Arturo Belluardo
Testo a fronte/17

Sotto la panca

«Ripenso ai baci violenti di mia madre, di come mi teneva stretto tra le braccia da bambino, e mi succhiava le guance, e mi mordicchiava ridendo. Anche se mi sentivo senza aria, anche se aveva il fiato pesante. Non riuscivo a muovermi. Riusciva sempre a paralizzarmi...»

Con questo racconto inedito di Arturo Belluardo prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.


Ho iniziato ad andare al Verano quando è morta mia madre: non che l’abbia seppellita lì, è in lista d’attesa per essere cremata, sembra che ci vorrà un mese o poco più. Poi mi daranno l’urna con le ceneri, la metterò accanto al televisore, sul tavolino col centrino all’uncinetto che aveva fatto lei.

È che quando l’ho accompagnata alla camera mortuaria e mi hanno dato la ricevuta di consegna al deposito delle bare, ne ho approfittato per farmi una passeggiata, tanto avevo il giorno di permesso all’Istituto.

Era un ottobre di quelli che dorano Roma, con un sole tiepido e affettuoso che riscalda il pastello degli intonaci del centro e convince le lucertole del travertino che il letargo può ancora aspettare.

Il camposanto esplodeva nella sua bellezza monumentale di profumi di bacche e di ombre marezzate, i vialetti semideserti, ogni tanto un atleta sudato, pochi i visitatori: il Verano è un “cimitero morto”, è un sepolcreto storico, con rarissime nuove inumazioni e pieno di cenotafi antichi, di illustri trapassati: Petrolini, De Filippo, Belli, Gassman…

Mi sentivo in compagnia della natura, dell’arte e della storia, mi sentivo libero e solo.

Mi sono messo a esplorarlo all’uscita dal lavoro, finché l’ora legale lo consente, per sverminarmi la mente dalle bizze dell’Ufficio Stampa.

Ho scoperto il Pincetto, un agglomerato di cappelle antiche e raffinate, è come camminare tra la Garbatella e l’Appia Antica, e, in fondo a un vicolo di pietrisco, una panchina nascosta tra un pino marittimo e una cappella diruta, quasi affossata tra i cespugli incolti di alloro e mirto.

La lapide è ormai corrosa dai licheni e si intravedono poche lettere: M, N, B, A, ma la foto della donna è miracolosamente intatta nel suo virato seppia: il mento appoggiato al pugno, ciglia ricurve, labbra carnose, capelli alla Louise Brooks. Gli occhi spalancati e malinconici conservano, nonostante i cento e più anni, un loro magnetismo, tale da accovacciarmi sulla panchina di legno.

“Giovinotto!”.

Una puntura adunca mi trapassa la coscia destra, grattandomi curiosa i jeans.

“Giovinotto!”.

Scarto all’indietro raggomitolandomi, mentre un dito rugoso e incrostato di terra trapela tra le stecche della panchina.

“Giovinotto!” la voce, un gracchio dolce, da gatto maschio in calore, proviene da sotto la panchina “non hai una briciolina per me?”.

“I-Io? Braciolina?”

“Ihihih! Braciolina è meglio se da mangiare ce l’hai. Ma a me una briciolina basta”.

Mi avvicino alla fessura della panchina, nel buio un occhio marrone e acquoso mi fissa senza sbattere le palpebre.

“Mi-mi dispiace, signora, non ho niente con me”

“E allora domani? Mi porti qualcosa da mangiare domani?”

“Ma posso darle qualcosa… non ho tanti contanti, ma…”

“Nonononono!” stizzita, quasi offesa “Non soldi, voglio. Una briciolina domani portami!”

“Domani, domani, ma quando?”

“Sempre va bene sempre. Io sempre qui sto”.

“A domani, allora” in fretta i piedi mi affondano nel pietrisco, mentre la vecchina farfuglia una filastrocca, pochi mozziconi intelleggibili.

“Sotto la panca… sopra… crepa”.

 

“E’ la Camera Mortuaria del Verano, senta c’è un problema con la salma”

Sono passate due settimane da che non torno più al cimitero.

“La richiesta per la cremazione è a nome di Marianna Branese, nata a Montella il 24 giugno 1939”.

“Ma mia madre si chiama… si chiamava Mariana, non Marianna”.

“Eh, infatti non coincide col documento, me sa che quelli de Taffo se so’ sbajati. So’ boni a fa’ gli spiritosi, ma a scrive giusto nun so’ capaci. Tocca che rifà a richiesta”,

“Ma è chiaro che è un refuso, non può…”,

“Ma che me frega a me se lei c’ha il riflusso, passi in matinata a sistemare, sinnò je dovemo restitui’ la salma”.

Sfinito dalla burocrazia cimiteriale, esco che sono le due passate. E meno male che mi sono portato dietro un panino con la frittata di patate e cipolle. Mi vado a sedere, quasi senza pensarci, sulla panchina davanti alla lapide semicancellata.

Mentre il gustoso untume del panino mi riempie le mascelle, lo sguardo si fissa sulle lettere superstiti, M, N, B, A e cerco di indovinare i tasselli che mancano a comporre il nome della bellissima defunta.

Un lampo mi scorre dietro gli occhi, un frullo di merli tra i rami.

La bocca mi si spalanca e un pezzo di bolo precipita tra le sbarre di legno della panchina.

“Grazie, giovinotto, che m’hai portato la briciolina!”.

Risucchi e gorgoglii, misti a un vibrare di fusa.

“Oddio, signora m’ha fatto paura! Ma che fa là sotto? Venga fuori che mangiamo assieme”.

“No, no, no, bene io sto qua, non fa freddo, non fa caldo. Tante bricioline, tanti sgranocchini, tanti portano”.

“Ma sta sempre qui sotto lei?” i raggi del sole obliquo fanno scintillare iridescente il pulviscolo e si tuffano tra gli interstizi della panca.

Vedo muoversi una massa marrone, poi un occhio si incolla al legno, ciglia ricurve sporgono tra le schegge.

“È un po’. È un po’. È un po’. Prima mi hanno messo lì, ed era freddo, ed era buio, ed era umido. Paura avevo io, i miei occhi si erano chiusi un momento e si erano aperti in una scatola scura. E allora io ho scavato, scavato, scavato, scavato…”

La voce della vecchina sembra quella di Amanda Sandrelli in “Non ci resta che piangere” quando lancia in aria la palla.

“…e qua sono arrivata, bello qui, bene io sto qua”.

A questo punto il desiderio di vederla è violento, quasi un calore animale, le narici mi si curvano, sento l’afrore balsamico dei cipressi.

“E non uscirebbe un momento a sedersi qui sulla panchina? C’è un bel sole”.

“No, no, no, no, no”.

“Le do metà del mio panino, sapesse com’è buono, frittata come la faceva mia mamma, col pane che sponza…”.

“Sopra la panca Mariana crepa! Sopra la panca Mariana crepa!”

L’urlo stride nel silenzio postprandiale del camposanto, piccioni e gatti rotolano via terrorizzati.

“Va bene, va bene, guardi glielo do lo stesso il panino, glielo do tutto”.

Lo poggio ai piedi della panchina, tra gli aghi di pino e il silenzio che si è ricomposto.

Una mano veloce lo sgraffigna e scompare tra l’erba.

“Sotto la panca Mariana branca!”.

E sono di nuovo risucchi e gorgogli, quasi l’incedere di una betoniera.

“Mariana… ma è il suo nome, Mariana? Anche la mia mamma si chiama Mariana”.

“Oooooh, e te ne dà di baci la tua mamma?”.

Ripenso ai baci violenti di mia madre, di come mi teneva stretto tra le braccia da bambino, e mi succhiava le guance, e mi mordicchiava ridendo. Anche se mi sentivo senza aria, anche se aveva il fiato pesante. Non riuscivo a muovermi. Riusciva sempre a paralizzarmi.

“Sì, me ne dà” cancello un ricordo, passandomi il dorso della mano sotto le narici “Me ne dava, adesso la mia mamma non c’è più”.

“E dov’è la tua mamma adesso?” mi chiede triste Mariana, da sotto la panca.

“E’ qui, qui vicino, al crematorio, aspetta di essere…”.

La panchina trema, come se qualcuno la stesse scuotendo dalle zampe.

“E tu, e tu, hai chiuso la tua mamma in una scatola buia? L’hai chiusa tutta sola nella scatola buia?”.

Non trema solo la panchina, anche la lapide di fronte vibra fortissimo, le lettere si muovono e sotto i licheni ne occhieggiano brillanti di nuove. La donna nella foto increspa le labbra, scopre i canini.

“E tu, e tu vuoi bruciare la tua mamma? La tua mamma nella scatola buia?”.

Il nome si è ricomposto sulla lapide, ma io so già qual è.

“Sopra la panca Mariana Crepa! Sotto la panca Mariana branca! Branca!”.

Un artiglio feroce mi ha afferrato il polpaccio, le unghie scavano tra peli e nei.

Poi qualcosa di appuntito e umido mi lacera la pelle.

Sono i baci della mia mamma.

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