Danilo Maestosi
Al museo di Villa Torlonia di Roma

Sette volte Pedro Cano

Roma rende omaggio all'ultima stagione di Pedro Cano con un ciclo di grandi opere che riflettono sul rapporto tra passato e presente dove l'arte ha sempre il compito di far riemergere la memoria

Roma torna a rendere omaggio a Pedro Cano, l’artista spagnolo che l’ha adottata come seconda patria e negli ultimi cinquant’anni ha più esaltato la bellezza e il mistero della storia stratificati nelle sue millenarie rovine. Lo fa con una mostra, ospitata al Casino dei Principi a villa Torlonia, dove resterà in cartellone fino al 7 giugno. Una mostra a due facce, distribuita sui due piani della palazzina, resa imperdibile dalla presentazione di un ciclo di lavori inediti per l’Italia, incastonati da un titolo, Siete, sette in spagnolo, che si trascina appresso la forza alchemica e il richiamo ancestrale di un numero da teologi e indovini.

Sono sette grandi pannelli che ripercorrono le scie di una riflessione sulla condizione umana che si è fatta strada a poco a poco nella mente e nell’anima di Pedro Cano, incalzata dal tragico panorama di un mondo in subbuglio. Ma più ancora dall’incalzare dell’età che ha offerto altre direzioni, altre urgenze al suo sguardo abituato a misurarsi con il flusso del tempo, che scorre tra passato e futuro tra le quinte di monumenti e paesaggi. Alla sua vena poetica. E al suo corpo che sta perdendo ma vuole ritrovare la presa.

Pedro li ha dipinti e rimontati quando aveva appena varcato la soglia senza ritorno della vecchiaia, i 75 anni. Ora ne ha 82, come me che ne sto scrivendo e ho di fronte lo stesso orizzonte, lo stesso calo di energie, le stesse difficoltà di messa a fuoco. Le stesse domande, che ho fatto, che mi sto facendo, che cosa rimpiango, come condivido e partecipo al destino di chi mi sta attorno, soprattutto i più sfortunati? Interrogativi distillati da una voglia di dire che non può fare conto, nel mio caso, sull’assoluzione di un uguale, straordinario talento.

Insomma la vecchiaia come tema centrale. Una parola che oggi fa scandalo, perché richiama la prossimità della morte e la tentazione sempre più diffusa di rimuoverne la paura. Centrale dunque per chi cerca aiuto, inversioni di rotta nell’arte anche la biografia come fonte d’ispirazione, strumento che forgia e definisce lo stile, più di ogni altra considerazione critica. Raro che un pittore sprofondi in questa mutazione con tanta innocente sincerità. E coraggio. Unico scudo un istintivo pudore. Partendo dal dentro di sé per approdare al fuori.

Un consiglio per i visitatori, probabilmente inapplicabile perché il copione dei curatori, che neanche pronunciano quella parola chiave, vecchiaia, è altro. E ci obbliga a sfilare, al piano terra, davanti alle prove del suo repertorio più noto. Lo. spettacolo di Roma antica, aggiornato da sequenze più recenti degli stessi paesaggi. È cambiato, sta cambiando anche quello per via dell’età. Ma per apprezzarne le nuove angolazioni e i capolavori che ha partorito forse è meglio partire dai quei sette trittici al piano superiore.

I primi tre hanno un timbro inconfondibile di nostalgia, accentuato dalla rarefazione e dal tono cupo del bianco e nero. Ecco il Gioco. Un ritorno alla fantasia dell’infanzia. Bambini che tracciano segni, scolpiscono piste da biglie o innalzano castelli su una spiaggia di sabbia. Accenni immersi nell’ombra.

Sa ancor più di confessione e commozione personale la sequenza numero due, Il lavoro. Tre personaggi che disegnano trame sul pavimento. Il primo sembra il ricordo di sé stesso al debutto che l’autore si concede. Il terzo un ragazzo di pelle scura che ricama con un ago, chissà cosa sta riparando o cucendo.

Dalle persone alle cose su cui si depositano le emozioni. È il salto del terzo pannello, Le biciclette. Quelle dei rider che ci si spostano su e ci hanno investito i risparmi. Pesanti, vecchie, accantonate contro il marciapiede. Ma chi le usa ci ha investito su tutto quello che ha.

E se gliele rubano? Proprio come è successo al protagonista di Ladri di biciclette di De Sica. Una memoria da cinefilo, che è una scheggia d’infanzia. Per Cano il presente, sia dolore o stupore, è sempre un riemergere.

Ma anche, credo sempre più in questa sua terza età, condivisione. Senza false paure o rigetto. Ecco le tre scene più drammatiche del ciclo. Riservate al popolo errante dei migranti e a quello esposto alla furia ingorda e cieca della guerra, che non smarrisce la sua umanità. Si fa Carico della sorte di chi gli sta accanto. Oppure si aggrappa all’Attesa, ha scommesso su un tempo migliore, magari s’inganna ma lo accarezza nel sonno, sdraiato dove può. Corpi riversi, miserie inghiottite tra la polvere e la luce. Sognano e covano il desiderio del Salto. Sagome che sfidano in questo trittico il reticolato che le imprigiona, veste di buio i loro corpi, minacciosi e incombenti come incubi i riflessi di luce delle maglie di ferro che avvolgono l’Aldilà. Ma poi finalmente arriva il momento e il coraggio di scavalcare. E la notte si fa giorno per inquadrare quel gesto.

La fragilità che si fa forza di ribellione, unisce non solo gli oppressi ma porta consapevolezza anche chi ha avuto più fortuna. Pedro Cano non manca di confessare la propria, di fronte alla vecchiaia che avanza. Un sussulto di rimpianto e di desiderio che intravede penetrando l’Interno della sua età. Un corpo femminile che gli volta le spalle verso un’uscita. Un incanto di curve che ancora rimanda promesse di carne.

La vita come un susseguirsi di istanti, che Pedro Cano, un maestro dell’acquarello, una tecnica consacrata all’istante che non concede errori, come i secondi che ti fuggono davanti. Incisi nell’aria e nelle pietre, nei marmi dei monumenti che ha ritratto per tutta la sua carriera.

Ma anche qui, credo, lo sguardo è cambiato, assecondando i suggerimenti e le imposizioni dell’età più avanzata. Non è forse questo il messaggio che ci trasmettono i quadri raccolti sullo stesso piano? Scorci dipinti di recente, affacciandosi dalla finestra della sua casa romana, di fronte alle Terme di Diocleziano. Inquadrature di dettagli che galleggiano il loro mistero in un vuoto sfocato. Fronde e rami di alberi, che scavano lo spazio come fantasmi.

Invenzioni, piccoli scarti formali che da spettatore mi porto appresso come un sillabario. E mi aiutano, possono aiutare tutti, a rivisitare anche la carrellata di immagini che si attraversa all’ingresso e nelle altre sale, tutte dedicate a Roma, non come una conferma di già visto che era nelle attese. Ma altre stanze, altri stati d’animo da abitare.

Tra queste suggestioni che svincolano l’arte di Pedro Cano dall’immobilità alla quale la nostra pigrizia disattenta le ha condannate. Segnalo le visioni che l’autore ci ha regalato, cambiando tecnica e ritmo d’esecuzione, il pennello intinto nell’olio che reclama pause più lunghe ma aggiunge luce e mistero ai segni e alle velature. L’immagine svapora esplodendo di luce. La pelle dei quadri trattiene come grafie che ne increspano il respiro di fascinose dissonanze. Esalta la luce e i riflessi. Avvicina e allontana lo spettacolo. Davvero una grande prova di pittura vedere la sagoma di Castel S.Angelo che ti si sfarina davanti, scivolando dal blu al verde nello specchio fluido del Tevere che l’abbraccia giù in basso. Un labirinto dove a perderti ti ritrovi più ricco. Ben venga la vecchiaia, se ti scalda l’anima e la vista con questi bagliori di saggezza.


Le fotografie delle opere di Pedro Cano sono di José Luis Montero.

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