Al Teatro dell'Opera di Roma
Dal barocco ai social
Il regista Robert Carsen mette in scena un oratorio di Händel trasformandolo in un apologo sulla bellezza attraverso i tempi
Il genio di Robert Carsen ancora una volta ci ha mostrato come si possa interpretare un oratorio di Händel del 1707 rendendolo un capolavoro che ha affascinato tutto il pubblico. Questo lavoro di Händel non era mai stato eseguito al Teatro dell’Opera di Roma. Händel giovanissimo a soli 22 anni aveva ideato questo oratorio durante la sua permanenza a Roma invitato dalle famiglie porporate Colonna, Ruspoli, Ottoboni e dal cardinale Benedetto Pamphili. Fu proprio quest’ultimo che fornì a Händel il testo di un oratorio intitolato Il Trionfo del Tempo e del Disinganno. L’oratorio in quegli anni si faceva senza scene, aveva carattere meditativo, spesso derivava da soggetti biblici ma di fatto era strutturato in recitativi e arie esattamente come l’Opera coeva.
L’allegoria è alla base di questo oratorio affrontato dal regista: il disinganno che bellezza subisce nel vedere la propria immagine svanire. E lui rende esplosivo questo tema creando inaspettatamente un ponte tra Barocco ed epoca social. Infatti nella prima parte ci ritroviamo davanti ad un talent show stile Next top Model. Una reginetta di un concorso di bellezza che finisce tra sesso, droga e rock and roll. Nella seconda parte Carsen ci immerge in un’atmosfera radicalmente ascetica. Utilizzando i movimenti coreografici di Rebecca Howell e i video di Rocafilm, ma soprattutto le fantastiche luci di Peter van Praet ideate con Robert Carsen assieme alle scene di Gideon Davey che abbassando la serranda metallica su tutto il boccascena riesce a mostrarci lei che si percepisce tra bambina e anziana specchiata in uno specchio che riflette tutti noi in platea. Questa bellezza è dunque la vincitrice di un “beauty talent contest” ambientata a Roma alle prese con “The World’s Next Top Model 2026″. E Carsen travolge tutti noi con i topoi della nostra contemporaneità: la festa con il Dj Star, la seduta psicoanalitica, lo shopping compulsivo.
Robert Carsen giustamente ci ricorda che “essendo stato scritto come oratorio, non era destinato alle scene. E’ un genere diverso dall’opera, dove abbiamo l’amore tradito, gli omicidi, le menzogne e si addensa tutta la complessità dell’animo umano. Il miracolo è che Händel , a quell’età, abbia scritto un capolavoro del genere. Questa storia poteva essere noiosa nelle mani di un altro compositore, invece non possiede nulla di pedagogico, anzi ci sono momenti erotici, si avverte il desiderio della Bellezza, quando il Piacere vuole invitarla alle delizie della vita e abbiamo la scena che ho allestito in un night-club.”
Al centro della vicenda c’è il percorso di Bellezza, restituitaci perfettamente dal soprano svedese Johanna Wallroth, inizialmente sedotta dal Piacere ( interpretata da Anna Bonitatibus la soprano italiano che si è sempre distinta nel repertorio operistico barocco e che vinse nel 2015 l’International Opera Award per il disco Semiramide, la signora regale) e dalla dimensione dell’apparenza, ma progressivamente da Tempo e Disinganno verso una presa di coscienza più profonda. Il conflitto si risolve con la rinuncia alle illusioni e alla vanità, in favore di una verità più duratura. Ci racconta il regista che “c’è l’idea che ognuno di noi debba mettere sulla bilancia della propria vita la bellezza e il piacere, il tempo che vi dividiamo insieme con il disinganno. da una parte il carpe diem, il gioire per il momento; dall’altra, lo sviluppo delle cose importanti, nel tempo limitato della vita terrena. e davanti alla caducità della vita si spalanca l’eternità. L’esistenza umana è come la piccola parte dell’iceberg che affiora dall’acqua, sotto c’è l’immensità” .
La mirabile direzione di Gianluca Capuano ( Miglior Direttore del 42° Premio Abbiati del 2022) contribuisce a rendere ancora più profonda la parabola morale di questa opera di Händel che oppone Bellezza e Piacere, Tempo e Disinganno. Capuano con l’Orchestra e il Coro dell’Opera di Roma torna a lavorare con Carsen con cui aveva condiviso il debutto a Roma nel 2019 con Orfeo ed Euridice, il capolavoro di Christoph Willibald Gluck. Carsen, regista canadese di riferimento nel panorama internazionale, lo avevamo visto recentemente anche al Teatro Regio di Torino con il meraviglioso Dialoghi delle Carmelitane, di Francis Poulenc tratta da un testo di Georges Bernanos, confronta l’opulenza e la vanità del secolo Barocco con la società dei mass-media di oggi ossessionata dalla giovinezza e dal consumo. Il regista aveva debuttato con questo lavoro in prima mondiale nel 2021 al Festival di Salisburgo. Il controtenore Raffaele Pe, specialista del repertorio Haendeliano, è Disinganno. Ed Lyon, tenore britannico, interpreta Tempo. Formatosi al St John’s College di Cambridge, alla Royal Academy of Music e alla National Opera Studio, ha collaborato con ensemble come Les Arts Florissants e Orchestra of the Age of Enlightenment, diretto da maestri quali William Christie, Emmanuelle Haim e René Jacobs.
Il Coro stratosferico diretto da Ciro Visco e il corpo di Ballo diretto da Eleonora Abbagnato hanno significativamente contribuito al successo di questa produzione finalmente approdata a Roma.
Preziosa riflessione quella di Robert Carsen, come ci ricorda Dominic Pettman, docente della New School University di New York, di quanto il tempo digitale ci ha trasformati in adolescenti, storditi da un cocktail tossico di noia e iperstimolazione. Il problema non è avere troppo tempo, o non averne abbastanza. Il punto è che abitiamo un tempo senza forma.
Le fotografie dello spettacolo, fornite dall’Ufficio Stampa del Teatro dell’Opera di Roma, sono di Fabrizio Sansone.