Il nuovo libro di Emmanuel Carrère
Fare kolchoz
C’è un’inedita quiete nello stile di questa “sinfonia” narrativa tra memoir casalingo, romanzo storico e indagine autobiografica. Come se l’autore, dedicando questo racconto alla figura della madre, avesse raggiunto il culmine della sua abilità nel rendere la materia della scrittura “letteratura viva”
L’autofiction è forse il riflesso letterario di una necessità organica dei nostri tempi e un autore come Emmanuel Carrère lavora alle sue strutture profonde da tempo, con gli arnesi formali in ordine e una competenza in materia pressoché ineguagliata. Kolchoz (traduzione di Francesco Bergamasco, Adelphi, 407 pagine, 22 euro) è un libro che si muove tra memoir casalingo, romanzo storico e indagine autobiografica. Al centro del racconto troneggia la figura della madre dell’autore transalpino – Hélène Carrère d’Encausse, studiosa della Russia e membro dell’Académie française, scomparsa all’età di novantaquattro anni nell’agosto 2023 –, ma il vero protagonista è probabilmente il rapporto dialettico tra i ricordi privati e la grande storia.
Carrère costruisce una narrazione ampia e frammentaria, capace di attraversare a piè pari l’Urss, la Georgia (Héléne era infatti di origine georgiana), la Francia del dopoguerra e le tensioni attuali legate al conflitto russo-ucraino che di fatto hanno mutato la sua relazione affettiva e culturale con la Russia. Il titolo dell’opera richiama la proprietà agricola collettiva sovietica e un rito personale dell’infanzia: il «fare kolchoz», cioè il trasferirsi dei tre figli – Emmanuel e le sorelle Nathalie e Marina – nella camera dei genitori per stare con la mamma in occasione dei viaggi del padre, un simbolo di intimità, appartenenza e protezione («Adoravamo fare kolchoz. Non so fino a quando lo abbiamo fatto, direi ben oltre l’età in cui abbiamo smesso di credere a Babbo Natale»). Da un semplice gesto domestico nasce una riflessione molto più vasta sull’eredità familiare, sulle ambizioni sociali e sugli adynata della memoria.
Uno degli aspetti maggiormente riusciti del testo è la descrizione frastagliata dei personaggi: Carrère evita l’idealizzazione e l’ingabbiamento concettuale, e restituisce al lettore una madre brillante ma autoritaria, fascinosa e talvolta distante. Anche il padre Louis emerge in un’antinomica complessità che pian piano si impone grazie alla silenziosa stesura di archivi familiari. Questo equilibrio tra amore filiale («da piccolo ho amato mia madre come non ho amato e non amerò mai nessuno in vita mia») e lucidità critica rende il racconto particolarmente sinuoso. Il romanzo possiede un’inedita quiete nella scrittura di Carrère, qui più tenera e meno rugosa rispetto ad alcune opere precedenti. Secondo il settimanale francese Le Nouvel Observateur, «Kolchoz è un libro magistrale. Il libro di un narratore virtuoso al culmine della propria arte, capace di destreggiarsi, divagare e dissertare con magnetica naturalezza per dare al suo racconto l’andamento di una sinfonia in cui i diversi movimenti si rispondono, si completano, si prolungano senza fine». Sotto il profilo stilistico, Kolchozconferma quindi il talento di Carrère nel trasformare documenti, lacerti del passato e genealogie in letteratura viva, grazie a strategie di scrittura estremamente elaborate. La struttura episodica e digressiva – questa sorta di “sinfonia” narrativa – conferisce al testo il respiro di una saga europea post-novecentesca.
Hélène Carrère d’Encausse, al secolo Hélène Zourabichvili, assomiglia davvero a un’eroina di qualche romanzo russo, dipinta da significative emersioni psicologiche e, persino, da aneddoti fulminanti. Se non manca qualche tratto tagliente, non manca neppure l’eterno affetto, la pietas. «Ho provato tristezza, certo. Ma una tristezza abbastanza dolce – scrive Carrère –, la sua morte mi è sembrata ammirevole, il coronamento di una vita intera, lo stesso eterno desiderio di controllo, e insieme una forma di abbandono».