Testo a fronte/16
Il bel Satana
«Quando il padre viene a sapere che il figlio non frequenta più l’università, gli taglia i viveri e Hector è obbligato a rientrare a casa in provincia. Ma il il dottor Berlioz pur temendo per lui un futuro di fallimenti e miseria, asseconda la passione del suo ragazzo...»
Con questo racconto inedito di Giacomo Battiato prosegue la serie “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti escono con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagna, qui, è di Michelangelo Pace.
Eccolo: una rossa chioma ricciuta, occhi blu, naso fortemente ricurvo, un ragazzo malinconico, eccessivo, ingenuo, sensibile e soprattutto sincero. È nato nel dicembre 1803 ed è il maggiore di 6 figli di un eccellente medico che esercita nella cittadina di La Côte-Saint-André, nel sud-est della Francia. Il loro cognome, Berlioz, viene dalla parola “berle” che significa “crescione”, dunque gente originaria dalle zone umide dove nasce quella pianta. Il ragazzo si chiama Hector. Dirà di suo padre: “Aveva uno spirito libero, nessun pregiudizio sociale, politico o religioso. Povero padre mio, con quanta instancabile pazienza, con quale attenzione diligente e minuziosa è stato mio maestro di lingue, di letteratura, di storia, di geografia e anche di musica! Quanto, un simile impegno, compiuto in quel modo, prova in un uomo la tenerezza per il proprio figlio! E quanti pochi padri ne sono capaci!” Dopo la maturità, il padre gli paga gli studi di medicina a Parigi. Succede però che il ragazzo passa gran parte del suo tempo non all’Università ma nella biblioteca del palazzo del Conservatorio, legge e studia le partiture musicali e va ad ascoltare concerti e opere… “sotto l’impressione sconvolgente di quella musica, decisi che non volevo più sentir parlare di anatomia, di dissezioni, di medicina insomma, e meditando sulle mille maniere per sottrarmi al destino al quale mi avevano destinato, sentivo sempre più che la mia passione per la musica la vinceva sul desiderio di fare felice mio padre. Alla fine giurai che malgrado padre, madre, zii, zie, nonni e amici io sarei stato musicista.”
Quando il padre viene a sapere che il figlio non frequenta più l’università, gli taglia i viveri e Hector è obbligato a rientrare a casa in provincia. Ma il il dottor Berlioz –che è quell’uomo illuminato che il figlio descrive e che ogni figlio, in ogni tempo, vorrebbe avere come padre– pur temendo per lui un futuro di fallimenti e miseria, asseconda la passione del suo ragazzo. Ma, la madre? Che cosa dice al figlio la signora Marie-Antoinette Marmion in Berlioz? Hector ce lo racconta, testualmente: “Vostro padre, mi dice dandomi del voi cosa che non aveva mai fatto, vostro padre ha avuto la debolezza di consentirvi di ritornare a Parigi e dunque di favorire i vostri progetti stravaganti e colpevoli! Io non avrò mai, mai, un simile rimprovero da farmi e mi oppongo formalmente a questa partenza! Sì, mi oppongo, e vi scongiuro, Hector, di non persistere nella vostra follia. Ecco, mi metto in ginocchio davanti a voi, io, vostra madre, vi supplico umilmente di rinunciare! Vedendomi impassibile, passa al tu: tu mi rifiuti, disgraziato! Tu hai potuto, senza lasciarti intenerire, vedere tua madre ai tuoi piedi! E allora va bene, parti! Vai a trascinarti nel fango di Parigi, a disonorare il tuo nome, vai a farci morire, tuo padre e me, di vergogna e di dolore! Io ora esco di casa e non rientrerò fino a quando non ne sarai uscito tu. Tu non sei più mio figlio! Ti maledico!”
Hector viene accettato al Conservatorio. Siamo intorno agli anni ’20 dell’800; il fiorentino Luigi Cherubini è il direttore e lo rimarrà fino a poche settimane dalla morte a 82 anni. Cherubini ha un grandissimo talento musicale ma guarda al passato. Le prime prove creative dell’allievo Berlioz gli sembrano “ineseguibili”. Una sera, Hector va a teatro ad assistere alla rappresentazione dell’Amleto di Shakespeare dove un’attrice irlandese interpreta Ofelia. Si chiama Harriet Smithson, ha ventisette anni, Hector ventiquattro. “Come Beethoven mi aveva rivelato un mondo nuovo nella musica, così Shakespeare me l’ha rivelato nella letteratura. E l’ho scoperto attraverso il talento prodigioso, il genio della signorina Smithson. Mai un’attrice drammatica aveva in Francia emozionato, incantato, esaltato il pubblico come ha fatto lei.” In effetti Harriet Smithson non è soltanto bellissima ma è attrice strepitosa. Hector ne rimane “folgorato”, vaga per le strade, si perde nella campagna intorno a Parigi componendo note e cantandole a squarciagola, non dorme più, una mattina lo trovano sdraiato tutto rannicchiato sul tavolino di un bar e lo credono morto. Con i soldi che non ha, riempie di fiori il camerino dell’attrice, le scrive lettere appassionate. Invano. Harriet se ne torna a Londra, ignorandolo completamente. Lui concepisce e compone per lei una sinfonia che chiamerà Fantastica. Studia, fa il copista per guadagnare qualche soldo. Esiste un premio conferito ogni anno dallo Stato francese; tutti i giovani aspiranti pittori, scultori, architetti, musicisti e grafici lo sognano: il Prix de Rome. Si vince per concorso, presentando un’opera. Vincerlo, significava essere ospitati per 3 anni all’Accademia di Francia a Villa Medici, Trinità dei Monti, per studiare e creare, ricevendo uno stipendio. Hector ci ha già provato, invano, e continua a provarci, anno dopo anno. Ma ecco che incontra una giovane pianista talentuosa e assai bella “il più bel talento d’Europa”, lui dice, e ha ragione. Bella, brava. Hanno un’appassionata storia d’amore. Lei si chiama Marie-Félicité-Denise Moke e ha diciannove anni. È figlia di un maestro di lingue fiammingo e di una signora tedesca che ha un negozio di biancheria a Parigi e detesta l’innamorato scarmigliato della figlia. Ma i due si amano. Lei lo chiama “il mio bel Satana!” lui le risponde “Angelo!”
Al quinto tentativo, la giuria finalmente riconosce il talento di Berlioz e gli assegna il Prix de Rome. Hector deve partire. Dopo avere tanto desiderato quell’ambitissimo premio, ora Hector non lo vuole più. È impensabile lasciare il suo Angelo, i suoi baci, i grandi suoi occhi neri, il suo sorriso, il suo bel corpo e quelle meravigliose mani che suonano così meravigliosamente il pianoforte. Perderà tre anni preziosi di studio e di salario garantito ma “chisseneimporta, darò lezioni, troverò il modo di guadagnare ma Marie non la lascio, da Parigi non me ne vado!” Si rivolge al Ministero degli Interni per farsi esonerare. Gli spiegano che un simile insulto alle istituzioni che lo hanno scelto gli rovinerebbe la vita artistica per sempre. Disperazione dei due innamorati che si promettono amore eterno. Al ritorno di lui, si sposeranno.
Avendo tergiversato, Hector arriva a Roma dopo tutti gli altri. Quando entra per la prima volta nella sala da pranzo a Villa Medici, i colleghi “Ohhh— Che naso! Quello, con una nasata, ti taglia in due senza che te ne accorgi!” Non sono però le provocazioni dei compagni che fanno perdere la testa al nostro Cyrano, è la lettera che arriva qualche giorno dopo: la laconica comunicazione che il suo Angelo sarebbe andata in sposa a Camille Pleyel, musicista e proprietario dell’omonima fabbrica dei pianoforti sui quali suonano anche Chopin e Liszt. Un uomo di ventitré anni più grande di lei. Nooo. Rabbia e furore. È tutta una cospirazione della madre di lei, pensa Hector, di quella ruffiana tedesca che lo considera un fallito. Ma Marie? Come ha potuto Marie, Marie?! Disgraziata! Hector decide di rientrare immediatamente a Parigi e ucciderle tutte e due, madre e figlia, per poi sparare a sé stesso. Prende tutti i soldi che ha appena ricevuto e due pistole a canna doppia che aveva portato con sé (“non si sa mai che cosa può succedere in Italia!”). Fugge dall’Accademia.
Sulla carrozza tra Roma e Firenze, Hector è assalito dalla paura di non riuscire a ucciderle, quelle due, perché gli impediranno di avvicinarle. Ha un’idea! Appena arrivato a Firenze, va da una modista. “Signora…” dice, tirando fuori di tasca l’orologio, “è mezzogiorno. Riparto stasera. Potete, per le cinque, prepararmi un vestito da donna, per me, completo di scarpe, cappellino e veletta? Vi darò quello che volete, non m’interessa il denaro.” Non è carnevale ma la modista fiorentina, visti i contanti, non chiede nulla, se lo guarda ben bene prendendo le misure coll’occhi e “sarà fatto, signore!”
Perché il travestimento? Hector ha in mente di salire così vestito le scale della casa della famiglia Moke: alla misteriosa signora con la veletta apriranno senza sospetti. Dal corsetto usciranno le pistole (nascoste al posto delle tette) e la ruffiana e la puttana saranno morte. Poi si strapperà di dosso gli abiti femminili, e… Pum! Che sia finita!
Alle cinque del pomeriggio ritira il vestito, passa davanti al Perseo del Cellini notando con complicità la scritta (in latino) “Se qualcuno t’insulta, io ti vendicherò” e parte.
Tuoni e fulmini e cavalli imbizzarriti sulla strada verso Lucca ma “non fermarti, avanti! avanti!” Che notte d’inferno! Che grida roche gli escono dal petto! “Il povero vetturino pensa di trasportare il diavolo in persona.”
Quando arriva a Genova, Hector si accorge che, al cambio di vettura a Pietrasanta nell’infuriare del temporale, il bagaglio con l’abito da signora si è perso. Nuovo negozio di modista. “Signora…” dice, tirando fuori di tasca l’orologio e notando la curiosa coincidenza dell’ora, “è mezzogiorno. Parto alle sei. Potete, per le cinque, prepararmi un vestito da donna, per me, completo di scarpe, cappellino e veletta? Vi darò quello che volete, non m’interessa il denaro.” Le sarte genovesi sono più sospettose di quelle fiorentine; Hector deve girare ben tre modiste prima di trovarne una disposta all’affare. Infine ha l’abito e parte. Lungo la costa gli sale una febbre feroce e quando arriva a delira. Gli uomini della diligenza pensano che stia per morire e lo scaricano in una locanda. I proprietari sono brava gente, lo curano. Dopo una settimana tra la vita e la morte, Hector spalanca gli occhi e si chiede con un profondo sospiro: “E se vivessi? Se le salvassi, quelle due?”
Il bel Satana ha risparmiato la vita dell’Angelo che diventerà una delle più talentuose pianiste mai vissute. Divorziata da Pleyel, che lamenta “le ripetute infedeltà della moglie”, diventa l’amante di Liszt che si esibisce con lei e scrive: “Non è soltanto un grande pianista donna, ma uno dei più grandi artisti del mondo.” Marie girerà l’intera Europa esibendosi su due pianoforti a coda (Pleyel) che viaggiano sempre al suo seguito. Passati molti anni, diventato celeberrimo, Berlioz dirà di lei: “Non talento, ma genio. Riesce ad animare quel freddo strumento e lo trasforma in un’intera sublime orchestra!”
Ora, convalescente a Nizza dalla sua follia, il giovane Hector erra tra gli aranceti, si tuffa nel mare, dorme sui prati tra le montagne dell’entroterra, compone, osserva dall’alto le navi arrivare, passare, scomparire. “È così che ho passato, a Nizza, i venti giorni più belli della mia vita.” Torna a Roma, fa il suo dovere di musicista laureato ma evita gli svaghi mondani dei suoi colleghi. Preferisce affittare un cavallo e scomparire tra le montagne dell’Abruzzo dove diventa amico dei briganti. In quegli anni ce ne sono tanti nello Stato Pontificio, molti di loro sono dei repubblicani ribelli, uomini di valore. Hector ascolta le loro storie. Dalla sua esperienza italiana nasce una sinfonia con viola principale, un capolavoro che rompe gli schemi della sinfonia classica; la intitola “Aroldo in Italia”.
Rientra a Parigi, ha ventinove anni. Nel dicembre dello stesso anno eseguono, in un concerto, la Sinfonia Fantastica composta per Harriet. Nella sala c’è lei, proprio lei, la celebre, bellissima irlandese. Il poeta tedesco Heine, che è presente, racconta: “Berlioz, la chioma scarmigliata, suonava i timpani sempre guardando l’attrice con un volto ossessionato e ogni volta che i loro occhi s’incontravano, lui colpiva la pelle dei timpani con sempre più vigore.” S’incontrano infine, lui si dichiara. I loro primi approcci sono confusi e piuttosto sconnessi: lui parla poco l’inglese, lei ancor meno il francese. Lui la implora di sposarlo. Lei tentenna. Hector arriva a ingurgitare del veleno davanti a lei “O mi sposi o muoio”. Si sposano. Come gran parte dei matrimoni romantici, sarà una unione infelice. Dopo un figlio e le gioie dei primi tempi, Harriet s’incammina verso una vecchiaia precoce piena di malanni, tristezza e gelosia possessiva nei confronti del marito. Passati nove anni, divorziano. Hector si prenderà cura di Harriet fino all’ultimo giorno di vita della donna tanto desiderata e amata. Un giorno, Hector ha trentasette anni, gli accade di ascoltare una soprano ventiseienne, Marie-Geneviève Recio Martin; dopo poco, esclama: “Cavoli, ma quella miagola coma una dozzina di gatti!” Era per l’emozione e la timidezza di esibirsi davanti al grande Berlioz. Nasce un nuovo grande amore. Marie-Geneviève gli resta accanto con dedizione, pazienza e amore, seguendolo nell’instancabile peregrinare per concerti su e giù per l’Europa. Muore prima di lui.
Hector rimane solo negli ultimi sette anni di vita. Decide che alla propria morte dovrà essere seppellito accanto ad Harriet e Marie-Geneviève. Così avviene. Le casse delle due donne vengono riesumate e interrate ai due lati di quella di Hector.