anticristico e il Superuomo, la cui cifra più iconica è l’homo technosapiens. Gli autori con grande senso di responsabilità, consapevoli delle sfide del tempo presente, propongono ai futuri attori della politica democratica le idee, il metodo e l’eredità dell’onorevole professore Aldo Moro. La stagione politica di Moro non fu meno tormentata e il suo omicidio politico lo consegna alla storia come un martire del servizio al “bene comune”.
Il libro si apre con un’eccellente prefazione dell’onorevole Pierferdinando Casini. Aldo Moro fu insieme a La Pira, a Dossetti e a molti altri tra i principali artefici della Carta costituzionale. La prima parte del primo capitolo narra la fase genetica della Costituzione con riferimento al contributo di Moro, mentre nella seconda si propone una ricostruzione dei tentativi di modificare la Carta nella storia della Repubblica successiva al suo tragico omicidio. Questa seconda parte è rigorosamente argomentata e ascrive all’abbandono del metodo Moro il fallimento dell’attuazione delle modifiche proposte. Con la fine delle grandi ideologie, che hanno caratterizzato gran parte della prima Repubblica, si è aperta per la politica una stagione segnatamente priva di grandi slanci ideologici. Dopo il 1989 con il nuovo assetto geopolitico i due grandi partiti ideologici (DC e PCI) sono evaporati, perché privi di una ragionevole necessità storica. Lo stesso PCI ha attraversato una crisi identitaria, ne è prova la transizione attraverso le diverse sigle PDS, DS, PD, che a molti è sembrata una mutazione della sua vocazione genetica, la difesa delle classi meno abbienti, per diventare un partito elitario. Mentre la litigiosa DC perdeva la sua originaria identità e unità. Il tramonto di quelle forti ideologie e l’avvento della globalizzazione con la nascita delle Big tech e delle grosse Corporate ha polverizzato quel patrimonio ideologico, riducendo la politica degli stati-nazione a una grottesca competizione tra partiti litigiosi e concorrenti, che si candidavano al governo del paese con tante buone intenzioni, ma per niente preoccupati di realizzare il “bene comune”.
Gli autori sono perciò convinti che la democrazia bloccata e i giochi di potere dei partiti non hanno consentito il giusto adeguamento della Costituzione. Le norme che regolano il rapporto tra pubblico e privato sono datate, perché riflettono una situazione economica anteriore alla globalizzazione. Il diritto alla proprietà privata andrebbe regolato in vista del benessere di tutti. In merito va ricordato che Papa Francesco nel suo magistero ritiene la teoria liberista della “ricaduta favorevole” inefficace, perché produce inevitabili scarti sociali. La Costituzione nata dopo la caduta del fascismo non può non essere antifascista, ma ritenere la Resistenza la radice della Costituzione forse rischia di essere un po’ retorico. Va ricordato, infatti, che anche la storia del post-fascismo ha avuto le sue fisiologiche patologie. La stagione politica di Moro è stata segnata dalla cristianità. Egli partiva dal “credente” per formare laicamente l’uomo politico. Oggi non è più così. La cristianità è finita! Occorre partire dai nuovi umanesimi e formare il “credente” impegnato in politica. La visione Morotea si collocava in un contesto di cristianità segnato dal teocentrismo. Oggi siamo al tramonto della cristianità, al post-teismo, al superamento dell’ antropocentrismo e all’epoca del tecnocene (tecnocentrismo). Su queste basi occorrerebbe scrivere un nuovo codice di Camaldoli e una nuova carta del Carnaro.
Gli autori giustamente denunciano l’abdicazione dell’impegno politico dei cattolici che forse fu effetto anche di un fraintendimento della scelta religiosa voluta dall’Azione Cattolica. Si sottolinea anche la distanza con cui la Chiesa cattolica guarda alle vicende della politica italiana. A questa giusta denuncia andrebbe, tuttavia, riconosciuto che la Chiesa tentò la tessitura di molte battaglie politiche con l’allora presidente della CEI il cardinale Camillo Ruini, che attuò una azione politica diretta per affermare i “principi non negoziabili”. Gli autori si dichiarano favorevoli alla pluralità delle opzioni politiche dei cattolici e indicano come casa naturale dei “cattolici democratici” il PD, che tuttavia dovrà ricentrarsi su temi sensibili collegati alla cultura cattolica. Si ricorda, infine, che la Costituzione condanna esplicitamente il fascismo; quanto al comunismo, la carta costituzionale non ne fa menzione, pur essendo nata in un contesto di netta opposizione a ogni forma di totalitarismo. Diversamente fece il Concilio Vaticano II, che preferì il silenzio, lasciando agli episcopati il ruolo di condannare quei totalitarismi.
Si richiama l’attenzione che Moro riservò al movimento giovanile del ’68, nel quale colse in forma incompiuta i motivi del cambiamento radicale del nuovo corso della storia. Alla giusta accoglienza delle istanze di quella generazione andrebbe aggiunto quanto suggerisce Massimo Recalcati nei suoi due saggi, Cosa resta del padre. La paternità nell’epoca ipermoderna e Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre. Egli rileva come il ’68 avesse posto fine all’epoca del patriarcato: il padre (la legge) fu eliminato, determinando un’anomala condizione di “orfananza” sia nei nuclei familiari che nella comunità civile e sociale. Successivamente si sarebbe recuperata la figura del padre non come padrone, ma come fattore generativo della vita del figlio. Recalcati auspica il ritorno della figura paterna, non come legge che proibisce e punisce (padrone), ma come attivatore e generatore di slancio e vitalità per i figli (passare dalla legge che vieta alla legge del desiderio che attiva – Jacques Lacan). Se Moro fosse stato liberato dai brigatisti rossi, e si fosse derogato alla strategia della fermezza, la politica italiana avrebbe avuto in lui un testimone di valori alti, profondi e condivisi che avrebbero generato nei nuclei familiari, nelle istituzioni civili e in quelle sociali la riscoperta e il desiderio del Padre. Agli uomini “liberi e forti”, che abitano questo “cambiamento d’epoca” è affidata questa preziosa eredità. E probabilmente questo è l’intento di Iannuzzi e Losacco.
Accanto al titolo, Aldo Moro, licenza Creative Commons.