Testo a fronte/1
Segreto di famiglia
Con questo "Segreto di famiglia" di Andrea Carraro parte una nuova serie di racconti intitolata "Testo a fronte" che, in settembre, andrà in mostra - a cura di Tiziana D'Acchille - al Museo dell'Accademia di Belle Arti "Pietro Vannucci" di Perugia
Questo racconto inedito di Andrea Carraro apre una serie dal titolo generale “Testo a fronte”. Si tratta della nuova puntata di un’iniziativa che ha già avuto vita due volte, negli anni passati, su Succedeoggi. Questa nuova rassegna di storie avrà una sua “seconda vita” dopo la pubblicazione su Succedeoggi. I racconti, infatti, illustrati per l’occasione da artisti scelti da Tiziana D’Acchille, saranno esposti – insieme alla opere – presso la Museo dell’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia a partire dal prossimo 15 settembre. I racconti usciranno con cadenza bisettimanale, il lunedì e il venerdì: l’illustrazione che li accompagnerà è di Michelangelo Pace.
Aveva appena finito di dire: “Ecco, Luca, sta per arrivare la scena del burro!”, quando si sentì afferrare da una mano guantata, mentre sullo schermo della tv stavano scorrendo le immagini del film di Bertolucci Ultimo tango a Parigi, proprio quando Marlon Brando/Paul abbassa con forza i jeans di Maria Schneider/Jeanne, stesa pancia sotto sul pavimento, sfiatandole addosso tutto il suo disprezzo: “Segreto di famiglia? Te lo dico io il segreto di famiglia…”.
Ci mise un po’ a capire che qualcuno coi guanti di lattice e una maschera carnevalesca da porcellino che gli copriva metà faccia, lo stava imbavagliando e legando mani e piedi con del nastro da imballaggio, mentre un altro, mascherato da orso-lupo mannaro, con delle labbra carnose e rosse che sporgevano umide sotto alle zanne lucide, teneva inutilmente sotto il tiro di una pistola automatica suo fratello gravemente disabile, e un terzo e forse un quarto già mettevano a soqquadro la casa in cerca di soldi e valori.
Insomma, li stavano rapinando, accidenti, probabilmente erano entrati attraverso quella maledetta grata della cantina che aveva riparato lui alla buona con del fil di ferro, mentre la voce acida e aggressiva di Paul rimbalzava nella stanza, in una delle sequenze più scandalose della storia del cinema: “Voglio farti un discorso sulla famiglia: quella santa istituzione inventata per educare i selvaggi alla virtù…”. Paul vomitava la sua invettiva contro la famiglia e contro il mondo, che Giorgio – il nostro protagonista, cinefilo appassionato – ricordava quasi parola per parola completando la violenza sulla giovane donna bocconi sotto di lui nell’appartamento parigino di rue Jules Verne dove si incontravano e si amavano da qualche giorno senza nulla sapere l’uno dell’altra, neppure il nome, – e mentre l’uomo di là bestemmiava cercando la cassaforte. “Dove è la cassaforte, perdio? Guardate che non scherziamo! Sappiamo che ci sta…”
“Non c’è nessuna cassaforte!” – provò a gridare lui, ma ne uscì solo un brontolio rantolante fra le pieghe di quel cencio che gli avevano malamente schiaffato in bocca fissandolo col nastro adesivo. Il suono acuto e intermittente dell’allarme di casa, rimasto inspiegabilmente inattivo fino a quel momento, si mise a suonare all’impazzata. Faccia-da-porco smise di fischiare e si guardò intorno nervosamente, mentre l’orso si avvicinò alla porta d’ingresso, bestemmiando tra i denti. Il capo, con la voce stonata, ordinava a tutti di sbrigarsi a disattivarlo.
A questo punto si sentì colpire forte sullo sterno e sulla spalla e poi trascinare come un sacco sul cotto ruvido del pavimento, fino a sbattere con la schiena sul muro accanto al camino da una parte e alla carrozzina di Luca, dall’altra, – il tutto mentre Paul proseguiva il suo atto rabbioso sulla giovane borghese sconosciuta passata in pochi istanti da occasionale partner erotica a vittima sacrificale di tutta una classe e di una detestata condizione umana: “E adesso ripeti insieme a me: santa famiglia, sacrario di buoni cittadini…”
“Santa famiglia, sacrario di buoni cittadini…”
“Dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia…”
“Dove i bambini sono torturati finché non dicono la prima bugia…”
“Dove la volontà è spezzata dalla repressione, la libertà è assassinata dall’egoismo…”.
Forse si trattava di una punizione divina per aver imposto a Luca un po’ sadicamente quel film fra molti che avrebbe potuto selezionare quella sera, direzionando la carrozzina in modo da costringerlo comunque alla visione. Poi ragionò che era una sciocchezza insensata quel pensiero in un momento simile, con quegli animali che spadroneggiavano in casa. Ma non riusciva a cancellare un oscuro senso di colpa verso il fratello menomato che ormai, scomparsa anche sua madre, si ritrovava interamente sul groppone. Non era mai riuscito ad amarlo, il suo sfortunato fratello; da adolescente, quando la sua malattia era solo agli inizi, aveva perfino sofferto di gelosia per il surplus di attenzioni che riceveva dai genitori. Tutto ciò gli era noto – alcuni anni di psicoterapia lo avevano edotto su questo e su altri demoni che lo abitavano – proprio come sapeva che presto, molto presto, avrebbe trovato il modo di metterlo in qualche istituto riabilitativo per il tempo che gli restava da vivere.
Cominciò a parlare qualcuno, che doveva essere il capo della banda, l’unico a volto scoperto, una faccia smunta, – che gli sembrava di avere già visto, chissà dove, – incorniciata da lunghi e abbondanti capelli biondi, – un ibrido fra Cristo e David Bowie nel periodo tossico, mentre valutava il poco bottino racimolato, già infilato in un sacchetto. “Sappiamo della cassaforte, vi conviene collaborare! – diceva con una voce quasi femminea, stonata, quell’uomo alto che adesso gli appariva in tutta la sua statura, al centro del salone, in jeans e maglietta slabbrata verdina sotto una giacca lunga di camoscio da vaccaro, tenuta slacciata, forse sui trent’anni, forse trentatré, l’età di Cristo! – gli venne da pensare, – hai capito testa di cazzo? O vuoi fare l’eroe?”
Ormai si rivolgeva soltanto a lui, a Giorgio Santicchia, di cui molto si potrebbe dire, ma ci limiteremo all’essenziale: un architetto quarantenne, impiegato al comune di Latina, divorziato, barbuto, un bel po’ sovrappeso, che dalla morte di sua madre, alcuni mesi orsono, era tornato malvolentieri a vivere nella vecchia casa di famiglia con il fratello disabile di tre anni più giovane, e una infermiera rumena che gli costava mezzo stipendio, e che oggi era nel suo giorno di libertà, in quella villetta isolata in mezzo alla campagna, appena oltre il carcere di Velletri. Addossato al muro, nella sua tuta felpata color antracite e una sola pantofola ai piedi, tutto legato, Giorgio doveva avere l’aspetto di un informe fagotto. “O tu mi dici dov’è la cassaforte – continuava il Cristo-Bowie, mentre faccia-da-porco lo liberava finalmente da quel bavaglio soffocante strappandogli via lo scotch dalla faccia, assieme a qualche pelo di barba, e la musica del film dilagava assurdamente malinconica nella sala – anzi prima mi scrivi il codice del bancomat, quello esatto, perché se poi risultasse sbagliato…”.
Fece una pausa. Si appoggiò al tavolo da pranzo, dove stava un centrotavola ricamato dalla madre e un grosso portacenere di cristallo di rocca contenente alcune barrette di medicinali. Prese le barrette, le scrutinò una per una, le rimise a posto. Poi guardò lui, il fagotto bruno buttato per terra, e infine il disabile che sbavava e gemeva penosamente nella sua carrozzina.
“Chi altro c’è qua?”
“Solo noi!”
“Sicuro, bisteccone?”
“Se stavano a vede’ un porno, sti zozzi!” – commentò, sputando sul pavimento, un altro ospite che finora non si era palesato, con il volto nascosto da un cappuccio lasco di iuta con due spacchi orizzontali in corrispondenza degli occhi.
“Allora, sicuro? Siete solo voi due?” continuò il capo, ignorandolo e rivolgendosi ancora a lui, tuttavia dandogli le spalle:
“Solo noi due!, solo io e mio fratello Luca!”
“Io non me fiderei!” – intervenne, per la prima volta, faccia-da-orso, che al contrario del suo capo aveva una voce cavernosa che si adattava bene alla sua maschera, di lattice, con inserti di pelliccia e occhi rossi e spiritati.
“C’è Alina, l’infermiera che lo segue, ma se non è ancora tornata, torna domani, è il suo giorno libero.”
“Che te dicevo…” – ribadì l’orso, mentre faccia-da-porcellino fischiava insensatamente il motivo del film e intanto spazzava via con una manata i soprammobili dal piano di marmo della credenza: tutta roba di valore solo affettivo: un carillon, alcuni animaletti di vetro, due candelabri, una cornice di legno con la foto di loro due piccoli… A questo punto, il capo estrasse dalla tasca del giaccone una roncoletta, che doveva aver rimediato in giardino, la esibì come un banditore, poi minacciò di tagliare a Luca il lobo di un orecchio.
“Aiuto! No, che fate, siete matti? Lasciatelo sta’!”
“Allora, bisteccone, allora signor Sanciccia…”
“Santicchia, Giorgio Santicchia!”
“Sanciccia, ah ah!” approvò l’orso, un orso feroce, ora poteva inquadrarlo bene, continuando a sghignazzare e a tossire ripetendo quel nome buffo sotto la maschera di Halloween.
Faccia-da-porco, era l’unico che non parlava, lui fischiava soltanto guardandosi intorno in cerca di qualcosa da arraffare o da distruggere.
“Ti sei schiarito le idee?” – domandò ancora il capobanda, con la sua vocetta stonata e gracchiante, come se provenisse da un’incisione difettosa, passandogli un blocchetto e una penna biro che doveva aver preso all’ingresso sul mobiletto del telefono. Poi, si incantò a fissare il riflesso deformato della tivù sul vetro della finestra, durante lo spot pubblicitario di un materasso, commentando, enigmatico, forse più a se stesso che ai compagni: “Ecco la Fata!”.
Giorgio fece quanto gli veniva chiesto con difficoltà in quella scomoda posizione e senza un piano di appoggio, e il biglietto finì nelle mani di faccia-da-porco, che chiese se dovesse aspettare. Ma nessuno gli rispose e lui restò impalato sulla porta.
I piedi ancora legati stretti col nastro adesivo lo costringevano seduto per terra, schiena al muro, a un passo da suo fratello sanguinante e in preda ormai alle convulsioni, che gracidava nella carrozzella la sua pena sbavando e agitando le mani davanti a sé.
Il Cristo fece un segno a faccia-da-orso, o a qualcun altro, ma intanto continuava a parlare con lui:
“Allora, vuoi dirmi dov’è la cassaforte, testa di cazzo, o preferisci che gli taglio l’orecchio, a me non me costa niente!”
“Noi sappiamo che c’è!”, disse qualcuno.
“No, no, per amor di Dio no… Non mi ricordavo della cassaforte, lo giuro, è poco che sono qui… I miei sono morti e allora mio fratello…”
“Senti, non ce ne frega un cazzo dei tuoi e di te e di questo povero demente!”
Lo liberarono del tutto e lui accompagnò il capo nella vecchia camera matrimoniale dei suoi, spostò il cassettone, e scoprì la cassaforte; ricordò la combinazione, che era semplicemente la data di nascita di suo fratello invertita, mentre dal salone giungeva come a strappi, a folate il sonoro della tivù, quel motivo jazz soprattutto; la aprì e consegnò all’uomo il sacchetto di tela bianca, chiuso da una cordicella, contenente il tesoretto e i pochi gioielli di sua madre, pensando ancora di averlo già visto da qualche parte, quel tipo.
“Che altro c’è dentro? Dammi quei rotoli!”
“Dev’essere il testamento, e la mia laurea…”
“Ah, laureato, il dottor Sanciccia! Ah ah ah!”
“Vi prego, non fateci del male… non c’è altro, è tutto quello che abbiamo…”
L’uomo estrasse dal sacchetto il denaro che i suoi si erano sempre rifiutati di depositare in banca, e avevano messo da parte negli anni per Luca, per la sua assistenza, per la sua sopravvivenza futura, “quando noi non ci saremo più”. Chissà come sapevano quei delinquenti del tesoretto e della cassaforte, quello era un segreto di famiglia, nessuno poteva saperlo tranne lui e sua madre, o magari avevano bluffato, ma certo, il Cristo, con la voce da vecchia che adesso contava soddisfatto il malloppo facendo sì con la testa, aveva bluffato, ci aveva provato, e lui c’era cascato con tutte le scarpe! Del resto che poteva fare?
Quando tornò in salone, dopo uno sfogo irrefrenabile di pianto buttato sul letto della mamma, cui era seguito uno stato come di assenza o di sonnolenza improvvisa, invincibile, – quelli erano andati via, lasciando la porta di casa spalancata, col fratello che si lamentava al suo modo mentre nel lontano rettangolo della tivù riflessa sul vetro della finestra, il film indugiava sul corpo morto di Paul, accucciato sul pavimento del balcone parigino nei suoi abiti eleganti, – era il finale! – e la giovane donna, nascosta da un tendaggio, reggendo ancora in mano la pistola, ragionava a mezza voce sul suo alibi fasullo, “mi ha inseguito per la strada, voleva violentarmi, è un pazzo!… uno sconosciuto, sì, un pazzo, voleva violentarmi…”. Con il sound struggente di Gato Barbieri nelle orecchie, quella melodia dolcissima e straziata e un po’ ruffiana che chiamava altre lacrime, si affrettò a medicare Luca, a calmarlo con la dose massima delle sue gocce tranquillanti, a metterlo a letto rimboccandogli le coperte, perfino a baciarlo, come faceva ogni sera la mamma da quando era venuto al mondo. Negli occhi del fratello non c’era più pena e paura, notò, ma una muta, fraterna riconoscenza. Prima di tornare a letto, spense la tivù e la rimise diritta al suo posto davanti al divanetto e alla vecchia poltrona di cuoio, dov’era seduto lui prima che arrivassero quei diavoli mascherati. In fondo poteva andargli peggio, ragionò. La denuncia l’avrebbe sporta l’indomani usando il cellulare di Alina perché, oltre a portarsi via il suo telefonino, avevano provveduto a strappare il filo del telefono.
Con la consapevolezza che null’altro si potesse fare, si mise a letto anche lui, continuando a lacrimare a lungo sul cuscino che presto fu umido di lacrime e dovette rigirarlo. Finalmente prese sonno, sprofondando in qualche sogno ancora intriso da quegli eventi brutali che aveva appena vissuto, da quelle maschere… Ma nell’impasto onirico c’era finito di certo anche qualcosa del film, delle sue atmosfere claustrofobiche, maledette, quel film che era andato avanti indisturbato fino alla fine, fino alla tragica morte di Brando sul terrazzo, – senza che nessuno avesse pensato a spegnere la tivù, o almeno abbassarne il volume. Faccia-da-orso a un certo momento l’aveva spostata con una pedata, rischiando di farla cadere dal suo mobiletto con le rotelle, perché lo intralciava in qualche sua operazione di saccheggio, ma non l’aveva spenta.
In piena notte Giorgio, credendo di udire un rumore di passi nel corridoio, si alzò, raggiunse precipitosamente, a piedi scalzi, la stanza del fratello, ma lui riposava tranquillo come un bimbo, russando appena con la bocca. Guadagnò di nuovo il proprio letto, e nel silenzio e nel buio, grattando appena con una mano sulla parete ruvida, ancora faticando a trattenere le lacrime si risentì dentro la voce monocorde di Brando che le diceva, alla giovane amante: “…tu sei sola, sei tutta sola, e non potrai liberarti di questa sensazione di completa solitudine finché non guarderai la morte in faccia. E poi neanche: guarda, – Jeanne era appena uscita dalla vasca da bagno, e lui la avvolgeva tutta con un grande asciugamano: “questa non è che una stronzata romantica… Finché non sarai capace di guardare nella morte, nel buco del suo culo, sprofondando in un abisso di paura. E allora forse, solamente allora, forse riuscirai…”. Con questa scena nella mente e nel cuore, sentendosi avvolto anche lui in quel vasto asciugamano, si addormentò.