Nando Vitali
Testo a fronte/26

Gesualdo

«Con le mani in pasta un vecchio con la pancia coperta da un grembiule imbrattato di farina. Molte forme di pane caldo sono ammassate nelle ceste. Sembrano vive come pesci, di cui Gesualdo sente il vociare, forse di aiuto...»

Con questo racconto inedito di Nando Vitali prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Carlo Gesualdo, noto anche come Gesualdo da Venosa (Venosa,8 marzo 1566 – Gesualdo 8 settembre 1613). Compositore italiano del tardo Rinascimento, e membro della nobiltà del Regno di Napoli.

 

Gesualdo sistema con cura nella cassapanca di famiglia un fazzoletto insanguinato seppellendolo come morto. Ci si è nettato le mani.

Prende le chiavi della macchina. Dà un’occhiata a uno spartito. Ci sono abbozzi cancellati a matita. Si capisce che non lo convince l’idea, e le note non sono che briciole di gomma.

All’esterno una foschia bianca, alberi incappucciati simili a sicari.

Gesualdo è un grande musicista, stimato e usufruisce di molti privilegi.

Infilarsi nella nebbia della notte a fari spenti per vedere se poi è così difficile morire.

Vediamo se è vero!

Mentre se lo chiede passa davanti a una panetteria. Sente la voce del pane appena sfornato. Ci butta dentro un occhio dopo aver parcheggiato la vecchia Panda verde. Il suo naso è lungo simile a quello di Gaber, un poco storto come un fumetto. L’olfatto finissimo, affilato.

La porta a vetri quasi del tutto appannata lascia una feritoia. Entra. Un giovane nero coi capelli che ricordano una spazzola per le scarpe.

Avrà quindici sedici anni e sta scopando. Puzza. Segatura, straccio bagnato, ascelle, piedi sudati.

Con le mani in pasta un vecchio con la pancia coperta da un grembiule imbrattato di farina. Molte forme di pane caldo sono ammassate nelle ceste. Sembrano vive come pesci, di cui Gesualdo sente il vociare, forse di aiuto.

Sulla parete la fotografia di un fenicottero rosa.

In fondo al piccolo locale una porta chiusa che deve essere il gabinetto.

 

“Buonasera”, saluta Gesualdo.

“Buonasera manco per il cazzo”, risponde brusco il vecchio con le mani in pasta e le braccia grosse. I gomiti devono essere malati, perché macchiati di un rosso vinoso che non è rassicurante.

Il vecchio si rivolge al ragazzo nero con sguardo severo.

L’altro capisce e prende un mattarello molto grosso, più di quanto si potrebbe immaginare.

A pensarci bene anche la faccia del ragazzo sporca di bianco sulla pelle nera non promette niente di buono. Le labbra spesse somigliano a quelle di un carnivoro che avesse da poco addentato la preda. Sembra infatti sangue. Forse lo è. Nulla è come appare, pensa Gesualdo.

Dal gabinetto il rumore dello sciacquone interrompe l’idillio.

Ne esce una distinta signora vestita agli anni ’30, un cappello viola e la veletta trasparente nera.

Guarda Gesualdo e dice: “Noi amiamo la pace”, e va via in un effluvio di profumo e merda.

Poi si gira, e in una maschera di orrore “Ma è necessario l’ordine!”.

La donna scompare come in varie epoche della vita.

Gesualdo è minacciato dal ragazzo col bastone.

Decide di uscire, forse anche per seguire la donna che però si è dissolta.

Mette in moto e parte.

L’auto tossisce vecchia e stanca, ma ancora signorina.

Supera una rotonda con una foresta di cartelli di cui distingue solo le sagome. Cartelli messi a bella posta per depistare il conducente, non vi sono dubbi.

Imbocca una strada larga, talmente larga da sembrare innaturalmente dilatata dal suo sguardo, perdendosi nella campagna nera senza lampioni. Non dobbiamo dimenticare che Gesualdo guida a fari spenti.  La bambagia nera gli dice per istinto che è proprio la strada giusta che cercava.

Quella dove si può vedere se è così difficile morire.

Il cielo è scomparso afferrato dal buio. La macchina prende i giri.

Pensa alla signora che aveva visto prima.

“Noi amiamo la pace. Ma l’ordine è indispensabile”.

Certo, un ordine matematico è in tutte le cose. Anche nel numero di coltellate inferte. Ma non è quello che dicono i dittatori?

Fra di loro i gorilla di montagna, le formiche o le api. Perfino i libri impolverati e quelli vivi sostengono l’armonia delle parti che sorreggono l’universo.

Ah, se avessero potuto parlare i suoi organi interiori, le miniature infinitesimali, così come i testi delle loro macchine da scrivere ingiallite dalla bile e dal catrame, o gli spartiti coperti di mosche! I momenti creativi dove si smarrisce.

Dopo un lungo viaggio fra futili pensieri, frenate, palpitazioni e inganni, Gesualdo, non sa come, si ritrova a casa.

Parcheggia sbattendo la portiera difettosa.

E’ quasi l’alba.

Nella mente la musica settecentesca quando a Napoli scrivere era solo per libretti d’opera.

Attraversa il salotto. Una melodia lo ha preso di forza. Dolce e violenta. Sette note in tutto.

Si ricorda del coltello dimenticato nel lavello. Lo sciacqua con cura sotto la fontana.

Nella camera da letto sua moglie giace trafitta al cuore. Il suo amante Fabrizio, sgozzato con un taglio netto e il pene floscio. Un fiume di sangue seccato.

Gesualdo inoltra le dita fra i denti della tastiera. Le note fra i tasti di avorio avanzano una canzone esatta, per onore e per prestanza. Quello che deve fare un uomo del suo calibro. Ne sortisce un madrigale in chiave jazz che vuole subito dedicare a lei, Maria, sua moglie adorata.

Ad opera compiuta entra nella stanza degli amanti e quella volta, più che mai, Maria non gli pare così bella e puttana.

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