Testo a fronte/29
Dall’editore
«Pensa a qualche filastrocca oscena, mentre esce dalla scala mobile e vede profilarsi maestosa la Stazione. “Rigabon fa rima con troion, con merdon!”. Ma non ne ricava alcun sollievo. Anzi, gli viene una palpitazione al cuore...»
Con questo racconto inedito di Paolo Puppa prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
La donna china il capo sul dattiloscritto, in attesa sul grande tavolo. Lui le scorge così per un attimo la macchia bianca al centro dei capelli corvini. Gli viene in mente allora sua madre, un giorno lontano in cui gemendo gli aveva mostrato l’analoga scoloritura della chioma (ridicola per la sua età), e quasi si scusava mormorando “Guarda come sono vecchia, ormai”. E lui aveva provato, quella volta, a rincuorarla con una frase che sperava di effetto: “Dai, ci sono ottime tinte”, ma la signora aveva cominciato a piangere alzando e abbassando le fragili spalle. Adesso, la dottoressa Rigabon, direttrice e responsabile della narrativa nella famosa Casa editrice milanese, sfoglia le prime pagine del testo e scuote la testa. Fatica a nascondere la noia, socchiudendo gli occhi. “Vede, basta leggere l’inizio. Importa molto l’inizio di un romanzo, forse più ancora del finale”. Sospira e poi aggiunge “Frasi tutte lunghe, punti molto lontani, e pochi, insomma lei fa lavorare troppo il lettore. In più, non si capisce dove vuole parare”. Qui, lui insorge mordendosi le labbra: “Son venuto in treno da Venezia. Ho dovuto chiedere un giorno a scuola, che mi toccherà in qualche modo recuperare. Ho chiamato anche una seconda badante per mia mamma, con quello che costano”. Sorride umile e insieme impaziente. E l’altra ribatte ghignando: “Mi dispiace molto ma, scusi, cosa c’entra? Il privato dell’autore non può riguardarci”. Lui prova con altri argomenti: “Per telefono mi avete in fondo convocato e io ero impazzito dalla gioia”. Ripensa al momento in cui aveva aperto la lettera di risposta, prevedendo la solita formula di congedo “Non rientra nei nostri piani”, oppure “Siamo coperti per almeno tre anni”, e invece era arrossito davanti all’annuncio che l’avrebbero chiamato al pomeriggio. Doveva tenersi pronto. Era corso in camera da letto di una vecchia, vedova di uno sciupafemmine e rovinafamiglie, disfatta dai medicinali e dall’attesa della fine: “Mi pubblicano, mi pubblicano, capisci almeno questo? Non hai mai avuto fiducia, vero?”. Saltellava attorno alla toilette di ciliegio antico, residuo del patrimonio di mobili svenduti a poco a poco, rischiando di far cadere le bottigliette di profumo. E la madre, da parte sua, aveva tentato di contribuire all’insolita atmosfera, donandogli uno stanco sorriso, appena un accenno. “Mi avete anche detto che aveva superato due commissioni di lettura…”. La donna che gli siede di fronte, protetta dal tavolone ripieno di pile di copioni ai lati, continua a lanciare smorfie di disapprovazione. “Poi, l’argomento è davvero forte, un po’ troppo morboso. Un uomo che, come dire, masturba il figlio disabile. Al di là dello stile prolisso, come le ho accennato poco fa. Siamo stati a lungo prima di trovare una valutazione comune. Lei ha chi la difende a oltranza, qua dentro. Ma sono io a decidere alla fine. Non aveva altri temi, professore?”. A questo punto lui osa alzare la voce, convinto di quanto sta per dichiarare. Ed è l’identità di docente a sostenerlo: “Queste cose esistono, sa. Altro se esistono. E poi si tratta di un gesto d’amore. Permettere a un povero corpo impossibilitato a farlo di conoscere il piacere”. La fissa in faccia con un misto di candore e di aggressività. E intanto, tremando, la vede che gli sta porgendo il suo testo. Sì, lo sta congedando. “No, no, non ci intendiamo per niente. Potrei consigliarle, come mi hanno suggerito in redazione, di togliere tutta la parte scabrosa, che ci potrebbe creare qualche problema con i social, ma sarebbe farle violenza. Sono sicura che troverà accoglienza in qualche casa piccola e coraggiosa, di quelle che chiedono, ahimè, contributi per stampare”. Ora la donna è in piedi e allunga il braccio per passargli il suo romanzo. In quel momento, lui nota un affilato tagliacarte che sporge dietro un portacenere. L’aria in effetti è impregnata di chiuso e di fumo. All’improvviso, immagina se stesso uscire dalla stanza scortato da carabinieri accigliati, le mani incatenate dalle manette, come ha visto nei filmati sul povero Enzo Tortora. Dagli altari alla polvere. Al contrario del suo caso. Perché, scendendo dal treno alla Stazione di Milano, si era già visto in televisione, dopo magari aver vinto un importante premio letterario. Dalla misera scuola secondaria alle interviste con Corrado Augias. Erano trent’anni che avevano bocciato le sue proposte e invece alla fine ce l’aveva fatta. Sente la donna irritata che alza la voce: “Ho altri appuntamenti. C’è gente fuori che aspetta. Le auguro ogni bene per lei e sua madre”. Ecco, al pensiero della vecchia sola, alla camera scura che si affaccia sulla calletta sempre impestata di piscio di cani, lui si limita a spostare il tagliacarte dorato, che altrimenti poteva cadere a terra. Afferra rassegnato il dattiloscritto. Hanno stampato il suo file, mandato per email, e l’hanno ricoperto di un elegante celophane, come fosse rilegato. Occorre a questo punto trovare le parole per uscire, parole in grado di ferire, senza rompere del tutto con una Casa tanto importante. “Non è che tutti i romanzi che pubblicate sono dei Proust. Forse io non ho nessuno alle spalle, né salotti né partiti”. Sta per aggiungere con rabbia “alcove”, ma la donna bruscamente gli addita la porta. Entrano due collaboratori giovani per farle firmare delle carte. Lui si ritrova così spinto sul corridoio, illuminato da una triste luce al neon sul soffitto, che aggrava la cupezza dell’inverno e del momento. Bisogna a tutti i costi trovare la forza di prendere un treno, e poi un vaporetto e rientrare a casa, spiegando alla vecchia che non potrà lasciare la scuola, come aveva gridato abbracciandola prima della partenza. Si sentiva un argonauta in quell’istante, un novello Giasone, o quello del vello, non ricorda bene. Sì, non resterà che salire le scale ripide che portano al terzo piano nell’appartamento in affitto, senza vista nonostante la faticosa altezza. E insieme il rimpianto di non aver almeno strappato la ciocca bianca dei capelli alla megera milanese. L’erre moscia, la voce rugosa per le tante sigarette, e un leggero strabismo. Verrà un cancro anche a lei, sì, sììììì, dovrà per forza venirle una bella metastesi, con tutto quel tabacco. E un po’ si consola nella metropolitana affollata. Eppure, per telefono erano stati così gentili. Un uomo gioviale gli aveva infatti ripetuto che erano stati a lungo a discutere sul suo testo, anticipando quanto sottolineato poi dalla Direttrice, e alla fine erano orientati a pubblicarlo dopo un congruo lavoro di editing. Voleva anche sapere, la medesima voce gentile, se era disposto a farlo. “Ma chiaro! Ma ovvio!”, aveva urlato al cellulare, spaventando la badante di giorno che stava in cucina a preparare la minestrina alla Signora. Pensa a qualche filastrocca oscena, mentre esce dalla scala mobile e vede profilarsi maestosa la Stazione. “Rigabon fa rima con troion, con merdon!”. Ma non ne ricava alcun sollievo. Anzi, gli viene una palpitazione al cuore. “Forse ci siamo”, si dice turbato. Ha sofferto troppo, un uomo non può reggere a lungo in quelle condizioni. La madre ridotta alle cure palliative, nella prospettiva concreta però di durare a lungo, con spese terribili. Gabriella che l’aveva piantato, esasperata dalla sua dipendenza di figlio, oltre che dal disordine e dalla depressione in cui restava impantanato. “Una cassiera da Conad”, aveva protestato nei primi tempi sua madre, ancora legata ai ricordi delle villeggiature da bambina nel castello sulla Loira, ospite delle cugine nobili. “Siamo caduti così in basso?” aveva poi biascicato più a se stessa che all’erede. Ma lui non poteva certo obiettare citando come giustificazione il petto enorme della giovane (vent’anni di meno!) che l’aveva travolto. E proprietaria (lei sì!) di un appartamentino a Mestre, anche se nella zona invasa dai bengalesi, dove consumavano con ardore i rari pomeriggi in cui la ragazza non era di turno. Per non parlare degli studenti, in classe, che lo detestavano. Dettagli che aveva evitato di sciorinare alla Medusa milanese. Ci vorrebbe una bomba, già, pensa in mezzo alla folla stranita che sale con lui le scale mobili. In tal modo lui sarebbe giustificato agli occhi del mondo per aver abbandonato al suo destino la vecchia. Poi, ad un tratto, si trova ridicolo e penoso, con quello che si legge sui giornali, tra Gaza, Kiev e Teheran. Si avvia al treno (ha già fatto il biglietto di ritorno), e calcola, se non ci sono i soliti ritardi, che forse ce la farà a vedere la puntata di Cash or trash, tenendo ben stretta la mano alla vecchia.