Storie esemplari
Chiara e Francesco
A ottocento anni dalla morte di San Francesco è utile riflettere sul suo rapporto con Santa Chiara: due vite parallele nel segno della rottura con le convenzioni sociali del tempo. Un esempio di nuova spiritualità
Il silenzio e la parola. Poche volte le parole meritano di prendere il posto della profondità del Silenzio. Nella tradizione cristiana la Parola (‘Verbo di Dio’) nasce da una giovane donna, Myriam, che la concepisce nel silenzio orante della preghiera. In tal senso possiamo dire che la parola nasce dal Silenzio. Nella liturgia cristiana abbiamo due forme di silenzio: quello che ‘ascolta’ e quello che ‘prega’. Parlare di amicizia spirituale profonda tra ‘consacrati’ di sesso diverso è come violare il Silenzio, entrare in uno spazio sacro inabitabile. Più opportuno sarebbe custodirlo e fermarsi sulla soglia di un lessico, che resiste a ogni possibile dicibilità.
La sana amicizia. Aristotele definiva l’uomo uno zôon politikón e come tale avente una struttura originaria ordinata alla relazione non come possesso, ma come compimento reciproco. Per Agostino l’amicizia diventa comunione nell’Assoluto, convergenza delle anime verso Dio, partecipazione condivisa al bene trascendente. Nella filosofia personalista l’amicizia è una relazione non possessiva, libera, oblativa, orientata alla reciproca custodia dell’interiorità.
Aristotele nell’Etica Nicomachea (libro 8°) tratta dell’amicizia (philía), che «è una virtù o s’accompagna alla virtù» ed è «necessarissima per la vita» (1155 a); essa deve rispondere a tre requisiti: la mutua benevolenza, la volontà del bene, la manifestazione esteriore dei sentimenti. Amicizia perfetta è quella dei buoni, che si assomigliano per la virtù. «L’amicizia è comunanza» e con gli amici virtuosi si attua un completamento reciproco della virtù. Per lo stagirita l’unica vera amicizia è quella di virtù, stabile perché si fonda sul bene. La philía aristotelica esprime quindi il legame tra amicizia e reciprocità, fondato sul riconoscimento dei meriti e sul reciproco desiderio del bene per l’altro.
Francesco e Chiara: una fraternità evangelica. A distanza di circa ottocento anni Chiara e Francesco sono l’icona di ogni possibile amicizia spirituale tra due persone di diverso sesso, che scappati da casa consegnano alle generazioni che seguiranno il Vangelo in una nuova edizione nel segno della gioia (perfetta letizia), della libertà e della fraternità. Si è detto che l’amicizia tra Chiara e Francesco è stata uno degli “scandali necessari” di cui la società e la Chiesa hanno avuto bisogno per vivere, crescere, generare santi per tutte le stagioni. Solo l’essere di Cristo qualifica il rapporto di Chiara e Francesco, perché solo nella spoliazione che Francesco compì, e che Chiara imitò presto con lo stesso slancio, riuscirono a rivivere e a riproporre l’armonia spirituale del rapporto con Cristo. E non manca, in questo intreccio di valori spirituali ma anche umani un “seme” mai spento o rimosso, un germe, una fronda vivace di cavalleria. È anche questo carattere umanissimo che fa di Chiara, secondo la definizione che si dà lei, la “pianticella”. Stefania Guerra Lisi osserva: “Il messaggio dell’amore profondo tra Francesco e Chiara anche come uomo e donna è il riscatto e non la negazione della primaria sensualità implicita nello scambio madre-figlio, nel quale non entra in gioco l’appropriazione, in quanto naturale continuità psico-fisica. In questa nostalgia fusionale di un profondo rapporto di coppia si realizza non una sublimazione – come spesso viene interpretata – del rapporto genitale sessuale inespresso, ma quell’appagamento anche fisico, possibile all’Essere Umano nella globalità del suo sentire in tutti i sensi. Non negazione dei contatti in sofferta penitenza, ma un estendersi tale della sfera del tatto, da investire gli altri sensi: lo sguardo, la parola, il pensiero, la preghiera… La castità non è vissuta come restrizione espressiva, ma come potenziamento dell’espansione di sé nell’altro: amo il mondo perché amo te e, nell’identificazione francescana con il Cristo, ci amiamo, amandolo”.
Nelle fonti francescane si ricorda che un giorno Chiara uscì con una compagna da san Damiano per andare a santa Maria degli Angeli per incontrare Francesco. Quando fu l’ora di desinare i due si misero a parlare. Nacque una comunicazione così intensa che andò avanti per grande spazio di tempo, mentre i presenti avvertirono tanta gioia. Questo incontro sprigionò un fuoco divino che fu visto fin da “Sciesi e da Bettona”. Più che un fuoco materiale si trattò della gioia e dell’esultanza dello Spirito che i due provarono e diffusero tra i presenti. Francesco nutrì per Chiara un affetto spirituale ardente e singolare, per questo di fronte alle tentazioni della sessualità non esitava d’inverno a gettarsi nel ghiaccio. Sant’Agostino afferma: “Se sono i corpi a piacerti tu ringraziane Dio e raddrizza il tuo amore rivolgendolo al loro artefice: evita che nel tuo piacere sia tu a spiacere. Se a piacerti sono le anime, amale in Dio, perché anche loro sono mutevoli e in lui si fissano e son fatte stabili: altrimenti se ne andrebbero a morire”. Il possesso nasce dalla paura di perdere l’altro, dalla solitudine, dal bisogno continuo di conferme, dall’invasione degli spazi personali. L’amore cerca incontro e crescita reciproca, il possesso cerca controllo e sicurezza. L’amore maturo è fondato su rispetto e libertà, quello possessivo è fondato su bisogno e insicurezza.
La libertà di Chiara. La vicenda umana di Francesco e Chiara anticipa la storia futura e recupera la originaria vocazione che Dio aveva consegnato alla donna. La figura di Chiara contribuisce a ridisegnare simbolicamente la percezione spirituale della donna che dal cliché di istigatrice del peccato di Adamo e potenziale minaccia all’androcentrismo patriarcale (Gen 3,6), si apre al ruolo di genitrice e educatrice della natura umana del figlio di Dio e della sua discendenza, che ha sconfitto la stirpe del serpente (Gen 3, 15). Chiara apparteneva a un casato nobiliare ed era figlia del podestà di Assisi. La sua fuga notturna dalla casa paterna per andare a vivere a san Damiano e imitare la scelta di vivere sine proprio di Francesco, abbracciando il privilegium paupertatis e scegliendo di autodeterminare la sua vita fu una profezia per la storia del tempo che giunge fino al presente. Con ciò fu rimosso il cliché della donna nubile sottomessa dalla volizione paterna che passava col matrimonio ad essere assoggettata a quella del consorte. La scelta radicale di rinunziare al possesso dei beni per entrambi costituì il fondamento di un amore libero da coazioni di qualsiasi natura e orientato al dono totale di sé, che metteva in crisi il sistema giuridico teocratico che era la causa di quella discriminazione. Siamo in presenza di un’anticipazione simbolica del femminismo in cui una donna decide di autodeterminare la sua vita e diventa modello per tante altre che ne seguiranno l’esempio. Sarà Alessandro IV nel 1255 a canonizzare santa Chiara, rendendosi forse artefice di una visione nuova del ruolo della donna.
L’attualità del messaggio francescano. San Francesco d’Assisi, un “gigante” della santità, esortava i frati a vivere gioiosamente in castità. Nei suoi scritti si ritrovano alcuni testi che ne documentano il significato. È sintomatico che il vocabolo castità compaia negli scritti del santo solo due volte e sempre in contesti vocazionali, precisamente nella formulazione della professione. Egli scrive: «La regola e vita dei frati è questa, cioè vivere in obbedienza, in castità e senza nulla di proprio» (Regola non bollata 1,1:4); e ancora: «La regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità» (Regola bollata 1,2:75). Il santo, inoltre, esorta a vivere la castità nella prospettiva della sesta beatitudine dell’evangelista Matteo: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5,8). La purezza di cuore, pertanto, non consiste tanto nell’evitare la trasgressione del sesto comandamento, quanto nel dare il giusto posto a Dio e destinare le cose create alla gloria del Creatore. Il puro di cuore è colui che “vede” ogni cosa nella luce di Dio e rivolge tutto in lode, accogliendo il creato e le creature come dono Suo. I biografi di Francesco sono convinti che quando il santo vergò il cantico delle Creature, nella terzina riferita a ‘sora acqua’, l’aggettivazione “utile, umile, preziosa e casta” si riferisse a Chiara.
Accanto al titolo, la spoliazione di San Francesco di Giotto nella Basilica Superiore di Assisi.