Una giornata particolare/2
Avventura caprese
Metti un giorno in gita a Capri, stretto tra aliscafi spaziali, funicolare storica, cappelli di paglia, pesci San Pietro e faraglioni. Solo la memoria storica dei luoghi non c'è più
Doveva essere un viaggio della memoria. Una di quelle immersioni nel tempo che fu, non per una nostalgica contemplazione a ciglia umide; semmai per tentare di ritrovare le radici, il perché ultimo e inalterabile del nostro essere al mondo così come siamo, qui e ora.
Ma la puntatina a Capri, sirena del golfo campano, si è rivelata una faticosissima, esosa, e alla resa dei conti inutile gimkana, che mi ha fatto giurare, all’unisono con il compianto David Foster Wallace: una cosa divertente che non farò mai più (pubblicato da minimum fax). Dove il titolo italiano tace l’originario supposedly – ipoteticamente – di quell’esilarante reportage di una crociera di lusso. Perché, in entrambi i casi, il divertimento resta supposed, inumato nel cimitero delle ipotesi.
Premessa d’obbligo. Proprio in questi ultimissimi giorni l’occhio internauta mi è caduto su un articoletto che celebrava l’isola napoletana come una delle mete più ambite. Terza tra le destinazioni balneari d’Europa. Niente di nuovo sotto il sole. Da oltre un secolo Capri è tappa pressoché obbligata di un turismo d’élite. Nella mia mente permane incancellabile l’immagine di Brigitte Bardot che a piedi nudi procede per via Camerelle in direzione dell’hotel Quisisana.
Ma adesso c’è il conforto delle cifre e degli esperti. L’isola delle capre – che però l’irresoluto etimo greco pone in lizza con i cinghiali – si mette alle spalle paradisi delle vacanze come Saint-Tropez, Lerici e financo Portofino. Il tutto certificato dal sito Best european destination. Gente che di sicuro sa quello che dice. E che esplicita, nero su bianco, i metri di giudizio: «Gli esperti hanno analizzato oltre 200 località costiere europee valutando criteri come eleganza architettonica, identità storica, qualità dell’ospitalità, gastronomia, atmosfera raffinata e bellezza del paesaggio tra mare, spiagge e porti». Col dovuto riconoscimento: «un’icona dell’eleganza mediterranea da secoli».
Parere autorevolissimo. Non resta che prenderne atto. Ma la mente, sempre a caccia di polemica, ritorna a quella gitarella di pochi giorni fa alla volta dell’icona. Gli ultimi spiccioli di maggio. Napoli, metropolitana linea 1, stazione Municipio. Elegante, sterminata. Trovata geniale: si accede al porto direttamente, senza dover affrontare il traffico di superficie. All’esterno si possono ammirare anche i resti dell’antica fortificazione.
Difficile, però, capire dove ci si debba dirigere per salpare verso le isole. Ci si addentra in un dedalo di corsie per tassì e macchine. Un riflesso automatico mi conduce a destra. E qui comincia il balletto. Quell’area del porto è recintata. Dall’unico varco si esce ma non si entra. Un addetto indica sommariamente dove dirigersi. Finisco su una piattaforma che aggetta su tutto il molo Beverello, ma solo in funzione panoramica. Masticando qualche colorita giaculatoria torno indietro e scorgo una curvatura del muraglione, aperta. L’ingresso.
Il sagace architetto ha ridisegnato il molo e l’accesso ai battelli sul modello degli aeroporti. Superato il varco, un lungo corridoio approda a un ben attrezzato punto ristoro con qualche pretesa di eleganza. Solo al di là spuntano le biglietterie; due sportelli appena sono aperti, la fila è consistente. La prima tappa termina con l’esborso di 28,50 euro per il biglietto, solo andata. Tariffa extralarge. Non proprio nella preistoria, solcavo questo mare con due lire. Come farà una famiglia-tipo, diciamo quattro anime? Tra andata e ritorno sono oltre duecento euro.
Un gate precede la banchina. Chiuso, presidiato da due hostess. Passano i minuti, tanti. Il gate finalmente si apre, le hostess controllano il titolo di viaggio e la lunga fila mette piede sulla banchina. Dove trova un’ulteriore barriera, dietro la quale aspettare che i passeggeri in arrivo defluiscano. Precauzione sacrosanta; ma intanto, tra arrivo e imbarco, è passata più di mezz’ora.
Il corteo si infila nelle fauci del battello. Questi veicoli di nuova generazione fanno pensare a navicelle intergalattiche. Giganteschi, autentici mastodonti, in cui lo spazio esterno è ridotto al minimo. Con laconicità tipica da uomini del mare ti hanno comunicato che non ti vogliono tra i piedi: stipati all’interno del vasto salone, con tanto di bar, televisori e servizi igienici. Per i panorami c’è tempo. Vuoi mettere il salto di Tiberio, Tragara?
Il piccolo porto di Capri non è quasi cambiato negli anni. Ma il traffico è decuplicato. Bisogna attendere diversi minuti prima di attraccare. Infine ci si immerge nella folla variopinta e garrula, tra addetti degli hotel soffocati nelle divise, a caccia dei loro clienti, e macchinoni che fungono da tassì. La romantica carrozzella con cavallo la si può vedere ormai solo nei film d’epoca.
Tappa d’obbligo, la funicolare. A una certa distanza dall’impianto, una coda in attesa si dipana lungo il porto per una cinquantina di metri. Ma c’è un trucco: la corsia preferenziale per quanti hanno già prenotato l’albergo o la pensione. Vale a dire, hanno già fatto affluire il denaro nei forzieri dell’isola.
In capo alla mesta fila dei peones, si apre il cammino della speranza: una ragazza si incarica di far uscire a piccoli scaglioni i viaggiatori. Pochi metri e ci si arresta per un’ulteriore attesa. L’ingresso ora dista una ventina di metri. Finalmente un’altra ragazza ti dà il via libera. Ancora illusorio, perché la grande porta a vetri che immette sulla gradinata della stazione è chiusa. Implacabili scorrono i minuti. Ma infine si entra. Vagoni strapieni; il panorama alterna cappelli di paglia, foulard multicolori, chiazze di sudore. La memoria mi avverte che lì dietro brillano il mare, le insenature, le macchie di verde.
La funicolare ti indirizza spedito nella leggendaria piazzetta. Passerella di vanità cosmopolita. Bermuda, pareo, infradito, scarpe di corda sciamano tra i bar, che si contendono i centimetri quadrati dell’area. Non si può dire siano affollati. Molti prediligono le più economiche scale che salgono verso la chiesa. Ma i locali sono postazioni strategiche per acchiappanze di ogni natura; si incrociano sguardi, sorrisi, lampi di luce dagli occhiali a specchio, cenni appena abbozzati.
Dal belvedere assediato dai selfisti in giù il traffico è da sempre bandito. Circola solo qualche silenzioso veicolo che trasporta i bagagli alle rispettive destinazioni. Alleluja! Ci si sente più leggeri, svincolati da quelle moleste protesi metalliche, corazze mobili che scandiscono le nostre giornate, le nostre vite. Forse c’è ancora qualche speranza per il nostro essere creature di carne e non appendici fungibili di prepotenti macchinari.
Ecco, è questo il nucleo di quell’oscuro pensiero che mi ha spinto a prendere il mare. A risalire la china del tempo per tentare di ritrovare, afferrare quel fantasma composto da mille immagini di membra e volti.
La pausa pranzo si materializza in un trancio di pesce San Pietro. Non precisamente fresco, ma quotato comunque 35 euro. Con un calice di bianco e un contorno di verdura, più gli ammennicoli di arredo, si sale a 66 euro. Non c’è da lamentarsi; in altri ristoranti potrei spendere anche il doppio. E nell’angolo che mi sono scelto la vista affonda nel verde e sbuca sul mare. Anche l’incanto della natura ha il suo tariffario.
Si va. Immergiamoci in quest’oasi finalmente umana, con tutti i limiti e difetti della nostra specie, in un anelito di universale fratellanza. Spagnoli, molti; e poi nordici, indigeni, anche qualche cittadino dell’est europeo. Affollano via Fuorlovado in ascesa verso Matermania. O, con leggera deviazione, Villa Jovis. Sarebbe bello fermarsi, scambiare impressioni, o anche chiacchiere in libertà. La parola, pietra angolare dell’esistere.
Verde, mare, l’antico ninfeo, ventre mistico di Cibele. E gradini. Centinaia e centinaia; proprio non ne ricordavo tanti. Sprazzo rosso tra rocce brunastre, la villa di Curt Suckert (Curzio Malaparte) si allunga sul mare. Jean-Luc Godard vi ambientò Il disprezzo, dal romanzo di Alberto Moravia, con Brigitte Bardot, Giorgia Moll, Michel Piccoli, Jack Palance. Il controverso scrittore la lasciò in eredità alla Repubblica popolare cinese. Ignoro chi la possegga oggi. Ancora teorie di gradini. Lancio un saluto a mia madre, che oggi abita davanti ai “suoi” Faraglioni.
Si rientra nell’universo meccanizzato. Niente funicolare, scelgo il minibus. Partenze ogni quindici minuti. Anche qui una fila, ma esigua e più democratica. Sul mezzo ci si accalca, ogni convenzione o regola di galateo è prescritta. Riesco a intravedere, a ridosso del porto, il palazzo dove, esattamente cent’anni fa, nacque la mia genitrice. La capsula spaziale ci attende. Ci ingoia. Ci espellerà, deiezioni semoventi della tecnosfera, sul rigenerato e intricato molo Beverello. Volgendo la testa spicca, in una tenue velatura, la sagoma muliebre di Capri.