Dal diario di un fisioterapista/3
Il nobiluomo e il terapista
Un nobiluomo e un figlio insofferente: si concludono le storie di problematiche fisiche che si risolvono nel rapporto tra paziente e terapista
Sapeste che noia! Costretto a letto, inerme. Dicono che i soldi non fanno la felicità, ma a dirlo sono solo i poveretti che non hanno mai potuto comprarsi granché, figuriamoci la felicità. In questo momento però, anche se son ricco mi sento impotente. Sono solo. Perché provo questa rabbia e questa frustrazione? Per un istante mi sono sentito abbandonato e indifeso, strana sensazione. Ora che ci penso l’avevo provata quelle rare volte in gioventù quando qualcuno mi aveva chiesto di mia madre. Lei era morta mettendomi alla luce sicché mi restava solo il racconto sbiadito su una sconosciuta. Mio padre poi, non ne voleva parlare. Lui era sempre via, a Londra, nella City, a disporre dei capitali di famiglia scommettendo cifre immense nei mercati finanziari. Perciò, ho passato la mia infanzia nelle tenute vicentine dove il mio severo nonno mi ha cresciuto inculcandomi nella mente che “solo i deboli hanno bisogno di aiuto”. Mi diceva sempre: “tratta tutti dignitosamente ma ricordati che tu sei un Roiter”. Che persona dura ma encomiabile, mio nonno! Qualche giorno dopo che era morto, una mattina di pallido sole autunnale, ricordo che mio padre voltò lo sguardo all’infinito e mi disse: “tuo nonno era un avido squalo, ma credo volesse intimamente essere amato”. Io, avevo undici anni, ed ero rimasto colpito non tanto dalla metafora, quanto dalla parola “intimamente”. Ora che sono vecchio, spesso quella parola riaffiora alla mia mente. Non so perché ma tutte le volte ne immagino il tintinnio delle sillabe, come se da una marea inarrestabile si materializzasse un gomitolo di elastici nel mio stomaco. Essere amato? Mi guardo le mani. Grandi, macchiate e smunte.
Sento il clacson insistente di un motoscafo e distinguo chiaramente un “va remengo ti ta morti!” in risposta. Che noia questi tassisti e gondolieri, divoratori di turismo spiccio. Non esco quasi mai dal mio palazzo, non ce la faccio più, ora, con questa gamba poi, chissà quando potrò tornare a guidare la mia amata Mercedes. Tornato dall’ospedale, una volta sprofondato nella mia poltrona in salone, guardavo giù nel traffico del Canal Grande e mi sentivo come un bambino di ritorno dal collegio per le vacanze, finalmente al sicuro. Se prima mi nauseavano, ora questi lunghi corridoi e l’odore della polvere non sono mai stati così dolci come dopo il ricovero al Civile. Sgomento per la puzza, le luci asettiche e la distaccata gentilezza del personale, più volte mi si è strozzato in gola un: “ma lei lo sa chi sono io?”. Già, non l’ho mai detto per educazione certo, ma anche per un’infantile paura di ripercussioni. Dopotutto il personale del reparto era sorridente, sorrisi affilati. Concluso l’intervento, era passato un ortopedico brizzolato tutto baldanzoso, il quale, dopo aver abbozzato un’occhiata all’rx, avendo forse notato la mia espressione perplessa, aveva esclamato: “Stia tranquillo, ora la gamba è più dura di prima!”. Che imbecille. In quel momento però non riuscivo a staccare lo sguardo dal misero spettacolo che mi si presentava davanti. Pelle secca e screpolata copriva fragili gambette svuotate di polpa. Grinze, macchie e peli sparuti facevano capolino dal degradante camice operatorio, i piedi poi. Le unghie spesse e gialle erano state ormai rese porose dai funghi che le digerivano, mi ricordavano l’intonaco sbriciolato dal salso. Che vergogna, e che disgusto. Tutta colpa di quello stupido cane.
Mia moglie, la Contessa, non paga delle sue sortite quotidiane con le amiche, tra atelier, boutiques e il circolo di bridge, quelle poche ore che trascorreva a casa le passava a lamentarsi in continuazione per la noia, perciò aveva comprato un cane per farle compagnia. Non mi aveva neppure interpellato, d’altronde non parliamo quasi più, non per screzio diretto, no, direi per disinteresse. Come coinquilini di un piano nobile di 300 metri quadri, abbiamo ormai i nostri rispettivi spazi ed orari, ed è la servitù che tiene in piedi la percezione di focolare domestico. Ecco dicevo, quel cane maledetto, sgraziato, puzzolente! Le amiche di mia moglie lo riempiono di mille attenzioni confondendo la pena per la tenerezza, che miseria! Occhi enormi e divergenti, guance molli e piene di bava, respiro rantolante. Insomma, un abominio degno della frivolezza dell’uomo. Elvis aveva pensato bene di corrermi tra i piedi mentre uscivo dal bagno. Non mi ricordo neanche cosa diavolo fosse successo, fatto sta che dopo aver perso l’equilibrio mi sono ritrovato a terra, con un dolore sordo che mi annodava la voce nella gola. La domestica, quella più affezionata a me, sentito il tonfo era accorsa gridando come se la gamba se la fosse fratturata lei. Sta povera timorata, presa dal panico, aveva chiamato mio figlio invece che l’ambulanza. Mio figlio ovviamente era impegnato, aveva richiamato scocciato dopo infiniti minuti di dolore. “Che diavolo vuoi da me, chiama il 118 Rosita!!”. Lui è arrivato a Venezia solo dopo il mio ritorno a palazzo. Avendo capito che non ero in pericolo di vita, ha pensato bene di concludere due affari prima di sincerarsi della mia condizione. Era arrivato sbuffante e innervosito e mi aveva rimproverato frettolosamente con tono paternalistico. Dopodiché, se n’era uscito dalla stanza col cellulare in mano.
Giaccio in penombra. Sguardo fisso, ipnotizzato dai riflessi marini che, specchiati dal canale, vengono qui su a danzare, trasformando l’alto soffitto azzurrino in un favoloso fondale caraibico. In quel momento, percepisco ovattata la voce di mio figlio nell’altra stanza, parla al telefono stizzito e sarcastico. “No, no, non ti preoccupare… no, è solo una gamba rotta, capirai! Si, si. Certo, sta per arrivare il fisioterapista! Finito qui, taxi e volo in aeroporto! …Stasera sì, non c’è nessun problema, ci facciamo un sushi e poi a letto, che domani ho i russi”.
Fisioterapista? In effetti non so neanche bene quale funzione abbia questo cosiddetto fisioterapista. Neanche mi accorgo che mio figlio è rientrato nella mia stanza aprendo le braccia con un gesto teatrale, per poi sfregarsi le mani compiaciuto. Ho visto le sue labbra muoversi, ma non ho capito cos’ha detto, la mia mente è ancora immersa nel sogno dei bagliori acquatici. “Cosa?” Sento la mia voce stridula, ridicola, e subito mi schiarisco la gola. Con voce ferma mio figlio mi informa: “A momenti arriverà il fisioterapista. Sei voluto venir via dall’ospedale senza neanche stare in piedi, tipico di te”. Io ricomincio con la solfa degli orribili pasti, dei volti di plastica e della puzza insopportabile ma lui mi interrompe sibilando: “Senti, io devo tornare a Milano, mia madre è già disperata pensando di rimanere qui murata viva al tuo capezzale, vedi di finirla e mettiti in testa che devi tornare in piedi il prima possibile! Ti aiuteranno ma la volontà ce la devi mettere tu, giusto? Me l’hai sempre ripetuto”. Rimango in silenzio, e non mi capacito del fatto che io non riesca a controbattere nulla. Aspettati due secondi, mio figlio annuisce a sé stesso e voltando lo sguardo esce dalla stanza. Questa durezza, che sia stato io a trasmettergliela? Ho sempre odiato mio padre, mai una gentilezza, non come mio nonno. Avevo percepito una nota di sadismo, di vendetta e insieme di indifferenza nelle sue parole, ed ora non so cosa pensare. Mi ritrovo a fissare il fondale marino sul soffitto. Forse da lì è caduta una goccia tiepida e salata sulla mia guancia.
Vista dal terapista
L’aria fuori era leggera e frizzante, la classica bella giornata di sole a gennaio con lenti gabbiani in planata, là in alto. Le calli assolate e silenziose, quasi cullate dal torpore del freddo e dai riflessi dell’acqua.
Arrivo al civico e in quel momento mi ricordo che la mia collega si era premurata di suonare al campanello “uffici”. Avevo letto in fretta la cartella: uomo, 84 anni, frattura del femore, chiodo gamma, “ben accudito”. Suono, e dopo pochi istanti il portone si apre senza che nessuno abbia risposto.
Entro e mi richiudo la porta alle spalle, l’eco rimbalza in un androne di cui non vedo la fine, anche se scorgo in fondo i bagliori del Canal Grande dietro un cancello. Si accendono delle tiepide luci rosate e sento una voce straniera chiamare dall’alto. Ora che le raffinate lampade veneziane illuminano l’ampio spazio, vedo una “gondola di casada” addormentata nella polvere. Salgo le scale, ampie e maestose, foderate di tappeto rosso.
La voce proveniva da un uomo, filippino credo, agghindato come un maggiordomo del 1800. Mi fa un cenno frettoloso e mi invita a seguirlo. Mi incammino allora in questo lungo corridoio, che attraversa senza soluzione di continuità diversi ambienti, un salottino in stile British, poi uno studio elegante e impersonale, addirittura attraversiamo una grande sala da biliardo con tonde lampade sopra il tappeto verde, divanetti, tavolini e segnapunti alle pareti. Infine, arriviamo nel locale più semplice di tutti e il maggiordomo si ferma in una posa innaturale. Io per un attimo non capisco, poi lo vedo premere la mano sulla parete. Sento lo scatto di una molla e da quella parete vedo emergere una porta nascosta. “May I come in Sir?” Poi annuisce e mi fa cenno di entrare. Davanti a me si apre un salone enorme col soffitto a cassettoni di legno intarsiato alto 5 metri, inondato di luce proveniente da monumentali trifore che danno sul Canal Grande. Il vecchio giace sprofondato nella sua poltrona davanti al caminetto, manca solo il fuoco acceso al buio e il requiem di Mozart di sottofondo. Sembra abbia fatto finta di non vedermi così mi schiarisco la voce e mi presento, lui si gira fingendo stupore, poi fa come per alzarsi ma lo precedo e avanzo deciso al suo cospetto.
Ho di fronte un bell’uomo, molto anziano, capelli bianchi e viso ben rasato, naso all’insù e piccoli occhi acquosi. Si presenta, e dopo pochi convenevoli inizia a sciorinarmi l’elenco delle disavventure accadutegli dalla caduta fino ai particolari del ricovero. Ad un tratto, con tono disgustato, esclama: “ma come si fa dico io, a sopportare una cosa del genere!”. Con dolcezza, provo a spiegargli l’obiettivo della valutazione, e, dopo le domande di rito, sorridendo gli chiedo di alzarsi per mostrarmi in che stato versa. Lui, impreparato, si affanna subito e preme i poggioli della poltrona nel faticoso tentativo di mettersi in piedi, con una mano gli cingo il braccio e l’aiuto. Intanto, le mie narici vengono invase da un effluvio che è un mix tra buona colonia, Appretto e orina fermentata. “Il solito, dopotutto” penso, con pietà. Subito mi rendo conto che ha una paura folle di cadere, e che verosimilmente passa le sue giornate tra la poltrona e il letto, un grande classico. Allora prendo sotto l’ala questo canuto passerotto azzoppato e gli faccio fare un giro del salone. Lui annaspa tremolante sul suo deambulatore, non ostenta più sicurezza, anzi, è trasfigurato dallo sforzo, dal dolore e dal terrore, nemmeno sente che gli dico di sedersi. Finalmente, percependo il bordo della sedia dietro le cosce si lascia cadere rovinosamente. In quel momento entra un uomo alto che, senza degnarmi di uno sguardo, apostrofa il vecchio ridotto ad una massa ansante con un “eh eh, hai visto papà? È questo che farai con il fisioterapista”. Io, infastidito, nonostante abbia accusato la maleducazione e il tocco di perfidia nella sua voce, sorrido e mi presento. Lui allora con impenitente stucchevolezza mi spiega quanto è contento che io sia infine giunto, e in poche frasi melliflue sembra scaricarmi addosso la responsabilità della gestione futura di suo padre. Chiude poi di fretta dicendo che “ha giù il taxi per l’aeroporto”, raccomandandosi di spiegare tutto al maggiordomo. La creatura paonazza accanto a me gracchia un patetico: “vai pure io mi arrangio!”, il figlio sorride sornione rispondendo: “non ho dubbi” ed esce dalla stanza con un cenno di saluto.
Esco dal palazzo, e rimango qualche istante inebetito, intossicato dal contrasto di tanto lusso e tanta miseria. Non c’è tempo però, un’altra persona mi aspetta e corro all’imbarcadero.
Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.