Testo a fronte/19
L’angelo
«Ma il signore dai capelli grigi aveva deciso di tornare da dove era venuto. Ed era proprio sul punto di saltare quando apparve improvvisamente, non si sa spuntato da dove, un giovane che lo sorprese. Chi era, cosa voleva? Come osava interferire?»...
Con questo racconto inedito di Anna Camaiti prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Il fiume era grosso, scuro, minaccioso. Pioveva ormai da giorni e le sue acque limacciose si alzavano di ora in ora. Avevano quasi raggiunto i livelli di guardia e camminare lungo il suo parapetto, costeggiandone le sponde, era davvero pericoloso. Guardarlo dai ponti poi era terrificante. La potenza della natura faceva paura. Sembrava sul punto di prevalere sull’uomo. A quell’ora di notte non c’era nessuno che passeggiava lungo le sponde del fiume. Solo un uomo, un signore di mezza età dai capelli grigi, con un lungo cappotto scuro e una sciarpa rossa si era azzardato a sfidare quelle condizioni meteorologiche. Camminava eretto, veloce e senza indecisioni. Sembrava che sapesse bene dove andare. Quando cominciò ad arrampicarsi sul parapetto divenne subito chiaro cosa avesse intenzione di fare. Quali fossero le ragioni che stessero per spingerlo a un gesto simile e irrevocabile non è dato sapere, ma era fin troppo chiaro cosa volesse fare.
Seppure il dono della vita incute rispetto, forse anche quella decisione aveva qualche giustificazione. Vengono in mente le parole di Seneca (Lettere a Lucilio Lettera 70 Considerazioni sul suicidio): “La vita non sempre merita di essere conservata. Non è un bene il vivere, ma il vivere bene. Perciò il sapiente vivrà tutto il tempo che ha il dovere di vivere, non tutto il tempo che può vivere… Se gli si presentano molte disgrazie che turbano la sua serenità da’ l’addio alla vita. E non lo fa solo nell’estrema necessità Egli giudica cosa di nessuna importanza darsi la morte o riceverla, morire prima o dopo… L’importante non è morire più presto o più tardi, ma morire bene o male. Ora morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male…”. Per Seneca la scelta è sempre possibile e contemplabile. “La legge eterna non ha fatto niente di meglio di questo: ci ha dato un solo modo per entrare nella vita, ma molte possibilità per uscirne… questo è l’unico motivo per cui non possiamo lagnarci della vita: essa non trattiene nessuno… Ti piace la vita? Vivi. Non ti piace? Puoi tornare donde sei venuto”. Solo in alcuni frangenti il saggio contempla la possibilità di rinunciare a un tale gesto: “Tuttavia il sapiente, in qualche occasione, anche se la morte è certa e vicina e sa che è già stata pronunciata la sua condanna, non presterà la mano al suo supplizio”
Certo giudicare dopo queste parole diventa difficile, anche se si è religiosi. Però ci sono due considerazioni che vengono in mente e che dovrebbero mettere in guardia nei confronti di un gesto cosi estremo. La prima è che l’impulso del momento, il sentirsi totalmente scoraggiati o incapaci ad affrontare il mondo e la vita a certe sopravvenute condizioni, spinge a preferire di darsi la morte, senza pensare al fatto che le cose possono cambiare e che il caso riserva sempre sorprese inaspettate. Non è la speranza che Seneca non considera valida per allontanare chiunque da tale gesto. È il caso, quello stesso che ci fa venire al mondo e morire, quello che fa muovere un universo indifferente alle nostre sorti e alle nostre passioni, ma che può sorprenderci in molte occasioni.
La seconda è che la vita di una persona non appartiene mai solo a quella persona, ma anche alle tante altre che la circondano: i parenti, gli amici, i conoscenti e anche tanti che spesso non si conoscono.
Ma il signore dai capelli grigi aveva deciso di tornare da dove era venuto. Ed era proprio sul punto di saltare quando apparve improvvisamente, non si sa spuntato da dove, un giovane che lo sorprese. Chi era, cosa voleva? Come osava interferire? Il giovane prima lo guardò conducendolo a fermarsi perché si sentì colto nel fatto, poi lo afferrò per il lungo cappotto e lo costrinse a scendere dal parapetto, mentre la sciarpa volava via più lontano. L’anziano signore dapprima rimase stupefatto; poi contrariato è con un’aria di meraviglia, esclamò: perché? Domandandosi cosa l’aveva spinto a quel gesto. Il giovane un po’ per il suo italiano stentato, un po’ perché non sapeva cosa rispondere, tacque. Ma lo sguardo tra i due fu di grande intimità. Come se si fossero conosciuti da sempre. Poi il giovane lo abbracciò e, con fare protettivo, lo fece sedere su una panchina. Era freddo, le loro mani erano gelate, il vento e la pioggia sferzavano i loro volti, ma era come se non li sentissero. Ci fu un momento di complice intensità che durò pochi secondi o forse molto più a lungo. Il tempo sembrava non avere più grande significato. Si era fermato. Rimasero in silenzio l’uno vicino all’altro senza dire una parola per chissà quanto. Poi il giovane chiese il perché di quel gesto e, dopo un atteggiamento inizialmente titubante da parte dell’altro, imparò che l’uomo, un avvocato affermato e molto conosciuto in città, pochi mesi prima aveva perso moglie e figlia in un incidente automobilistico. Un ragazzo ubriaco aveva invaso la loro corsia e aveva investito l’auto su cui viaggiavano di ritorno da un viaggio, uccidendole sul colpo. A lui non era rimasto più nulla, solo un buco nel cuore. Il dolore era troppo forte, non riusciva sopportarlo. Soffriva di una malattia profonda da cui non riusciva a guarire e non era capace di uscirne. Cosi aveva deciso di farla finita: non c’era niente che potesse alleviare quella pena dell’anima. Aveva provato di tutto, ma niente l’aveva aiutato.
Poi guardando il giovane negli occhi, scavati dalla stanchezza e dalla fatica, gli domandò cosa facesse a quell’ora e con quel tempo al fiume. Parlava poco l’italiano, ma parlava bene inglese. Così comunicarono in quella lingua. Quando apprese che il giovane era appena arrivato dall’Africa dopo avere attraversato un deserto, essere stato in vari centri di detenzione, dove aveva patito fame, sete, torture e infine avere compiuto un viaggio in mare durante il quale aveva rischiato di annegare, ebbe un sussulto. A malapena era sopravvissuto a mille traversie; eppure aveva trovato il modo e la forza di aiutare un altro essere umano, pensò l’uomo. Cosa lo aveva spinto a salvarlo? Quando l’altro rispose che era stato un gesto istintivo, l’avvocato si commosse e gli accarezzò i capelli con affetto paterno, un sentimento che aveva pensato non avrebbe mai più provato. E si sentì vivo. Per un attimo gli balenò per la mente che forse il suo gesto era stato avventato. Gli domandò se aveva mangiato, dove stava e quali erano i suoi progetti. Quando apprese che stava in una shelter lì vicino e che era uscito, perché voleva respirare l’aria della notte, sorrise. Il giovane gli disse che gli mancavano il cielo stellato africano, l’aria fresca della notte, gli abbracci della madre, i profumi e i sapori del suo paese. Nel centro che lo accoglieva soffriva di claustrofobia e aveva bisogno di uscire. Non importava se era freddo e pioveva. Era giovane, molto giovane, un ragazzino, poco più di un teenager che aveva lasciato dietro di sé tutto: il suo paese, la famiglia, gli amici e la sua cultura. Sentì che era come lui: solo, senza nessuno. Voleva andare in Germania dove aveva dei cugini che lo aspettavano: scappava non solo dalla miseria e dalla fame, ma da una guerra civile che lo avrebbe sacrificato sull’altare di conflitti tribali. Se fosse rimasto sarebbe presto diventato carne da macello per i signori della guerra in un paese martoriato che non sarebbe mai stato suo. In Germania invece, gli avevano detto i cugini, c’era la possibilità di lavorare, di guadagnare, di sfuggire alle persecuzioni, di avere una vita decorosa. Doveva solo arrivarci vivo. Quando incrociò lo sguardo caldo di quel signore gli parve quasi di essere arrivato. Era la prima volta da quando aveva lasciato il suo paese che qualcuno lo guardava con affetto e sentì il calore umano che si sprigionava dai suoi occhi e dalle sue mani. Si senti forte e comprese il valore di quello che aveva fatto. Si erano salvati la vita a vicenda: avevano ambedue ricominciato a sentire.
Il signore si alzò per recuperare la sciarpa rossa che nel frattempo era caduta poco lontano e quando si girò, deciso ad aiutarlo ad arrivare in Germania, il ragazzo era scomparso. Un angelo? Forse.