“Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora”
Se il tempo sgocciola
Le pagine del documentatissimo saggio di Vittorio Pezzuto dedicato al caso di malagiustizia che si è abbattuto nel 1983 sul celebre conduttore televisivo, ci rimettono davanti agli occhi non solo il personaggio e quella vicenda, ma noi stessi. Tra gogne mediatiche e giudizi sommari e frettolosi
«Il tempo sgocciola». È l’alba del 17 giugno 1983 ed Enzo Tortora, notissimo conduttore televisivo del programma Portobello, è arrestato con un capo d’accusa infamante. Si scatena d’un coup non soltanto un caso di malagiustizia tra i più tumultuosi nella storia della Repubblica, ma anche una gogna mediatica che dura oltre l’assoluzione con formula piena della Corte d’Appello di Napoli il 15 settembre 1986, sentenza confermata definitivamente dalla Cassazione il 13 giugno 1987. «Il tempo sgocciola». Non è una notazione di colore, una nuance, ma un’immagine figurata, ferma, lisergica che rende alla perfezione le ore, i minuti, gli istanti del paradossale arresto. Surreali come un quadro di Dalì. Vittorio Pezzuto, giornalista tra i fondatori del quotidiano La Ragione, nel lungo e documentatissimo saggio Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora (prefazione di Davide Giacalone, Piemme, 448 pagine, 22,00 euro), ristampato da Piemme in una nuova edizione aggiornata (era apparso originariamente per Sperling & Kupfer nel 2008), ricostruisce l’intera parabola dell’uomo di spettacolo: dalla folgorante carriera come «penna caustica» ai lavori radiofonici e teatrali; dall’«ascesa all’Olimpo Rai» alla rovinosa caduta; dalle battaglie nel Partito Radicale al celeberrimo «Dunque, dove eravamo rimasti?» del 20 febbraio 1987; dalla morte prematura a causa di un tumore polmonare il 18 maggio 1988 agli epiloghi post mortem ancora in chiaroscuro.
Osserva Giacalone nel contributo introduttivo che «con queste pagine Vittorio Pezzuto ci rimette davanti agli occhi non soltanto Enzo Tortora, ma noi stessi». E, giustamente, aggiunge: «Se leggerle vi produrrà del dolore è segno che siete sulla via della guarigione». Sì, perché l’impostazione di scrittura di Applausi e sputi fa immediatamente i conti con il senso di colpa automatico, mnestico che alberga nell’animo di ogni lettore: non soltanto «e se fossi io l’ingiustamente accusato?», ma anche «e se fossi io l’ingiusto accusatore?». Lo sciacallaggio, il dito puntato, il pubblico ludibrio, le fantasiose calunnie non sono diminuite col tempo, bensì notevolmente aumentate (cosa e come avrebbero commentato i “leoni da tastiera” dei social network, se il “caso Tortora” fosse accaduto oggi, nell’epoca delle post-verità?). Sottolinea Pezzuto: «Sono trascorsi più di quarant’anni da quella notte e il ricordo di Enzo Tortora, della sua carriera così come della sua odissea giudiziaria è andato via via sbiadendo. È vero che il suo cognome è divenuto simbolo della giustizia ingiusta, ma molti lo hanno evocato a sproposito».
Applausi e sputi è stata una sponda preziosa per la ricostruzione storica delle vicende narrate nella meritoria serie televisiva in sei episodi Portobello, diretta da Marco Bellocchio e uscita su HBO Max il 20 febbraio scorso con Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista. Il libro di Pezzuto, orlato da quasi cinquanta pagine di note ma composto con il piglio del brilliant essay, ci conduce oltre il nudo racconto: nei meandri delle cose dette e scritte, delle opinioni troppo facilmente spadellate, della fretta di affermare e accusare (forse gli stereotipi descritti da René Girard hanno ancora qualcosa da suggerirci), della difficoltà di tornare indietro, dell’incubo e del terrore. Ma «il tempo sgocciola». Come ricorda Leonardo Sciascia – la citazione è posta in esergo –, «bisognerebbe, comunque, che gli interessati ne traessero almeno un’immediata lezione: e cioè che i giornali non durano un giorno, che non tutti finiscono nei convogli destinati alla combustione. Anche scrivere su un giornale è, direbbe Orazio, come scrivere sul bronzo». E le parole usate proprio da Tortora valgono come monito: «Io sono innocente. Spero, dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi». Al di là di esse c’è solo il pentimento. Il perdono.