A proposito di "Luci e eclissi"
La poesia e gli altri
La nuova raccolta poetica di Alessandro Fo è quasi una guida in versi per ascoltare gli altri e, in questo modo, sondare la parte non esibita di noi stessi
Sono anni, i nostri, di distrazione collettiva. L’impegno di ogni giorno, che la vita inevitabilmente impone, è deviato a cancellare in fretta calamità e preoccupazioni, a indirizzare il pensiero altrove, a diradarlo nella noncuranza. Piuttosto che verso gli altri, meglio concentrare lo sguardo su se stessi, in un tentativo di perenne autopromozione con l’obiettivo, che in numerosi casi diventa ossessione quotidiana, di ottenere un successo che, per quanto effimero, sembra coincidere con il benessere e la felicità. Le voci degli altri, i loro moti interiori, i bisogni, le sofferenze, le fragilità che esprimono, non ci riguardano, quando non li consideriamo addirittura rumori di disturbo.
Delle parole di tanti, amici, conoscenti, poeti, di donne e uomini che sono transitati con le loro vicende e i loro racconti, con le loro voci, nella vita dell’autore, è invece ricco il nuovo libro di poesia di Alessandro Fo, Luci e eclissi, edito, come i precedenti, nella collezione bianca di Einaudi (120 pagine, 11 Euro). Il personaggio del poeta compare spesso non da solo sulla scena di queste liriche, ma è piuttosto un coprotagonista, anzi meglio un attore non protagonista, lasciando agli altri la possibilità di manifestare idee e stati d’animo, considerazioni sulla vita o solo improvvise, fugaci, rappresentazioni di sé. Il poeta si riserva uno spazio per l’interlocuzione e spesso per insinuare una chiosa, quasi una morale, con lo scopo, si direbbe, di proporre una riflessione, di lasciare una traccia utile a indicare un percorso, con la speranza che il tempo non si impegni con troppa fretta a cancellarla.
Luci e eclissi è dunque un libro animato da tanti personaggi, alcuni non più in vita o che ricordano persone scomparse, costituito di incontri, di dialoghi diretti, scelta insolita nella poesia, in particolare degli ultimi anni. Fo mette a fuoco, con pacata gentilezza, a tratti condita di altrettanto pacata ironia, in un paesaggio, solitamente urbano, a volte localizzato ma in fin dei conti universale, eventi all’apparenza senza particolare rilevanza, che nascondono però significative coincidenze, affinità e corrispondenze, che potrebbero passare inosservate o scadere presto in quel dimenticatoio che cancella, come si diceva, con gli eventi anche preoccupazioni e cura per l’altro. Invece la poesia annota, postilla, commenta, trasformando marginali circostanze, dinanzi agli occhi del lettore ignaro, in piccole epifanie, parabole, lievi ammaestramenti estrapolati dall’ostinato rincorrersi degli avvenimenti. Il poeta insomma ci costringe con lui a fermarci, a procedere a una pausa per ascoltare gli altri e, in questo modo, sondare la parte non esibita di noi stessi. Ad esempio, nel raccontare un tragitto in corriera, con alla guida del mezzo una giovane donna, Fo ci consiglia una visuale diversa, ci impone una pausa per accorgerci che quanto accade è un minimo ma significativo prodigio, per la “grazia stupefacente” che riserva: “La guida è uno spettacolo, a vederla / piena di dolci, gentili / gesti di attenzione per la gente / che caracolla sul sentiero spoglio, / basculando nel moto, tra i sedili: / (grazia stupefacente, / come un verbo o un avverbio di Fenoglio). / E, oltre alla divisa, pochi vezzi, / quasi solo, agli orecchi, / una perla”.
La poesia di Luci e eclissi è dunque anche poesia civile, nel senso più nobile dell’espressione, in quanto suggerisce che un altro modo di intendere la vita (e la letteratura) è possibile, sottolineando quei tratti e quelle azioni che la nostra società ha relegato nel contenitore della dismissione, poiché ritenuti inutili o superflui, anche in quanto troppo sensibili e garbati. Le donne e gli uomini protagonisti delle liriche sono spesso persone comuni, che illuminano, anche solo con un gesto e una parola, a volte involontariamente, brevi tratti di vita, sottraendoli all’eclissi quotidiana a cui siamo sottoposti.
Tra questi personaggi un posto rilevante è riservato a coloro che vivono reclusi nei penitenziari. È un piccolo mondo che Fo conosce in quanto da anni in un istituto di pena promuove, insieme ad altri volontari, attività per la crescita personale e culturale dei detenuti. Anche nel caso delle liriche ambientate all’interno del carcere, a esprimersi sono i reclusi, con il loro bagaglio di vita e di non-vita, che replica, amplificandole, in certi casi parafrasandole, le dinamiche dell’esterno. Nella poesia Quasi una «domandina» (la domandina è, come scrive Fo nella nota finale al libro, «lo strumento principe della vita carceraria», una richiesta formale da inoltrare tramite apposito modulo), il poeta si trova all’interno del penitenziario di fronte a un altissimo girasole, “un colosso / da libro delle fate di tre metri, / con foglie immense, che ci si può scalare / il cielo e i suoi misteri”. La tentazione di farsi fotografare sotto l’enorme pianta è forte, ma il regolamento è rigido, niente fotografie in carcere, “dove anche un girasole, / se pur gigante, langue prigioniero, / senza speranza / (così, vietata la fotografia, / ne liberi la gloria una poesia) / di un po’ di ammirazione e rinomanza”.
La poesia di Alessandro Fo vuole proprio, come accade nel caso dei versi dedicati al girasole, offrire la luce del ricordo, e dunque della rinomanza, alle presenze, innanzitutto umane, ai gesti e agli eventi degni di notorietà, pur nella loro semplicità, che invece gli esseri umani prima, e il tempo poi, sono pronti a cancellare. È questo il tema dominante della raccolta, che si divide in tre sezioni, che hanno significativamente titolo Nascere, Vivere, Eclissarsi, precedute da un Prologo e seguite dal Congedo finale. Che cosa rimarrà di noi, delle persone che hanno fatto parte della nostra esistenza, degli incontri che hanno aggiunto tanto o poco alle nostre giornate, dei momenti di passione e di tormento? Cosa veramente siamo all’interno dello scorrere del tempo? Domande che si fanno incalzanti con l’età e l’avvicinarsi al “varco”: “Anch’io, assai più vicino / al varco cui tutto passa / (cui già molto è passato ) / che dolore, chissà, penso, che vuoto, / se mi vuoi bene, e se ora è così, / quando quel giorno ripasserai qui / e sarò già passato”.
Il ristoro al senso di vuoto è dato, oltre che dalla fede religiosa, che nelle poesie di Luci e eclissi è motivo ricorrente, proprio dagli altri, dalle persone care, dagli amici, dalle parole, in particolare della poesia. Sono queste le luci che ci accompagnano, che illuminano il cammino e che perciò la poesia deve ricordare e mantenere vive. Sono le luci altresì che rendono meno duro l’inevitabile eclissarsi, l’allontanarsi dalla scena: “Camminando, osservavo la mia ombra. // Possibile, là dentro quelle forme, / stia il mio pensiero, l’essere, le cose / che sto facendo, che progetto, i giorni, / i dolori passati, i sentimenti?…” .
La fotografia accanto al titolo è di Sara Lepori.