Alberto Sagna
Testo a fronte/24

Cuori fermi

«Devo guardare verso il basso, non alzare mai gli occhi all’improvviso, non infastidire per non essere infastidita, non parlare per non essere punita...»

Con questo racconto inedito di Alberto Sagna prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Con il palmo della mano bussai alla porta di ferro, era fredda, ostile, e un nervo tra le dita cominciò a scricchiolare.

Mi aprirono dopo aver scrutato il mio volto da una feritoia, e alzai istintivamente le braccia verso l’alto. Stavo entrando senza manette ai polsi in una stanza colorata di verde e bianco, due lunghe strisce orizzontali che ancora odoravano di vernice, vidi qualche macchia sul pavimento, tre sgabelli e un tavolo dove lavorare con la ceramica.

Poggiata per terra c’era una pentola di terracotta, sopra un giornale ingiallito che copriva solo una parte del selciato, e accanto dei pennelli neri ancora bagnati. La guardia dalle gambe lunghe, il dio minore delle carceri, scrutava le mie caviglie, e rideva mentre gli passavo davanti. Sentivo il suo alito umido sul mio viso.

 

Ho impiegato sei anni per avere un lavoro, qui dentro, a Rebibbia.

Ho capito troppo tardi che dovevo chiedere perdono e allo stesso tempo perdonarmi, silenziare tutte le voci che mi rincorrevano, quelle di chi non mi ha mai creduta o ascoltata davvero, quando in una triste aula tenevo stretto il microfono con due mani e parlavo del buio che aveva coperto i miei occhi, la mia mente, in quel maledetto giorno. Hanno pensato che fosse sbagliato difendersi da un uomo in tuta blu con le mani grosse e unte di olio motore, una miscela viscosa che puzzava di benzina e risaliva nello stomaco insieme alle sue dita sulla mia faccia. Allargava le mani fino a coprirmi gli occhi, gli zigomi, la punta del naso, la bocca, per cucirla a ogni parola scomposta. Mi guardavo allo specchio e rivedevo i suoi polpastrelli spinti sulla mia carne, e poi quelle chiazze scure a forma di cerchio. Mi chiudevo a chiave nel bagno, sedendomi per terra, con le mani sulla pancia.

 

“Lesioni gravi inferte sul capo con una bottiglia che hanno causato il decesso”, c’era scritto su un foglio. Mentre ero a stesa a terra, bloccata dal suo corpo, allungato sul mio, e mi vedevo già morta. Dentro e fuori. Quella fu la mia accusa, iniziata anni prima e poi finita tra le pagine di una sentenza, il verdetto unanime, e c’era stata anche una giudice donna tra i giudicanti dei colpevoli, in quel giorno senza sole.

Tre pagine per sei lunghi anni.

Il male di una donna è obbedire poco, il bene di un uomo è il silenzio comandato.

Non mi chiamava più con il nome di battesimo, Isabella. Non avevo un nome o un cognome, per lui. Lo aveva scandito solo all’inizio, con dolcezza frenata, o studiata, un rito breve per il tempo che ci voleva, il suo unico tempo. Poi si era dimenticato di me, di noi, degli sguardi necessari, dell’amore, del sesso in cucina. Io che avevo lasciato la squadra di pallavolo per non partire più, non farlo ingelosire, e non fare diventare le sue orecchie tutte rosse, color sangue rappreso. Non volevo più vedere alzarsi in aria il dorso della sua mano destra, verso di me, il mio volto, da destra a sinistra, o sull’occhio che poi diventava rosso bruno, e di notte si chiudeva se non mettevo la pomata del farmacista.

 

Sono stata condannata da tutti. Prima per quello che avevo fatto, poi per dove ero finita. Nessuno è venuto a trovarmi in carcere, mi hanno detto che ero un’incosciente, e dovevo essere raddrizzata o lasciata nell’acqua marcia, perché marcire lentamente è come uccidere. La pelle perde colore, diventa grigia, si formano le grinze e poi si vedono piccoli brandelli pronti a cadere. Nell’ora dei colloqui ho iniziato a parlare da sola, a raccontare la filastrocca degli impegni dei miei parenti, improvvisi o incancellabili, del bimbo che non poteva essere lasciato a casa, del sale iodato da andare a comprare, del barattolo di sugo che era cascato sul pavimento. E ho immaginato Teresa, la mia amica, con la sua voce bassa, gli occhi fissi sull’armadio a muro nella cucina, che si scusava di continuo, e diceva di non potere neanche scrivermi una lettera. Perché gli altri se ne sarebbero accorti, il marito, e i bimbi belli. Forse avevo i capelli troppo sporchi, o le unghie tagliate da uomo, le caviglie senza collant, le gambe coperte da una divisa, non indossavo la gonna plissé. Il ferro delle sbarre era l’orrore da nascondere, l’odore pungente di quell’umido appiccicato al viso avrebbe corroso le sue narici, e lei non voleva essere corrotta, da me, da nessuno. E io dovevo rimanere nascosta, magari sottoterra.

 

Lo scrivano aveva sentito che parlavo da sola, che scrivevo da sola, che facevo dei salti in cella. Forse aveva capito che ero stata una ragazza dalle gambe forti, e che le dovevo allenare, costringere a muoversi in piccoli spazi, sfruttare ogni angolo, come se avessi la palla tra le mani, o se ci fosse una rete in cortile, un campo rettangolare invisibile. O visibile solo per me. Ormai non sapevo più se ero in grado di lanciare la palla in alto e poi battere, fare una battuta con il palmo della mano ricurvo, forte, veloce, a effetto, torcendo il polso, per sorprendere, fare il punto, vincere l’invincibile. A tredici anni avevo vinto la mia prima medaglia, le prime fotografie della squadra, e io ero sempre in seconda fila. Mi occupavo del muro a rete e dell’attacco centrale, cercavo di leggere le azioni delle altre, le avversarie, che indossavano magliette con i colori diversi, e anche loro si guardavano, studiavano la mimica dei miei movimenti, nascondevano le mani dietro la schiena per lanciare messaggi con le dita.

Qui dentro non ci sono medaglie, solo carte bollate che puzzano di burocrazia, bruciano le mani di chi le tocca.

Devo guardare verso il basso, non alzare mai gli occhi all’improvviso, non infastidire per non essere infastidita, non parlare per non essere punita, o colpita con un cacciavite sulla coscia mentre cammino, o faccio la doccia, nuda, con il sapone sugli occhi.

 

Nel giorno del mio primo lavoro con la ceramica sono rimasta con le mani impastate di argilla, poi c’erano gli smalti per aggiungere colore, e proteggere la superficie del vaso, cercavo di assicurarmi che la glassa rimanesse densa.

Il mio primo vaso sarà anche l’unico. Sento una voce stridula che arriva dal corridoio esterno, è la guardia che si avvicina. La sala deve essere ripulita subito e sgombrata per l’arrivo di altri detenuti, da altre carceri. Dobbiamo mettere dei letti di ferro per farli dormire. In un attimo sono diventata la donna delle pulizie, la donna di servizio, la traslocatrice tutto fare con le mani sporche e le unghie colorate. Le brande devono essere imbullonate a terra, ma non vedo i materassi, e neppure cuscini. Qualcuno ci dice che è crollata una parte del tetto di Regina Coeli sulla “rotonda”. Mi sfrego la pancia con il dorso di una mano, non sento più i muscoli. Il mio corpo è stato cancellato.

Non vedrò mai più un campo di pallavolo, i piccoli riquadri della rete, feritoie da cui immaginare la prossima azione. Non farò più un muro con le mani stese.

Ero nel giorno del non ritorno, un nuovo giorno con il buio pesto, come gli occhi rotti dai pugni del mio compagno, che compagno non era, non doveva essere. La ferocia era entrata in casa di soppiatto, strisciando sui muri.

 

Da sei interminabili anni non ho più una borsa dove frugare con le mani cercando un fermaglio, o lo stick per le labbra, e poi sbattere le unghie sull’acciaio delle chiavi di casa. Il mio corpo si è fermato sulla porta di ingresso del carcere, è intorpidito, è simile alla pietra, anche nel colore, non vedo più i segni del costume sulla pelle sfiorata dal sole.

È ora di tornare ad annusare l’aria, e cancellare per sempre il nome di quell’uomo. Devo presentare la domanda di liberazione anticipata. Devo fermare la conta dei miei giorni strappati al mondo.

 

Mi chiamo Isabella, ho trentadue anni e conosco ogni centimetro di questa cella. Sono una formica che cammina vorticosamente dentro un rettangolo. Questo rettangolo conosce ogni centimetro di me.

Sono una piccola formica silenziosa che cerca la luce.

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