Testo a fronte/21
I granchi
«Tutti si alzarono e andarono un po’ impauriti verso il mare che schiumava bianco dal marrone ricoprendo senza rabbia le scogliere frangiflutti. E si alzarono così intimamente allarmanti che non si accorsero nemmeno che i granchi, quelli vivi, se n’erano andati...»
Con questo racconto inedito di Nicola Fano prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Arrivati al terzo giorno dell’invasione dei granchi, Lino disse: com’era quella cosa dei flagelli di Dio?
Era Attila!, rispose Giordano.
No, dico la storia delle cavallette, del sangue dai rubinetti… I sette peccati capitali, le disgrazie d’Egitto… insomma questa storia dei granchi non mi piace.
Per due giorni gli unici commenti pubblici erano stati cose tipo il clima impazzito, il buco dell’ozono, il ritorno della mucillagine: il terzo giorno sembrava troppo. E intanto Ezio, con le sue grandi mani gentili, raccoglieva le carcasse dei granchi che davano forfait sulla sabbia. Perché correvano a destra e a sinistra, privi di regole, scontrandosi e spezzando chele e zampe, finché morivano senza una ragione e sopra di loro si insinuavano i nuovi arrivati. Un tappeto mobile e croccante disteso sull’arenile di maggio che, a sapersi muovere, ci si poteva ballare sopra il tip tap senza musica e claquette.
Ci facciamo un bel sugo, aveva detto Michele il primo giorno di invasione, ma nessuno gli aveva dato retta perché lui non aveva una busta, un sacchetto, una scatola, insomma un contenitore per portare i granchi a casa senza che loro gli pizzicassero le mani o i vestiti. Però il primo giorno di invasione i granchi erano ancora vivi. Quasi tutti.
A vederli così, seduti sulle poltroncine di fronte al mare, sotto la scritta “Bagni Pallino”, Giordano – che era il capo – poi Lino, Ezio e Michele sembravano degli sfaccendati di età indefinita: quarant’anni, forse cinquanta. E tutti i giorni, in effetti stavano lì a rincorrere il tempo, ma in realtà erano ubiqui, perché seppure ogni mattina stessero seduti sotto alla scritta “Bagni Pallino”; contemporaneamente stavano da qualche altra parte a fare i loro lavori: maestro elementare, intagliatore, perito agrario e rappresentante di prodotti per la casa. Mestieri comuni, per i quali tutti e quattro erano apprezzati. Neanche le loro donne, sapevano fino in fondo il loro segreto: non erano in condizione di apprezzare quella loro ubiquità neanche quando stavano lì con loro, sotto alla scritta “Bagni Pallino”. Sul retro, dentro quello che in stagione piena era il bar di Pallino, c’era un juke-box d’antiquariato, ancora perfettamente funzionante, per il quale Pallino ogni anno trovava non si sa come e non si sa dove i dischi in vinile a quarantacinque giri dei successi del momento. Ma loro, quando programmavano il juke-box, mettevano solo vecchie canzoni (e non succedeva spesso). Sicché, al diffondersi della musica le parole si spegnevano e ciascuno assaporava il suo passato, fissando gli occhi al mare come i ragazzini che cercano perplessi un’eclisse, come i viaggiatori che provano a fermare una volta per tutte il panorama dal finestrino del treno. E tutti ripensavano a qualcosa che tanti anni fa avrebbero dovuto fare il giorno dopo e che invece, immancabilmente, quel “giorno dopo” di tanti anni fa avevo dimenticato di fare.
Il terzo giorno dell’invasione dei granchi tutti si convinsero che la situazione era grave: non bastavano più l’evidente cambiamento climatico, l’effetto serra e le alghe morte; e nemmeno la pioggia acida, anche perché era stata una primavera ragionevole e di pioggia se n’era vista poca assai. Acida o dolce che fosse.
Qui va a finire che ci si mangiano, fu la sentenza di Michele, ma lo disse inciampando su un cuscino di granchi morti già pestati che fecero troppo rumore al suo passaggio perché tutti potessero sentire bene il suo lamento esagerato.
Ezio, invece, aveva un che di teatrale nelle sue parole, come di chi le pesa troppo e poi le sputa lì per lì con noncuranza, come dicesse una stupidaggine qualunque: alle diciotto comincia il giudizio universale (l’aveva sentito dire in un film). Che ore sono?, rispose, pronto, il capo, Giordano. Le dodici meno un quarto, disse Ezio.
Allora è ancora presto – sentenziò il capo –. Eppoi qui da noi nessuno è mai puntuale.
Troppo presto, pensarono, anche quando il mare laggiù incominciò a ribollire, che invece sarebbe stato un segno da non prendere sotto gamba. Un movimento sommesso e lento, eppure bolliva: come se qualcuno sotto avesse acceso un fuoco per cuocere la zuppa di granchi (e di tutto il resto) direttamente lì davanti ai “Bagni Pallino”. E col bollore s’alzo un vento costante, caldo ma non troppo, che spazzava via l’arenile, compresi i granchi morti che oscillavano di qua e di là a interrompere le corse dei loro compagni indecisi: non era un bello spettacolo. Un ragazzino, sulla passerella sulla sabbia, tra la terrazza e la strada, continuava ad allineare formine di sabbia che parevano automobiline da corsa marroni come la sabbia sporca e bagnata. “Bruum bruum”, faceva con la bocca, ma lo diceva per sé.
Il bambino!, gridò Giordano all’improvviso: perché quel ragazzino era il figlio del capo, che se n’era scordato.
Sta lì che gioca buono buono, stai tranquillo.
Ma questo vento….
Gli pettinerà i capelli.
Intanto il mare bolliva sempre più impunemente: Davide, va’ a casa, ordinò Giordano al figlio e il figlio non fece storie, come chi è abituato a obbedire. Si alzò e si avviò verso la strada: Tanto a me questo mare qui non mi piace. E fa caldo, disse al padre. Va’ a casa senza fare storie… e di’ a mamma che arrivo tardi. Forse.
Tutti si alzarono e andarono un po’ impauriti verso il mare che schiumava bianco dal marrone ricoprendo senza rabbia le scogliere frangiflutti. E si alzarono così intimamente allarmanti che non si accorsero nemmeno che i granchi, quelli vivi, se n’erano andati: erano tornati in acqua oppure, forse, effettivamente, avevano deciso di invadere la città senza mezzi termini. Chissà?
Davide, Davide!: il padre era preoccupato e il figlio era già abbastanza lontano dalla prossima tempesta. Di’ alla mamma che qui c’è tutto ‘sto casino. E dille di rimanere in casa finché arrivo io.
L’effetto fu rapido e se ne accorsero tutti insieme, anche se ciascuno lì per lì diede una spiegazione diversa. I più, sulle prime, s’accordarono sul profilo di una nave sbattuta verso riva dal ribollire generale. C’era anche un po’ di fumo ma non c’erano comignoli, sicché Michele disse: È una balena che spruzza… s’è incagliata… bisogna liberarla! Ma non era nemmeno una balena, perché in cima al dosso che sorgeva dal mare ora si vedevano netti i profili di alberi e cespugli in fiore: era pur sempre primavera.
Tranquilli! È una nave che trasporta alberi per il vivaio.
Per l’orto botanico.
No! È un’isola che esce dal mare!: lo disse Lino e, quando fu chiaro a tutti che non poteva essere altrimenti, lo confermò Giordano imprimendo una piega inattesa alla mattinata: bisogna conquistarla!
Credere che un’isola fosse sorta dal mare inaspettata era già una bell’impresa: ma credere che fosse nata così, lussureggiante di alberi e cespugli in vetta, era davvero troppo. Tuttavia, nessuno si pose di queste domande: un altro era il problema. Ma è mai possibile che stamattina non ci sia proprio nessuno qui da Bagni Pallino?
Qualcuno che ci dia una mano alla conquista!
Faremo da noi. La conquisteremo e la battezzeremo… ne faremo il nostro paradiso, un richiamo turistico.
E verranno a vederla da tutto il mondo.
Diventeremo ricchi.
Fermi tutti! Prima di partire, bisogna darle un nome, l’ingiunzione non lasciava scampo e tutti si fermarono alzando polvere di sabbia e granchi morti.
L’isola di Bagni Pallino fu il primo nome che cominciò a serpeggiare nel gruppo, ma Giordano tagliò corto: e che gli facciamo la pubblicità gratis, al Pallino? Non se ne parla proprio.
Ezio ebbe un’illuminazione: Isola della Pallacorda.
Perché?
Perché è un bel nome.
Vabbè, ma non basta che sia bello.
Ha un sapore antico, Pallacorda… aristocratico.
Ma poi che è, ‘sta Pallacorda?
Uno sport antico, proprio. Una specie di tamburello con la pallina legata a un elastico.
E chissenefrega!
E allora chiamiamola direttamente l’Isola del Tamburello.
Mica male…
Non lo so, chiuse la discussione il capo, Giordano: provvisoriamente la chiameremo così. Provvisoriamente.
A questo punto, si scatenò l’arrembaggio. Ai pattìni, ai pedalò, ai materassini, alle barchette a remi sospese a mezza riva nel bollore del mare. Purtroppo non c’erano motoscafi nelle vicinanze: sarebbe stata ben più maschia la conquista dell’Isola del Tamburello in motoscafo, agitando il vessillo del Circolo Canottieri Bagni Pallino, con gli stivali ai piedi, la sciabola d’ordinanza e un pennacchio in testa. Ma motoscafi non ce n’erano. E non c’era nemmeno il Circolo Canottieri Bagni Pallino al quale prendere in prestito la bandiera. Sicché i nostri s’adeguarono: qualcuno iniziò a remare troppo in fretta, qualcuno saltò su una canoa rovesciata. Michele cascò direttamente in acqua, per la foga. Fu raccolto in fretta.
L’Isola del Tamburello sembrava vicina, ma in realtà distava diverse centinaia di metri. E malgrado il bollore marino s’andasse placando, remare in quella confusione non era semplice. L’Isola non arrivava mai e i granchi, quelli vivi, ringalluzziti dalla trasferta terrena dei giorni precedenti, avevano preso a sormontare i lembi in acque delle canoe, dei pattini e di tutto il resto. Rallentando la corsa, ovviamente. Forza, forza!, ritmava il capo. Mentre Enzo, timidamente, insinuava: non è che qualcuno arriva prima di noi? Cretino! Non lo vedi che siamo soli… non c’è nessun altro in mare.
L’Isola non arrivava mai, i granchi facevano il loro lavoro di disturbo ed effettivamente, l’impresa cominciava a diventare troppo gravosa per i quattro. I quali saranno stati pure ubiqui, ma prima o poi dovevano pur presentarsi da mogli o capoufficio.
Ci sono, ci sono sbuffò Michele: in effetti era a un palmo dalla riva dell’Isola del tamburello, e ancora vibrava colpi di pagaia, fradicio. E così, quasi per caso, quest’invincibile armata di pattini, pedalò, canoe e materassini approdò sull’Isola, sotto la guida vigile dell’ammiraglio Giordano il quale pretese, giustamente, di essere il primo a porre piede umano sulla nuova terra. In nome e per conto del Re di Spagna…
Ma quale Spagna? Ma che è impazzito?
Dicevo così, Spagna, per dire… diamo un po’ di solennità a questo rito… In nome e per conto del Re di Spagna io prendo possesso di questa florida terra…
Non finì la frase, l’ammiraglio, che il mare riprese a ribollire, più ancora di prima. E con un tonfo immane l’Isola dal nome incerto se ne tornò nascosta nei flutti da dove era uscita, portandosi appresso canoe, pattini, legni, materassini e uomini. Il mare ricoprì tutto e i granchi si misero in fila per saldare quella tomba d’acqua.
Babbo, urlò Davide dalla battigia, dice la mamma se vuoi la pasta al sugo di granchi!
Nessuno rispose, neanche il vento.