A proposito di "Madri e figli"
Nuovi miti greci
Lo scrittore greco (ma da decenni attivo in Svezia) Theodor Kallifatides racconta la sua famiglia e tutto il Novecento della sua Grecia per immaginare un futuro possibile
Madri e figli (192 pagine, 18 Euro), pubblicato in Italia da Voland nel gennaio del 2026 – la traduzione, come per il precedente Una vita, ancora, è di Carmen Giorgetti Cima –, rappresenta l’ennesimo capitolo dell’eterno ritorno in patria di Theodor Kallifatides. Un viaggio a ritroso nel tempo e negli affetti, per ricostruire un’epopea familiare che parte dalla fine dell’Ottocento, attraversa il secolo breve e arriva fino ai giorni nostri, a indagare le radici mai rinnegate dell’autore e della sua famiglia.
Nella primavera del 2006 lo scrittore e drammaturgo greco, emigrato in Svezia nel 1964, si reca ad Atene per fare visita alla madre novantaduenne, e proprio durante quel volo inizia la traduzione, a lungo rimandata, delle memorie che suo padre ha scritto tre decenni prima. Attraverso i ricordi dell’uomo, nato a Trebisonda nel 1890, ai quali presto si aggiunge la voce della vedova, sposata giovanissima in seconde nozze dopo la morte dell’amata Maria, veniamo a conoscenza dell’infanzia felice sulle rive del Mar Nero e dei suoi primi anni da insegnante. Sarà l’inasprirsi dello scontro tra greci e ottomani, che causerà centinaia di migliaia di morti e porterà a un traumatico scambio etnico tra le due nazioni, a condurre la famiglia Kallifatides fino al Pireo nel primo dopoguerra. Seguiranno i duri anni dell’occupazione nazi-fascista e del governo collaborazionista, durante il secondo conflitto mondiale, e la sanguinosa guerra civile, macchiata da soprusi e regolamenti di conti, che segnerà a lungo la vita di Demetrios, il padre dell’autore, e di molti greci. Di questi ultimi accadimenti il figlio Theodor, allora bambino, conserverà solo ricordi sfumati, e quando il colpo di stato consegnerà il paese alla dittatura dei colonnelli, sarà già lontano nella sua patria di adozione.
Questo racconto, epurato degli episodi più efferati come per una forma di dolente reticenza, porta gli eventi macroscopici della storia recente nella dimensione affettiva e familiare che, a sua volta, è l’esito di un retaggio culturale antico di millenni cui noi tutti, più o meno consapevolmente, siamo debitori. Il ritorno alle origini del migrante Kallifatides è il tentativo di tenere viva questa memoria identitaria che trova nella madre la sua personificazione: «La Grecia ha donato al mondo cinquantaduemila parole, così recita la scritta all’aeroporto di Atene […] Ciò che contava era tornare al mio secondo grande amore: la lingua greca, che è più grande del mondo. Ma anche ritornare al primo amore, alla persona che è quella lingua e quel mondo e che la sera sedeva in solitudine e parlava alla mia fotografia anziché parlare con me.»
Lo sguardo dello scrittore è quindi rivolto al passato, unico modo per poter interpretare il presente e immaginare un futuro. In questo modo la memoria diviene elemento costitutivo dell’identità individuale, e di quella collettiva cui ognuno è chiamato a contribuire. La stessa memoria che Demetrios Kallifatides ha voluto preservare mettendo per iscritto i propri ricordi, ora è alimentata dalla moglie Antonia con la purezza della sua gestualità rituale. Il profumo del «giovane caffè» che madre e figlio amano condividere sul balcone di casa; l’aroma della «carne di capretto, tagliata in grossi pezzi che vengono cotti lentamente al forno insieme a spicchi di patate annegati nel burro.» Sono le parole, i suoni e le immagini, sono i sapori e gli odori a richiamare alla mente circostanze drammatiche o istantanee di intima felicità, perché ogni famiglia come ogni popolo ha un proprio lessico, fatto di vocaboli, gesti e consuetudini, nel quale riconoscersi e ritrovarsi.
Ma la memoria è strumento imperfetto e destinato a deteriorarsi: «Non ci si può fidare dei propri ricordi. Come ci si può fidare allora di quelli altrui?
Col tempo, tutta la vita diventa soltanto un ricordo. Se non possiamo fidarci di questo, come facciamo a sapere di aver vissuto?»
Per sottrarre alla precarietà tale patrimonio condiviso è nato il mito, invenzione umana che perpetua la memoria trasfigurandola e innestandola nel linguaggio e nell’immaginario comune. Un processo per il quale Kallifatides rivendica il ruolo fondamentale dell’artista, e in particolare dello scrittore che egli stesso incarna nell’atto di tradurre il lascito del padre a beneficio dei propri nipoti e di consegnare a noi questo nuovo capitolo del suo, e in fondo del nostro, eterno ritorno.
«È proprio questo che dimentichiamo facilmente quando discutiamo d’arte o di letteratura. Le consideriamo, tutto sommato, come attività decorative, quando in realtà costituiscono la vita stessa in cui viviamo […] Questo più d’ogni altra cosa vorrei lasciare dietro di me: il sentore di una vita, quel sentore che, pur non essendo penetrante, attraversa il tempo come un coltello affilato attraversa una mela matura».