Alberto Fraccacreta
Testo a fronte/22

La valle del Qidron

«Entrarono i soldati in Gath shemanim e si diressero in ordine sparso verso il centro dell’orto. Arrivati a pochi passi da lui, si fermarono. Era ben protetto dai suoi amici. Ci fu qualche secondo di silenzio...»

Con questo racconto inedito di Alberto Fraccacreta prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Dormi? Sim’on udì poco distintamente questa domanda, come se fosse il soffio caldo e finale di una brezza che evapora il sogno. Aprì gli occhi e lo vide chinato su di lui, in pensosa attesa, con uno sguardo strano. Il volto tinto di rosso e unto di sudore. Le frange del tallit gli toccavano la bocca. I crepacci erano duri per il caldo e di colore marrone chiaro.

Rabbì. Perdonami. Gli occhi si sono fatti pesanti. Ma cos’hai? Cos’è tutto questo?

Lui si allontanò ancora e tornò al masso levigato. Anche Yehohanan e Ya’aqov si destarono e si rammaricarono. Lui si inginocchiò di nuovo e si appoggiò con il viso sul freddo della pietra. Gli altri amici dormivano profondamente.

Sta pregando.

Dobbiamo farlo anche noi, suggerì Ya’aqov. Non addormentiamoci.

Certo, ma riguardo a cosa esattamente?

Cosa stai dicendo?

Riguardo a cosa dobbiamo pregare. Non lo ha detto.

 

Speravo fosse un sogno, notò Yehohanan e rivide la schiena arcuata e le vertebre spuntare dalla tunica. Ascoltarono le stesse frasi che aveva pronunciato in precedenza. Cambiava forse solo un po’ il tono. A Sim’on parve più deciso, meno prudente. Pensò che fosse una travagliata prova interiore e che in realtà non c’era nulla da temere, altrimenti avrebbe pur confessato qualcosa senza mezzi termini. Era soltanto il suo modo di vivere intensamente la parasceve. Intanto si era alzato un leggero vento che rinfrescava la notte. Ya’aqov si voltò verso la città e la vide così nuda e splendente. Lui si presentò da loro una seconda volta e fece le stesse raccomandazioni, rallegrandosi che adesso erano riusciti a rimanere svegli. Tornato ancora alla lastra bianca, questa volta cambiò posizione. Rimase con il busto eretto. Sim’on gli andò vicino e gli porse la borraccia che Ya’aqov portava sempre con sé nella cintura di stoffa ripiegata. Si deterse il volto con la mano destra. Bevve. Sim’on tornò al suo posto e disse agli altri che ora sembrava più tranquillo. Che forse stava finendo quel momento. Finché non si alzò per la terza volta dalla lastra di pietra. Mantenendo estrema calma, andò dai tre e li osservò pazientemente.

Rabbì, ma cosa è stato?

Si voltarono verso la vallata che dava sul profilo di Yerushalayim e, nella pulita oscurità della notte, videro il mulinare di un distaccamento di soldati e guardie che marciava in direzione di Gath shemanim. Si poteva udire l’ampio vociare, lo sferragliare delle armi e il ciondolare delle lanterne e delle lucerne di terracotta. Si destarono anche gli altri e si radunarono tutti attorno a lui.

Che succede, rabbì?, cominciavano a domandare, concitati.

 

Dopo pochi istanti arrivò di corsa, ansante, Yehudah. La sua barba lampeggiava sopra la piccola luce che portava nella mano sinistra. I riccioli neri fuoriuscivano dalla kippah rossa. I soldati dei sommi sacerdoti e dei farisei, nei loro pesanti pettorali di cuoio e nella corazza composta da due piastre di bronzo, erano indietro di qualche metro e non avevano ancora fatto ingresso nel giardino. Yehudah lo abbracciò e gli diede un bacio. Lui lo guardò, alzando il capo da terra, e ricambiò il bacio. Gli altri accerchiarono Yehudah e presero a strattonarlo.

Dove sei stato?

Cos’è questa baraonda? Con chi sei venuto?

 

Entrarono i soldati in Gath shemanim e si diressero in ordine sparso verso il centro dell’orto. Arrivati a pochi passi da lui, si fermarono. Era ben protetto dai suoi amici. Ci fu qualche secondo di silenzio. Gli ulivi del giardino sembravano stare in ascolto di questo incontro inatteso. Marek era stato svegliato dall’arrivo dei soldati, si stava precipitando al centro del podere con solo un lenzuolo bianco addosso.

I soldati cinsero il rabbunì con pesanti catene nere e puntarono le fiaccole di terracotta e i giavellotti contro gli amici di lui. Alcuni, per paura, fuggirono via e si dispersero nel giardino. Sim’on chiese di essere arrestato volontariamente. Ma gli si avvicinarono un paio di soldati, malmenandolo con schiaffi e pugni per tenerlo a bada. Lo gettarono a terra.

Gli occhi del rabbunì incrociarono quelli di Yehudah che lo osservava ora con impenetrabile, non espresso rimorso, perché lui invece non lo condannava per quel suo gesto ma anzi, in balia dei soldati, lo incoraggiava a non perdersi d’animo.

 

Yehohanan, intanto, stava correndo verso la casa patronale dei genitori di Marek per avvisare la madre del rabbunì dell’arresto. La strada gli era sembrata infinita. Passò nuovamente per il casolare dove era solito dormire Marek – che era sfuggito nudo dalle mani dei soldati –, seguì la via della valle del Qidron, una conca nel pieno di un ver­de smeraldo, illuminato dal volto avorio della luna.

 

Il ragazzo si precipitò nei prati radi e tra i crepacci di creta, taglian­do la strada nei cunicoli e in sentieri sterrati. Inciampando contro grandi sassi bruni e schivando terebinti incimurriti che pareva lo stessero riprendendo per la sua mancanza di tatto. Il ramo di un ulivo gli bucò un lembo della tunica. Pensava che, non soltanto la vita del rabbunì, ma l’esistere di tutte le cose fosse in questa corsa disperata lungo la valle del Qidron, quella che forse era la valle di Yehoshafat additata da Ioel, una corsa che lui avvertiva nella fatica fisica ma che già sembrava rielaborare nel pensiero, come accade sempre nei momenti decisivi della vita.

 

Correva Yehohanan e vide la casa a breve distanza, ma ebbe la sensazione che quanto più cercasse di avvicinarsi, tanto più essa si al­lontanava dal suo spettro visivo. Questo perché – lo capì subito, nel cogliere l’esile sagoma tre le ombre della notte – la madre del rabbunì era forse irraggiungibile. Gli venne in mente che lei in qualche modo potesse conoscere già tutto. Fin nei minimi particolari. E adesso lei assomigliava a quella distanza infinita che egli doveva percorrere per sapere la verità. Lei era quell’ampia vallata e lui ancora sperso nel buio grondante. Era Yehohanan che doveva ricevere notizie, non portarle. La madre del rabbunì gli appariva inarrivabile come la lunga percorrenza della valle del Qidron.

 

Maryam, gridò infine con tutto il fiato che aveva in gola. La donna era ancora seduta sulla lastra di alabastro appena fuori la casa dei genitori di Marek, con il capo reclinato quasi fin sulle ginocchia, il velo che le copriva i capelli corvini e la bocca.

Maryam, il rabbunì… il rabbunì… è stato arrestato… Lei non si mosse. Quando finalmente Yehohanan la rag­giunse, affannato, capì che lei non era esattamente lì, ma forse già camminava in uno spazio interstellare, di polvere e sangue, a lui precluso. Avrebbe voluto confortarla, sebbene non avesse parole.

 

Nel vederla così assorta, presente a sé stessa, eppure dentro un’arcana, alata sofferenza – quella delle piante e delle madri –, allumata appena da un raggio di luna, lui si era impietrito. Ora la guardava con Gath shemanim di lontano e il sudore della valle del Qidron. E cominciò a disperarsi, toccandosi la tunica e torcendosi le mani. La donna gli sembrò così distante che neppure tutta la lunghezza dell’universo avrebbe mai coperto la sua lontananza. Neppure questa vallata che era ormai alle sue spalle e lui l’aveva vissuta attimo per attimo, passo per passo, palpito per palpito, sapendo che alla fine della corsa il suo essere al mondo sarebbe cambiato per sempre. Allora Yehohanan, con ancora addosso l’amarezza per aver abbandonato il rabbunì nel momento del bisogno, pianse e si gettò ai suoi piedi. E lei, alzando gli occhi indescrivibili, come incoraggiandolo a non perdersi d’animo, gli accarezzò il capo per consolarlo.

Facebooktwitterlinkedin