A proposito di "Epiloghi"
Versi per osare
La nuova, bella raccolta poetica di Evaristo Seghetta Andreoli non è un congedo ma una summa delle esperienze fatte. Comprese quelle soltanto "tentate"
Quello di Evaristo Seghetta Andreoli (Epiloghi, Interno Poesia, 112 pagine, 15 Euro, postfazione di Caterina Lazzarini) non è un congedo, come potrebbe indurre a pensare la lettura del suo ultimo libro, dove egli in qualche modo appare arreso al proprio disincanto. Si tratta, piuttosto, di una serie di Epiloghi – lo dice il titolo, lo confermano i versi, bellissimi – rendiconti che preludono ad altrettante somme ancora da tirare.
La prima sezione (Al riparo dal vento maestrale), dominata dalla riflessione metapoetica, accoglie insieme con questa un sentimento del tempo improntato a un razionalismo compulsivo, amaro a tratti; la seconda (Le stelle non sono lì per caso), che abbraccia anche altri temi e si fa più prosastica, pur sviluppando i medesimi assunti finisce per ribaltarne la rigida prospettiva deterministica, mostrandoci un bambino con la barba bianca, in mano lo stesso “pallone sgonfio e deformato” di una volta, che però “ancora rimbalza”. La poesia nasce dal caso. Inutile, perciò, domandarsi ancora “se serva”. Essa accade nel poeta, in cui sta e agisce sotto forma di pura fatalità, come” l’istinto dell’anatra che migra,/ del rondone che torna a primavera”. Lo sa e basta questo catoniano vir bonus, uomo di ozio e di negozio, esperto nel dire. La “forma trasformata” non si vede se non quando “fa brutto” e il fattore (anche di versi) si pone atarassicamente al riparo dal maestrale e osserva. In questo monismo che oscilla tra Democrito e Spinoza la sostanza unica è la materia tratta dalla densa molteplicità del reale ma ridotta all’essenziale, potata, spolpata fino all’osso (“meglio la scarna povertà delle parole/di questo vuoto della vanità”).
Costantemente intento alla meditazione sullo “stato dell’arte”, il poeta-augure (il sangue, del resto, è etrusco) legge segni ovunque, decodifica i caratteri che si distendono su pietra in veste di ombre crepuscolari, le parole piovute in una pozza e che rimpastano la polvere in fango vivo. Tuttavia troppe volte queste grafie fantastiche sfuggono di mano quando i crolli di certezze le fanno barcollare e dal mutismo della natura che non risponde sorge l’angoscia del vate. Finché un giorno Lei non “squarcia d’improvviso/il sordo silenzio di dicembre”.
In Epiloghi l’esistenza, attraversata prima, poi ripercorsa a ritroso si configura come la somma, nient’altro che la successione dei tentativi osati e (“per lungo tempo”) falliti nell’intento di ridare una collocazione sempre nuova a un unico “pungolo rovente”, al tarlo di una vita. Che siano di una donna o della poesia (importa?) “il piacere/di quei passi che più non torneranno” svela la magnifica menzogna di questo pseudo-Epicuro.
La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.