Leo Carlesimo
Testo a fronte/20

Due autostoppisti

«La curva dopo, dalla parte giusta, la prendo allegra. E lei di nuovo mi viene addosso. Stavolta non chiede nemmeno scusa. Non fa che sorridere, ogni volta che incrociamo gli sguardi. Butto di nuovo un occhio al bietolone. Se ne sta lì, muto e ingrugnato...»

Con questo racconto inedito di Leo Carlesimo prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Valicai il Brennero ch’era appena passata l’alba. L’aria era ancora fosca e cadeva una pioggerella leggera. Non era freddo, però umido e nebbioso. L’autunno cominciava a farsi sentire. M’accodai agli altri camion lungo la corsia interna. La colonna marciava a passo d’uomo, mentre a sinistra le auto sfrecciavano. Non mi toccò un buon posto, davanti avevo un trasporto maiali. Rimorchi-gabbie di suini vivi. Un TIR con targa della Romania. L’avevo fatto anch’io, quel viaggio. Caricati in qualche posto dei Balcani. Li porti in Emilia e ne escono prosciutti italiani. E’ un brutto viaggiare, con quegli animali a bordo. Puzza e grugniti per tutto il viaggio. E quelle bestie, dietro, che non stanno mai ferme. Pare che sappiano dove le porti.

Stavolta non m’era toccata così brutta. Avevo caricato un container di ricambi ad Hannover. Da consegnare a Colleferro, officine meccaniche Kepler, presidio germanico alle porte di Roma. Era lì ch’ero diretto. Nel pomeriggio m’ero fatto la tratta tedesca più quella cinquantina di chilometri austriaci, fino al ponte che porta al valico. Avevo pernottato al confine, nell’area di servizio subito prima del passo. L’ultima non-italiana, dove m’aveva dato appuntamento Dietrich. Il bavarese di Monaco con cui combino certi affarucci. Lui conosce i miei giri, mi manda a ritirare della roba lungo il percorso. Gliela consegno nei dintorni della Baviera. C’incontriamo in posti sempre diversi. Paga in contanti.

Nulla di sporco, eh, né droga né armi né migranti. Non la tratto, io, quella merda. No, robetta pulita, qualche cartone ben imballato, piccole casse anonime mescolate al resto del carico. Pacchi facili da nascondere. Non faccio troppe domande sul loro contenuto. Anche se ormai un’idea me la sono fatta. Di Dietrich, so che fa l’antiquario. E il gioielliere. O lavora per qualcuno cha fa l’antiquario e il gioielliere. E’ una persona fine, Dietrich, uno che ha studiato. Veste sempre elegante. Parla pochissimo. E’ lui, il mio terminale tedesco. Dall’altra parte, vicino a Napoli, ho il terminale italiano. Si chiama Rosario e chiacchiera un po’ di più. Da buon guappo napoletano, gli piace vantarsi. E’ da lui che ho capito cosa c’è dentro i pacchi. Me li consegna quando salgo, di solito cartoni leggeri. Qualche coccio, penso io. O qualche tela. Non l’ho mai vista, la roba. Non apro mica le casse. Però un po’ te l’immagini, dalla forma e anche dal peso. A volte pesano di più. E allora deve trattarsi di un marmo. O di un bronzo, potrebbe essere un bronzo. Rosario raccoglie roba dai tombaroli. Anche da chi ricetta. Ladri di opere, topi di chiese. Piccoli musei, collezioni private. Beh, le fonti possono essere tante. Io faccio la spola. Dalle coste mediterranee alle pianure del nord. Dietrich piazza la merce in quei ricchi mercati. Collezionisti a strafottere, lassù. Pieni di grana. E vanno matti per i nostri cocci.

La paga è buona, tremila quest’ultimo viaggio. Ho ricevuto il whatsapp col luogo dell’appuntamento ch’ero all’altezza di Mannheim. L’area che ha scelto stavolta, subito prima del Brennero, ha un ristorante aperto fino a tardi. Ci fanno lo stinco. Mi piace come lo fanno i crucchi, con le patate e i crauti. Dietrich mi aspettava seduto al banco. L’ho raggiunto e ho ordinato anch’io una birra. Strana coppia, formiamo, lui elegante in giacca e cravatta. Io nella mia tuta da lavoro, la barba lunga, sporco e sudato dopo otto ore di guida. Siamo usciti e gli ho mostrato dov’era parcheggiato il TIR. Ha accostato l’auto. Ho messo il pacco nel bagagliaio e preso la busta. L’ho aperta e li ho contati. Poi Dietrich se n’è andato e io sono entrato a farmi il mio stinco. Due bicchieri di vino, una grappa, una fumatina. C’è gusto, con quei tremila in tasca. Sono tornato al mio TIR, ho sonnecchiato in branda fin quasi all’alba. Mi sono dato una bella sciacquata nei bagni della stazione. Era ancora buio quand’ho ripreso la strada.

E adesso eccoci qui, di nuovo in coda. Colpo di freno, colpo d’acceleratore. Un fiume di TIR inonda l’Italia. Sciamano giù dal valico, l’autobrennero fatica a smaltirli. A Verona, l’onda si divide in tre. Chi va per Milano, chi per Venezia, chi per Bologna e il sud. Lo sa, un camionista, che passata Verona si marcia un po’ meglio.

Va liscia fin dopo Modena, dove carico quei due. Mi fermo alla stazione di Valsamoggia e quando esco dalla toilette s’avvicina quella ragazza. Molto carina, cribbio. Alta poco meno di me, magra magra, capelli castani, lentiggini, jeans. Una maglia di quelle pelose sotto la quale non porta nulla. Le tettine ballano e lei lo sa, le muove apposta. Può avere sì e no vent’anni. Scusi signore, fa, lei va verso Roma? E mi guarda in un modo… Sì, le dico, a Colleferro, perché? Non potrebbe darci un passaggio? Sa, il mio ragazzo ed io… coi pochi soldi che abbiamo si fa l’autostop.

C’è ancora gente che fa l’autostop. Quand’ero giovane io, era già fuori moda da un pezzo. Con tanti modi che ci sono oggi per viaggiare, c’è chi ricorre ancora al gesto del pollice. Autostoppisti, ormai mi capita d’incontrarne pochi e di norma non li carico. Anche se da ragazzo l’ho fatto anch’io, ci ho girato un pezzo di nord-Europa. Ora che sulla strada ci sto per mestiere è diverso. Non mi va d’averci estranei in cabina. Però quella ragazza… Il modo in cui m’ha guardato e come muoveva quelle tettine. M’ha fatto venire certi pensieri. Parlava di un fidanzato e guardacaso lui spunta fuori. Uno alto alto, secco come un chiodo. Una faccia da bietolone. Capello lungo, occhiali, anche lui sui vent’anni. Con gli zaini! Proprio due autostoppisti d’altri tempi.

Insomma, m’hanno ricordato qualcosa e gli ho fatto cenno di salire, non so bene perché. Lei continua a sorridere. Buttano dentro gli zaini. Io faccio il giro dall’altra parte. Lei siede in mezzo, sicché ce l’ho accanto. Con quelle tettine che ballano, sotto la maglia pelosa. Lui, il bietolone, si schiaccia contro il sedile, dalla parte del passeggero. Metto in moto e partiamo.

Per un po’ ce ne stiamo in silenzio. Poi a un tratto, senza motivo, lei fa: viene da lontano? Dalla Germania, dico io. Ma allora ha viaggiato tutta la notte, dice, sarà stanco. Che te ne frega, penso, ma ad alta voce rispondo: no, la notte ho dormito, ho fatto sosta al confine. Lei sorride e così va già meglio. A gesti è meglio che a parole: sorrisi e tettine che ballano al posto di domande sceme. Imbocchiamo la Bologna-Firenze. Alla prima curva sento che s’appoggia. Scusi, mi fa. E sorride. Lancio un’occhiata al ragazzo, rincantucciato contro la portiera. Guarda fisso fuori dal finestrino.

La curva dopo, dalla parte giusta, la prendo allegra. E lei di nuovo mi viene addosso. Stavolta non chiede nemmeno scusa. Non fa che sorridere, ogni volta che incrociamo gli sguardi. Butto di nuovo un occhio al bietolone. Se ne sta lì, muto e ingrugnato. Al bivio, prendo la Panoramica. Di solito faccio la Direttissima, ma stavolta… m’intrigano, tutte quelle curve. Sasso Marconi, Rioveggio, Pian del Voglio. Quelle a destra, lei mi si butta addosso. A sinistra, la schiaccio io. E ogni volta sorride. Io sorveglio quell’altro. Tiene d’occhio la montagna, lui. Lo sguardo fisso di fuori. Mi faccio coraggio e allungo le mani. Una bella coscia tosta, sotto il tessuto teso dei jeans, a un pollice dalla leva del cambio. Ci appoggio la mano piena e lei lascia fare. Mi spingo su, l’accarezzo, stringo. Continua a sorridere. E insomma, adesso ho due pensieri: dove fermarmi e che farne di lui.

Passato il valico, si picchia giù. Il discesone che mena a Firenze. Roccobilaccio, Barberino, Calenzano. Poi il tratto urbano, con la chiesetta famosa di quand’ero giovane. Sesto, Scandicci, tutt’una tratta che non va bene. Troppa città, traffico, folla. Campagna libera, ci vuole, strada selvaggia. Risaliamo su per Incisa. Passata Valdarno s’entra in una zona un po’ più propizia. Intanto, oltre alla mano faccio lavorare il cervello. Penso all’area di sosta adatta e a come liberarmene. Un bietolone, d’accordo, ma non possiamo mica farlo sotto al suo naso.

Passato Montevarchi, il problema me lo risolve lui. Può uscire alla prossima, dice voltandosi, avrei bisogno di una toilette. Devi andare al bagno, gli faccio. Mi serve un bagno, sì, fa lui. Okay, accosto, dico. Ma certo! L’area di Montevarchi viene a fagiolo, con quel parcheggio che non finisce mai. E sono pochi quelli che ci si fermano. Metto la freccia, m’infilo dentro. Arrivo in fondo all’area TIR deserta. C’è un bel pezzo, fino alla stazione, e lui deve farselo tutto a piedi. Di fronte al bar non posso sostare, spiego, quest’affare ingombra. Fa’ pure con calma, gli dico, t’aspettiamo qui. Lui scende. Ringrazia persino. S’allontana.

E adesso, a noi due. La ragazza sta lì, tutta sorrisi e tettine che ballano. Gliele piazzo addosso tutt’e due. Lei mi ferma. Ci facciamo uno shottino, fa. Uno shottino, dico. Sì, beviamoci un sorso, prima. Abbranca lo zaino, dietro al sedile, apre una tasca, ne estrae una fiaschetta. Ecco, fa, mi offre il tappino pieno. Assaggio. E’ grappa, ostia, anche di quella buona. Butto giù. Beve anche lei, s’attacca alla fiasca. Io le infilo una mano sotto quel pelo. Aspetta, fa lei, un altro sorso. Mi dà il tappino da sgavazzare e trinca a canna dalla fiaschetta. Le ficco deciso le dita in mezzo alle cosce. Arrivo alla lampo, la tiro giù. L’altra mano fruga sotto la maglia. Lei mi aiuta, la tira su. Ha due tettine bianche bianche, morbide, i capezzoli rossi. Due cassate, a toccarle ti si sciolgono in mano. E leggere, poi, come fatte di neve. Pare proprio che nevichi, lieve lieve, fiocchi soffici velati di nebbia…

È l’ultima cosa che ricordo, la leggerezza di quelle tettine bianche. Quando mi sveglio è buio fitto. Sono mezzo sdraiato di traverso al sedile. Quei due, spariti. Il portafogli aperto sopra al cruscotto. Accanto la busta gialla di Dietrich. Vuota, naturalmente, i tremila pfff… Chissà che m’ha fatto bere, la troia. Di solito quella merda la usano gli uomini, per stordire le donne e fottersele. Non il contrario.

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