Pietro Pastò
Dal diario di un fisioterapista/1

Il giovane e il terapista

Pubblichiamo un ciclo di tre storie quotidiane e simboliche dedicate a delle problematiche fisiche che si risolvono nel rapporto tra paziente e terapista

Spacciato a neanche 18 anni. Proprio adesso che stavo iniziando a prepararmi per gli esami e già pregustavo la mia estate di viaggi e feste prima di passare alla vita da universitario, a Padova magari. Nicolò ha la casa dei nonni vicino a Prato della valle, una zona prestigiosa perfetta per fare festini. Mio cugino più grande poi mi ha detto che le studentesse universitarie, soprattutto fuori sede, sono molto più “disponibili” rispetto alle compagne delle superiori. Chissà se saprò mai cosa si prova. Un mese fa all’allenamento di basket ho fatto un salto e quando sono atterrato la mia gamba ha ceduto. Sono caduto e ho sentito un dolore lancinante sopra al ginocchio. Non pensavo fosse una cosa seria fino a quando ho provato a rialzarmi, la gamba non rispondeva, era morta. Il medico del pronto soccorso, vista la lastra dopo interminabili ore di caotico silenzio al pronto soccorso, aveva corrucciato le sopracciglia e aveva chiesto a mia madre di seguirla nel suo studio. Il verdetto sembrava grave anche se incomprensibile: Osteosarcoma di Grado Intermedio. Che poi cosa vuol dire “intermedio”?? Un tumore è grave a prescindere cazzo! Mio padre continuava a ripeterla quella parola “intermedio” forse per consolare mia madre, forse per auto convincersi che c’era speranza. Lei era come morta dentro, da quel giorno si muoveva in ospedale come uno spettro, senza meta, l’ombra di se stessa. Mio padre passava le nottate in studio a cercare ossessivamente qualche sorta di cura o rimedio. Mi ricordo il bagliore freddo e azzurrino del monitor e il suo sguardo fisso, ipnotizzato, la barba non curata e la mandibola serrata. Mia sorella aveva reagito pacificamente come se fossi già morto. Io invece faccio finta di niente con gli amici o i professori, la sera però sento ribollire un mix di rabbia e disperazione che non mi fa dormire.

Una mattina guardavo fuori dalla finestra, il tetto dei Frari colpito dalla luce che rimbalzava nel cielo terso e spoglio di gabbiani, mi avevano comunicato la data dell’operazione, ma stranamente non avevo battuto ciglio. Semplicemente guardavo i tetti, ascoltavo i rumori della casa, tutto lento, tutto silenzioso, perfino il sole mi sembrava più spento del solito.

Dell’operazione a Padova non ricordavo granché, saranno state le “bombe” di morfina che mi hanno dato, è come se avessi fatto un sogno doloroso, ma neanche troppo. Endoprotesi, “come un cyborg!!” aveva detto il chirurgo dello IOV, sto coglione. Mi avevano aperto la gamba dal ginocchio all’anca e ora la cicatrice mi prudeva da impazzire. In più mi facevano male il culo e la schiena a forza di stare disteso, ma devo ammettere con gratitudine che mi sono sentito accudito da persone gentili ed energiche. Ora che sono a casa ho finito tutte le serie interessanti e sono stufo anche delle “video” con gli amici o di giocare “live”, perfino “Call of duty” mi ha stufato. Poi sto facendo la chemio.

Dopo il primo ciclo mi sentivo uno schifo. Curare una malattia col veleno, cosa potrebbe andare mai storto? Tutti mi trattano con compassione neanche fossi un gattino azzoppato. I medici usano paroloni incomprensibili, le infermiere mi dicono che sono un bel ragazzo, tutti mi trattano da stupido insomma. Come se non avessi capito che sto morendo, che il marcio nella mia gamba potrebbe schizzare da un momento all’altro nel mio cervello o nei miei polmoni. L’altro giorno sul cellulare ho letto che la prima causa di morte in Europa per la popolazione dai 15 ai 29 anni è il suicidio, ma come cazzo è possibile! Io che vorrei solo vivere, viaggiare coi miei amici, fare sesso, giocare a basket!!

Mi hanno informato che verrà a casa un fisioterapista a trattarmi la gamba, ho già fatto qualcosa nella palestra dello IOV con un terapista di una certa età, che secondo me era gay. Chissà chi verrà adesso, sono stufo di soffrire e sto perdendo la speranza, quando vedo il mio riflesso allo specchio vedo una specie di “Gollum” secco, pelato e ingobbito. Le sopracciglia poi, senza non sembra neanche la mia faccia. Quando mi guardo quasi non mi riconosco, labbra screpolate, occhi infossati, pallido come la morte, chissà se mi vedessero ora le mie compagne, Sabrina poi, lei non deve assolutamente vedermi così. Netflix mi ha proposto dei film su giovani malati che si innamorano tra loro in ospedale e bla bla bla: “quanto è bella la vita anche nei momenti peggiori”. Stronzate. Anche l’algoritmo non si fa i cazzi suoi, già mi tocca rispondere con educazione a imbarazzanti domande dei miei compagni di scuola o di basket: “Come stai?” “E come cazzo vuoi che stia, sembro un fantasma, ho sempre la nausea e sto morendo cazzo!!” Ma invece rispondo: “dai abbastanza bene!” Oppure: “tengo duro!”. Sembra che debba incoraggiarli e rincuorarli io. Nessuno mi capisce.

Ho fatto la prima “seduta” col fisioterapista. Pensavo peggio! Per fortuna è un tizio giovane, mi ha stupito dicendomi che devo darmi una mossa se voglio recuperare la gamba, come se tutti i miei recenti trascorsi non gli interessassero più di tanto. Ha letto con attenzione tutti i referti e la cartella clinica, non sembrava né turbato né preoccupato. Non lo capisco, un po’ mi tratta con comprensione, e dolcezza direi, dall’altra mi sbatte in faccia la realtà con placida oggettività. I trattamenti sono impegnativi e dolorosi. Almeno viene a casa mia e non devo uscire fuori, con berretto e occhiali da sole darei nell’occhio come quei fuggitivi nei film di “serie B” che si riconoscono da un chilometro di distanza. Il terapista chiacchiera molto, scherza, mi racconta i suoi aneddoti e dimostra curiosità quando gli parlo di me. Io non ci ho voglia di chiacchierare però lui mi sorride e mi domanda sempre un approfondimento rispetto a quello che dico. All’inizio è stato invadente credo, ma dopo un po’ mi sono trovato a mio agio a parlare del mio mondo, e a sentire le vicissitudini di un’altra persona, che nel frattempo mi stava torturando la cicatrice con una crema per ammorbidirla. La parte veramente dura sono gli esercizi. Il ginocchio è rigido e alle volte il mio cervello mi dice che se lo piego di più si spezzerà tutto.

Il terapista mi osservava concentrato. Pur soffrendo e trattenendo risatine isteriche mi sentivo coinvolto dalla sicurezza che mi dimostrava. Sentivo i tendini stridere e i muscoli scoppiare, il cuore rotto dal terrore più che dalla fatica. I dettagli anatomici e le spiegazioni che mi dava mi affascinavano, voleva davvero che io capissi cosa mi era successo, niente siparietti penosi, niente paternalismi o vezzeggiativi. Certo si vedeva che alle volte si sforzava di fare il simpatico, soprattutto mentre mi mostrava come camminare con solo una stampella. Zoppicava veramente da Dio! Sembrava gli venisse naturale, “d’altronde chi va con lo zoppo impara a zoppicare!” aveva detto ridendo. Lì per lì avevo pensato: “la solita battuta del cazzo”, all’istante però, mi sono reso conto che in quel momento lo zoppo ero io, e ho riso davvero!

L’altro giorno siamo usciti in calle, mi ha convinto dopo aver detto: “prima o poi dovrai pur uscire di casa! Meglio farlo con me adesso! E poi chi vuoi che stia lì a guardarci!”. Fuori ovviamente c’era un sacco di gente. Turisti, perlopiù. Dopo la ritrosia e la paura finalmente ero fuori, nella mia calle, l’aria fresca e il profumo di ciambelle fritte, lo scorrere delle mille sagome variopinte, il vociare indistinto in varie lingue. Il mio sguardo si è posato su un gabbiano, “na magoga” bella grossa. Lei mi ha guardato come se si fosse accorta della mia curiosità, poi si è girata e, quasi a sbeffeggiarmi, in pochi battiti d’ali è volata nel cielo terso.

Dopo giorni dolorosi e tristi (un mio caro amico mi aveva detto che l’avevano preso alla Bocconi e sarebbe andato a Milano dal prossimo mese), mi sono accorto di qualche cambiamento. Stamattina Balthazar, il mio maine coon bianco, ha fatto cadere una ciotola portachiavi saltando sul mobile. Mi sono alzato maledicendo il gatto e ho raccolto tutto, poi sono tornato sul divano e mi sono disteso. Mentre i miei occhi vagavano verso il soffitto travato mi è emersa alla coscienza una sensazione strana e ho ridacchiato senza volerlo. “Ti sei alzato e hai raccolto il macello di Balthazar senza stampella”. I miei occhi volano alla stampella, appoggiata alla poltrona li, a un metro da me. “Vedrai che piano piano, se continuerai a muoverti concentrato, un giorno farai qualcosa di inaspettatamente banale, senza sentire nessun fastidio.” Cavolo me l’aveva anche detto, il fisioterapista. Chissà perché avevo riso tra me e me. La risata era uscita spontanea ma non saprei dire precisamente perché. La sensazione che ricordo è stato soprattutto lo stupore. Che sensazione magnifica!

Vista dal terapista

Maledizione arriverò tutto sudato! Mi insinuo tra la folla, sbuffo e tiro occhiatacce a passanti bovini. Tra le calli i turisti, assuefatti della lentezza del camminare libero da pericoli o semafori, si muovono come amebe in cerca di Dio sa cosa, con in mano gelati scadenti o col naso ficcato in schermi che li guidano tra labirinti veneziani.

Mi è toccato il classico “paziente difficile”. Minorenne, oncologico, post-intervento e tuttora in chemioterapia. Manca solo un disturbo psichiatrico per aumentare il coefficiente di difficoltà o che ne so, genitori tossici. Dopo aver letto la cartella il mio medico referente ha sottolineato la delicatezza della situazione, senza però riuscire a mantenere fisso il contatto visivo. Il mio pensiero andava ai genitori, chissà che persone avrei trovato, toccare un cucciolo malato davanti ai suoi disperati può rivelarsi una sfida tragica. Arrivo in un’ombrosa calle e mi fermo a godermi il vento che si incanala e mi rinfresca. Odore di cibo e rumori di cucine, spazi angusti riempiti di bengalesi.

Suono e salgo le scale, una donna mi aspetta sul portone con un sorriso cordiale e asciutto. Mi fa entrare in una bella casa dallo stile sobrio ma ricercato e noto subito una presenza dissonante distesa sul divano, pallido, fragile e calvo come un uccellino caduto dal nido, si sforza di sorridermi e si presenta con educazione. Mi siedo vicino a lui e mi faccio raccontare come sta. I suoi genitori aggiungono dettagli e lo interrompono spesso, ma poi ascoltano il mio progetto e infine vanno di là per lasciarci lavorare. Il ragazzo indossa dei pantaloncini corti e delle calze antitrombotiche che fanno risaltare le gambe lunghe e secche una delle quali è rigida e solcata da una lunga cicatrice. Cerco di studiare il ragazzo, che si mostra rassegnatamente collaborante nel seguire le mie indicazioni. Dalla situazione letta in cartella vivo in uno stato di cauto ottimismo, a poco a poco me ne rendo sempre più conto da come lui si comporta con me.

Dopo alcune sedute appare più spigliato, è pur sempre un adolescente tarpato, ma si vede che almeno durante il trattamento con me si comporta seriamente, si impegna davvero. Un giorno decido di uscire perché c’è una bella giornata, calda il giusto, quelle col vento profumato di mare. Dopo aver sceso le scale goffamente lo vedo armeggiare col chiavistello, tutto irrigidito sulla stampella, poi esce e si ferma sulla soglia, il sole si accende sul suo viso lunare.

Camminiamo scherzando come se nulla fosse e senza accorgerci ci immergiamo nel fiume umano tra le calli. Dopo due svolte arriviamo in campo. Lui è stanco e dolorante ma mi sorride, e mi mostra dei punti dove giocava a palla da piccolo indicandoli lentamente con la stampella. Ci sediamo su una panchina e stiamo per un attimo in silenzio. Guardo una coppia di anziani uscire placidamente da un negozio attenti a non inciampare sul gradino della soglia, poi mi giro e lo vedo guardare in alto, il cappello troppo caldo per questa stagione, piccolissime perline di sudore compaiono qua e là oltre l’ombra residua delle sopracciglia. Di profilo lo sguardo sembra più adulto, chissà che futuro starà scrutando.

“Dai torniamo a casa adesso, che sennò tua mamma fa un colpo!”. Sorrido, e lui mi sorride a sua volta, così ci incamminiamo.


Il disegno accanto al titolo è di Giulia Cavallini.

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