Gabriella Mecucci
Alla Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia

Giotto e Francesco

Una grande mostra celebra il rapporto tra le intuizioni di San Francesco e la rivoluzione artistica di Giotto. Una svolta della storia tra pensiero e immagini

Ci sono luoghi e momenti storici in cui si mettono le fondamenta di un nuovo modo di guardare e di rappresentare la realtà, l’umanità, la natura. È successo nella Firenze del Rinascimento così come, in tempi a noi vicini, nella Parigi dell’inizio del Novecento. E accadde, ottocento anni fa ad Assisi: Francesco era già morto ma veniva riconosciuto come l’alter Christus, come il salvatore della Chiesa. Fu allora che Papa Nicolò IV dispose che le elemosine fossero utilizzate per decorare la Basilica. E per lavorarci venne scelto Giotto che ne fece il luogo di una rivoluzione artistica profondamente connessa al carisma di San Francesco.

I frati nel commissionare l’opera furono lungimiranti talent scout: lanciarono nell’olimpo dell’arte quello che è universalmente considerato il precursore della modernità. Intorno a lui si formò un’eccellente “scuola”: da Assisi si irradiò una nuova arte alla cui creazione, accanto a Giotto, partecipò l’Umbria intera. Un’arte che si diffonderà in tutta Italia e in Europa.

San Francesco aveva messo al centro del suo messaggio la povertà, l’obbedienza, l’amore per il creato attraverso il quale adorare il Creatore. Fondò quindi un nuovo rapporto fra uomo e natura. Fu un cambiamento radicale e per essere rappresentato occorreva reinventare la pittura. Fu lui che superò definitivamente l’arte alla “maniera greca”, in debito con la tradizione bizantina, per sostituirla con uomini e donne in carne e ossa, figure dotate di volume e di plasticità, volti pieni di espressione. Il tutto immerso in uno spazio profondo e misurabile, mai piatto ma prospettico. La natura era amica, serena, in un a parola “sorella”, e gli animali creature da non temere, ma con le quali dialogare. Dopo una simile rivoluzione non si poteva più dipingere come prima. Per questo a Assisi, nel cuore dell’Umbria, nacque la modernità e iniziò la temperie culturale che porterà al Rinascimento.

Modernità significò anche l’uscita, nel tredicesimo secolo, dai monasteri isolati per percorrere le strade del mondo, per entrare nelle città, proprio nel momento in cui si sviluppava il fenomeno dell’urbanesimo. Di tutto questo furono artefici i francescani che nel quindicesimo secolo arrivarono a fondare i Monti di Pietà.

Giotto, nel tradurre in immagini la vita e la fede di San Francesco, prese a riferimento l’interpretazione che ne aveva dato San Bonaventura. Questi faceva parte dell’ordine francescano al cui interno si era sviluppata un’acuta diatriba fra gli spirituali e i conventuali: Un confronto caratterizzato da differenze radicali. I primi volevano un’applicazione letterale e rigorosissima della regola mentre i secondi erano più moderati. San Bonaventura la interpretò nel modo più “morbido” e rese il messaggio più vivibile senza snaturarlo. Continuò a rivendicare la povertà, ma non negò il possesso pur fissando dei limiti. Quanto allo studio, verso il quale Francesco nutriva diffidenza, ne recuperò tutta l’utilità, a patto che non servisse a prevalere sugli altri. Del resto San Bonaventura non poteva che difendere il valore della cultura: insegnava infatti alla Sorbona. La sua “lettura” del pensiero di Francesco inspirò tutti gli affreschi di Assisi. Sull’attribuzione a Giotto di una parte di quelli della Basilica Superiore in passato erano stati avanzati alcuni dubbi. Oggi sono del tutto superati dagli studi più recenti.

Una parte importante di questi studi si è sviluppata in preparazione della mostra della Galleria Nazionale di Perugia dal titolo Giotto e San Francesco, Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento che ha aperto i battenti il 14 marzo e li chiuderà il 14 giugno. È divisa in sette sezioni e contiene 60 opere. Alcune escono dalla mano di Giotto come la Madonna di San Giorgio alla Costa (prestito della Diocesi di Firenze) e l’importante Polittico di Badia (dagli Uffizi). E soprattutto la splendida Madonna col Bambino, proveniente da Oxford. Un quadro piccolo, carico di dolcezza e di calda umanità, commovente. Basterebbe quest’opera per giustificare un apposito viaggio e il biglietto d’ingresso.

Accanto alle opere di Giotto si possono vedere quelle della sua “scuola” di pittori, molti dei quali nati e vissuti nei paesi e nelle città della regione. Artisti meno conosciuti ma di notevole qualità: da uno straordinario Puccio Capanna al Maestro di Figline, dal Maestro di Farneto al Maestro della Croce di Gubbio, da Marino d’Elemosina a Palmerino di Guido.

La mostra dedica un’intera sezione la titolo la Passione degli umbri, a questi artisti che risultano molto interessanti perché caricavano le loro opere di forza, di espressività, di carnalità particolari. E questo accadeva in rapporto con la “caldissima poeticità” che caratterizzava la cultura di quella zona nel periodo fra il Duecento e il Trecento, come testimoniano i versi di un altro suo grande figlio: Jacopone da Todi.

L’ultima parte della mostra è costruita intorno a La Pentecoste di Giotto (nella foto sui sopra), proveniente dalla National Gallery. Nella stessa sala troneggia un raffinatissimo Simone Martini e un Pietro Lorenzetti, entrambi partecipi, un po’ più avanti nel tempo, del più grande cantiere d’Europa: in quell’ Assisi che Papa Nicolo IV, primo pontefice francescano, volle far diventare splendido monumento al santo che “riformò” il Cristianesimo e la Chiesa senza arrivare alla rottura, in un’epoca in cui erano già emerse crepe profonde.

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