Al Mattatoio di Roma
Architettura della persona
Una grande mostra rende omaggio a Alfredo Zelli, artista che ha sempre lavorato sul rapporto tra la persona e lo spazio. Pubblichiamo un estratto dal catalogo del curatore, Carlo Alberto Bucci
Pubblichiamo un estratto del testo di Carlo Alberto Bucci per il catalogo della mostra di Alfredo Zelli Beata moltitudo, aperta fino al 17 maggio nel Padiglione B del Mattatoio di Roma. Prodotta dall’Azienda Speciale Palaexpo che, attraverso la vicepresidente, Ivana Della Portella, programma e organizza le esposizioni all’ex mattatoio capitolino, la retrospettiva si compone di circa 45 opere di Zelli; lavori soprattutto degli ultimi quindici anni, periodo a cui è dedicato l’estratto qui proposto del saggio del curatore. Il catalogo sarà presentato in mostra il 12 maggio 2026 alle 18.
Può essere affrescato, pittura iniettata nella malta fresca di calce e pozzolana, secondo il procedimento di una tecnica quasi dimenticata, ma viva nella mente di chi ama e ammira l’arte del passato. O semplicemente intonacato, rivestito di colori uniformi che il tempo e l’atmosfera cittadina, il passaggio delle stagioni, delle automobili inquinanti e delle bombolette dei graffitari, scolorano e trasformano ogni giorno. Che sia dipinto con immagini sacre e profane o ornato da motivi decorativi che lo hanno reso eterno (dalla Camera degli sposi di Mantova alle celle di San Marco a Firenze, alle facciate del quartiere Coppedè di Roma), oppure che sia tinteggiato alla buona dando colori caldi e romani a quella “superficie di sacrificio” che ciclicamente, per statuto, cambia pelle, il muro è il punto di partenza dell’arte di Alfredo Zelli. E, con esso, l’essere umano. Rappresentato come figura nelle tinte sovrapposte e trasparenti o, invece, solo adombrato nei colori densi e coprenti, ma anche nella geometria costitutiva delle cose, di tutte le cose, riflesso umile e sbiadito, ma memore, dell’inarrivabile Uomo vitruviano.
La persona e la parete, il corpo e le mura, si affiancano e rincorrono, si intrecciano e tornano a perdersi, nel percorso di Alfredo Zelli. Ed è soprattutto attraverso i lavori più recenti, quelli degli ultimi quindici anni, che questa mostra vuole dare forma all’idea di Beata moltitudo, allusione all’identità multipla del nostro essere al mondo, come pure alla varietà e libertà dei linguaggi adoperati da questo artista che da quaranta anni architetta le sue sculture dipingendo.
Il muro trasparente. L’opera ultima di Zelli è preparata e annunciata da lavori del 2010. Cinzia (qui accanto) e Figura grigia, ad esempio, smaterializzano la forma plastica scomponendo la figura umana attraverso piani sovrapposti di rigido metacrilato trasparente sui quali sono state stese campiture omogenee di acrilico, le stesse che colorano in tali altorilievi gli ovali in polistirolo che personificano e sintetizzano, come vedremo meglio più avanti, volti e teste della statuaria e della ritrattistica, classica e moderna. Rispondendo al desiderio di affidare la resa plastica al solo colore, eccoci ai dipinti realizzati a smalto su sei (o quattro) leggeri, pieghevoli, flessibili, fogli di policarbonato che, sovrapposti e distanziati, rappresentano gli esiti più recenti, e il cuore, del lavoro presente. Lavoro che parte intorno al 2013 come conseguenza di un percorso di ricerca intorno alla terza dimensione, ma attraverso i segreti della bidimensionalità, iniziato ben prima degli anni Dieci. Le Tre figure rosse eseguite quell’anno sono presenze composte – anzi, scomposte – sovrapponendo sinuose forme organiche, ciascuna eseguita su un foglio trasparente; trasparente è, del resto, la natura e la stesura dei leggeri, talvolta sommari, diafani strati di colore. Questi due livelli di permeabilità alla luce, quindi allo sguardo, consentono al corpo dipinto di ricompattarsi intorno a un’immagine che della figura, non necessariamente umana, offre un profilo ideale ed essenziale; oppure, all’opposto, concretamente reale. Mi riferisco, ad esempio, al viso, una sorta di ritratto, che si trova al centro del trittico del 2013 e agli altri lavori – di identico impianto, medesimo lasso di tempo ed eguale alternanza tra con/figurazioni corporee di carattere sintetico e/o analitico – esposti nel 2014 ai premi Vasto e Michetti ai quali Zelli viene invitato, rispettivamente, da Gabriele Simongini e da Tiziana D’Acchille.
L’Autoritratto del 2013 e la Sibilla collocata all’aperto nella personale romana a Blocco 13 del 2022, rappresentano, invece, la ricerca parallela, ma numericamente minoritaria, di una voglia di tutto tondo raggiunto, in questo caso, attraverso la saldatura di fogli di plastica piegati, plasmati, modellati (e talvolta leggermente colorati). Invece, la maggior parte dei lavori che datano a partire dalla metà degli anni Dieci raggiungono una dimensione “plastica” attraverso il solo colore, ossia tramite la reinterpretazione delle antiche leggi della pittura fatta per velature. Soltanto che, in questo caso, si tratta di stesure non sovrapposte l’una all’altra, su tavola o su tela, fino a raggiungere il tono sperato; bensì di campiture destinate ciascuna a una singola superficie trasparente e che – sovrapposte l’una all’altra, come se accatastassimo gli acetati disegnati per la sequenza animata di un cartoon ante era digitale – lasciano allo spettatore il compito di ricostruire la forma. Ma anche di scegliere un proprio punto di vista, magari quello che permette al riguardante di specchiarsi/identificarsi con il volto, volutamente vuoto, che campeggia al centro di opere come Figura arancio del 2022 in cui cromie e corpi si fondono in una sostanza leggera, come fosse una nuvola. Di fronte ad essa, Giorno dello stesso anno, è un’opera in cui più deciso e netto è il contorno delle forme – le pareti di una stanza si scompongono in geometrie messe in prospettiva (i rettangoli divengono rombi) – ma anche più esplicito è il riferimento all’arte del passato o, meglio, dell’arte senza tempo, se è vero che un lavoro analogo come Uomo e spazio del 2023 è stato proposto in quell’anno nella mostra romana Ipotesi metaverso (2).
Il Giudizio finale. La figura che alza il braccio mima e ripete il gesto imperioso del Cristo nel Giudizio di Michelangelo nella Sistina, ciclo di affreschi che Zelli ricorda di aver ricopiato senza sosta disegnandoli durante la sua giovinezza. Ed è lo stesso Giudice che domina anche Canto continuo, installazione a forma di parallelepipedo realizzata per l’interno di Blocco 13 nel 2022 in cui – scrivevo allora – “il protagonista con il braccio alzato (in una gestualità che ricorda l’adlocutio del principe ai pretoriani; quindi un movimento che accompagna la parola)” ripete un gesto che serve a “mettere in moto il vuoto” intorno, “in una chiave che […] crea una deflagrazione dei corpi e degli ambienti che li contenevano secondo una visione simultanea che ci riporta alla scomposizione dello spazio-tempo cara a Umberto Boccioni (Materia, soprattutto, è un faro in tal senso)”. Canto continuo è un’opera a due facce in cui il lato opposto a quello della splendente e coloratissima “Resurrezione” (dove “le tre strutture angolari che circondano la figura centrale rappresentano le ore del giorno, e come le ore ruotano”, ha sottolineato nel 2022 lo stesso Zelli), mette in scena viceversa una sommessa sepoltura, affidata ad alcune figure larvali che, colte nell’atto di scavare, si intravedono nella nebbia creata dalla sovrapposizione di fogli sì traslucidi ma opachi.
A preparare la visione a due tempi della struttura alta più di due metri, e profonda 90 centimetri, alcune opere del 2021, ma di misure più contenute, in cui la dimensione pitto/scultorea realizza compiutamente l’idea del pieno volume per via di solo colore. Assolato del 2021 è un parallelepipedo, poggiato su una base in legno, che raffigura un uomo con in mano una testa recisa (nella quale Zelli si è ritratto) e di questa/e figura/e vediamo, da un lato, il volto (il braccio alzato sul capo in questo caso appare come un gesto di contrizione e vergogna) mentre sul versante opposto scorgiamo le spalle del carnefice (ideale erede del Cainita di Francesco Ciusa) e il viso della vittima di questa simbolica decollazione.
Figura di spalle (nella foto accanto al titolo) dello stesso anno, e anch’essa proposta per la prima volta in Beata moltitudo, sintetizza invece i due versanti e, al tempo stesso, fonde le opposte visioni in una figura che, da uno o dall’altro dei due punti di vista, ci offre sempre il suo verso. Galleggiante nello spazio opalescente con le sue spire che si lasciano perforare dai vuoti, ma viva come testimonia la sgocciolatura di rosso che àncora l’immagine alla base, Figura di spalle, come Alba del 2021, è un corpo che ha portato alla estrema sintesi organica la giustapposizione di arti e di architetture di lontana matrice boccioniana. Qui, come in opere a parete quali Lotta o Figura verde del 2018, membra e contesto sono sottoposti a una fusione che porta alla perdita della evidenza figurativa (ben presente invece, ad esempio, nei nudi amanti che si compenetrano nell’Incontro dello stesso anno), e che conduce alla determinazione di una identità terza – quale la dimensione a cui si vuole alludere, di fatto, realizzandola.

Verso il tutto tondo. Il desiderio di un tutto tondo attraverso i soli, trasparenti, piani pittorici, ha portato Zelli nel 2023 a realizzare Tutto è nascente, lavoro presentato nell’omonima personale romana allo Hyunnart Studio di Paolo Di Capua. Come in Figura blu dello stesso anno, i fogli di pet stavolta non sono sovrapposti ma si irradiano dal centro come petali da uno stelo e i colori che li tingono compongono tinte variegate a seconda del punto di vista mutevole dello spettatore che gira intorno all’opera. “Se nei dipinti dei fogli appesi e sovrapposti – scrivevo allora – lo sguardo del riguardante penetra la superficie inseguendo la profondità di una forma che, all’interno delle velature, appare comunque definita e compiuta, pur nello sfumato delle singole parti, in questi sorta di carillon è impossibile stabilire dove iniziano i piedi e dove finisce la testa, dove si innestano le radici e fin dove arrivano le fronde, poiché lo smaterializzarsi dei piani nella visione sintetica avviene lungo la traiettoria infinita di un cerchio. Pittura fatta per girarle intorno. Ed entrare lentamente, progressivamente, dentro il mistero della sua natura”. Pittura pura, quindi, compendiaria. Nonostante le stesure siano volutamente sommarie, ma funzionali alla resa tridimensionale e alla visione sintetica “dal basso” (come l’essenzialità delle pennellate negli affreschi delle chiese barocche). E sebbene Zelli faccia preferibilmente ricorso – come vedremo più avanti – alla figura umana, anatomicamente intesa e talvolta popolarmente raffigurata quasi fossimo davanti al disegno a colori della Domenica illustrata.
[…]
La lanterna magica. E siamo così giunti […] ai lavori realizzati da Zelli appositamente per Beata moltitudo e che abbiamo collocato alla fine del padiglione B del Mattatoio, in quella sorta di presbiterio che, nella struttura del vecchio macello capitolino progettato da Gioacchino Ersoch, ricorda l’architettura delle basiliche, pagane e poi cristiane. Nel “transetto” di destra, tre lavori di grandi dimensioni, Sole a terra, Sonno e Tre nel giallo, sorta di pale d’altare, in cui la fusione dei corpi di figure ben riconoscibili raggiunge un apice che, nella forma circolare – aurorale e aureolare – si ricollega agli esadecagoni degli anni Ottanta e poi Duemila. Zelli prende qui per le corna la musa della raffigurazione senza temere di passare per nostalgico della figurazione. Gli schermi trasparenti delle superfici in pet gli consentono di ottenere sorprendenti effetti di trompe-l’œil, come avviene ad esempio in Anima candida del 2022 con le mani del mezzo busto che vengono in avanti grazie all’illusionismo creato dal pittore e allo sguardo ricostruente dello spettatore. Già, il pubblico dell’arte contemporanea, ma non soltanto. Persone che si trovano davanti all’opera e che hanno un ruolo fondamentale nel lavoro di Zelli. L’artista comprende la persona – nel senso ambivalente del termine, poiché l’accoglie e la capisce – nel momento in cui la invita a entrare nell’ovale finale di Beata moltitudo, la piccola arena che si apre per accogliere il pubblico e lasciarsi attraversare dal suo sguardo. Lungo i muri della doppia esedra non ci sono più le calde, porose, colorate parenti dipinte delle installazioni di quaranta anni fa. Ma fogli trasparenti nei quali la pittura traspira e, in vitro, dimostra di poter dispiegare in molti modi la sua bellezza. Anche in semplici curve, di un solo colore, il bianco: la forma e la luce dei pianeti, ma anche dei globi oculari. Persino in questa nuvola accogliente e avvolgente, c’è la figura umana. Certo, non dipinta. Ma coinvolta dall’opera, che contempla la presenza delle persone e da queste, come in uno spazio sacro, si fa contemplare.
Le fotografie sono di Luca Zampieri.