Ida Meneghello
Diario di una spettatrice

Mondo violento

I fratelli Boukherma raccontano il conflitto violento (e senza soluzione?) tra due adolescenti nella Francia traumatizzata dall'immigrazione e dai padri assenti

Avrebbe potuto essere un buon film perché all’origine c’è un buon soggetto. Se solo il montaggio ne avesse ridotto drasticamente la lunghezza. Se si fosse evitata la violenza gratuita di certe scene. Se la sceneggiatura fosse andata più a fondo sui temi chiave del libro che lo ha ispirato e che vinse il Goncourt nel 2018. Invece i registi e sceneggiatori di Leurs enfants après eux (titolo italiano “E i figli dopo di loro”), i fratelli gemelli Ludovic e Zoran Boukherma, che con questa pellicola hanno debuttato alla Mostra di Venezia 2024, hanno fatto altre scelte. Puntando tutto sulla violenza cruda che oppone due adolescenti, uno francese e uno di origini marocchine, con l’intenzione evidente di raccontare attraverso di loro il malessere della provincia e di una generazione, quella nata alla fine degli anni ’70 e che nelle estati degli anni ’90, non avendo né lavoro né ideali, gira a vuoto tra videogiochi e canne e soprattutto sfoga la rabbia nella violenza. Ma questa intenzione non si realizza, resta sullo sfondo della pellicola, con un risultato finale al di sotto delle aspettative.

Il film arriva nelle sale a quasi due anni dal suo passaggio veneziano, dove ha ricevuto il premio Mastroianni per il giovane protagonista Paul Kircher, tutt’altro che un esordiente, già apprezzato in Winter Boy e I colori del tempo. Si può dire che a “salvare” la pellicola sia in definitiva proprio la bravura del cast: accanto a Kircher ci sono infatti Ludivine Sagnier nei panni della madre Hélène decisa a non arrendersi all’infelicità e Gilles Lellouche che incarna di prepotenza il padre Patrick manesco e alcolizzato, emblema di una classe operaia che non c’è più e che affoga frustrazione e rimpianti nella bottiglia.

In un contesto familiare di equilibri tanto precari – e nel contesto sociale di famiglie operaie che sopravvivono in una città post-industriale del Grand Est della Francia fotografata a tinte fosche – l’adolescente Anthony Casati cresce più insicuro dei suoi coetanei che sembrano già scafati nell’approccio con le ragazze. E sarà proprio questa sua insicurezza all’origine di tutto.

Colpa di una moto, la moto che papà Patrick idolatra come una reliquia della sua giovinezza e che per questo non tira mai fuori dal garage. Per impressionare Stephanie, una ragazza borghese che l’ha invitato a una festa in piscina, Anthony ruba la moto sobillato dal cugino e questo azzardo sarà l’inizio di una sequenza di avvenimenti che come una valanga travolgerà la famiglia Casati. Finita la festa senza aver ottenuto neanche un bacio, Anthony non trova più la moto: gli è stata rubata da Hacine Bouali, il ragazzo immigrato respinto alla festa e umiliato da Anthony. La moto gli verrà restituita davanti a casa in fiamme e la violenta reazione del padre costringerà madre e figlio alla fuga.

Diviso in quattro estati che vanno dal 1992 al 1998, in realtà questi capitoli non scandiscono alcuna evoluzione significativa della storia. Lo scontro feroce che oppone Anthony e Hacine si ripete, le scene diventano prevedibili e i temi che dovrebbero dare sostanza al racconto – il razzismo che sopravvive sotto traccia nonostante l’integrazione di lunga data, lo scontro generazionale tra padri e figli, il confronto tra il ceto operaio cui appartengono le famiglie Casati e Bouali e la borghesia cittadina di Stephanie Chaussoy – restano solo abbozzati sullo sfondo di una narrazione statica senza sfumature né profondità.

Negli occhi dello spettatore restano le corse nella notte in sella a una moto lanciata nel vento (ma quante ne abbiamo già viste?) e la violenza che esplode incontrollata e che accumuna padri e figli. Il finale lascia sperare in una conciliazione possibile nonostante tutto. Ma dei desideri frustrati che si trasmettono da una generazione all’altra e della ricerca di un riscatto sociale impossibile, in una provincia che si è arresa agli altiforni spenti e al lavoro che non c’è più, non c’è traccia. C’è solo lo sguardo smarrito di un ragazzo che non trova le parole per esprimere a Steph il suo amore se non ripetendole “sei bella”. E come la ragazza alla fine si stufa e lo pianta, anche lo spettatore paziente dopo due ore e mezza ne ha abbastanza.

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