Roberto Mussapi
Every beat of my heart

Le acque e la morte

Versi del grande Alfonso Gatto, tra i maggiori poeti del Novecento ancora non pienamente riconosciuto. Sono dedicati a Venezia, «chiesa aperta agli estuari», «acquatica culla primigenia»…

Questa lirica di uno dei maggiori poeti italiani del Novecento, Alfonso Gatto, di cui ricorre quest’anno il cinquantenario della morte, è una delle creazioni magiche ispirate dalla città sull’acqua. Nel suo massimo cantore, George Gordon Byron, la magia di Venezia è assoluta come un sogno, leggera e ridente, inquietante e misteriosa. Dopo il grande Byron in altri poeti, novecenteschi come Broskij, è fascinoso enigma, nei miei versi è yeatsiana porta per Oriente, come per il maestro irlandese Bisanzio. In questi versi straordinari del poeta Gatto, non pienamente riconosciuto nella sua grandezza, Venezia appare come luogo d’incontro tra le acque e la morte e il mistero del fondo e quello dell’orizzonte. Gondole, oscillanti, ma in un’acquatica culla primigenia.

 

 

 

 

 

 

 

Chiesa veneziana

Così, da sempre, come una memoria
che mai giunge a sbiadirsi, che mai perde
la traccia immaginosa, questa storia
di pietra e d’acqua, di laguna verde,

tratteggiata dai neri colombari
delle mura, da lapidi di rosa,
s’è fatta chiesa aperta agli estuari,
all’incrocio dei venti. Non riposa

mai tomba che non veda la sua morte
frangersi ancora contro il nero eterno.
E le gondole, battono alle porte
i lugubri mareggi dell’inverno.

Alfonso Gatto

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