A proposito di “Partenze”
Il commiato di Barnes
Il nuovo romanzo dell'ottantenne Julian Barnes "dovrebbe” essere l'ultimo. Una storia forse autobiografica e piena di ironia fatta di inizi e soprattutto di partenze
Se la parabola della vita umana, dalla nascita alla fine, seguisse la traiettoria ideale, e quindi prevedibile almeno nell’approssimarsi ai suoi punti apicali, ognuno di noi avrebbe modo di predisporre per tempo il proprio commiato. Un epilogo da romanzo, si direbbe. O da romanziere nel caso di Julian Barnes, il quale, giunto alla soglia degli ottant’anni, ha scelto di congedarsi dai lettori con quella che dichiara essere la sua ultima opera.
Partenze, esercizio letterario tra il memoir e il romanzo (184 pagine, 18,50 Euro), è stato pubblicato in Italia da Einaudi lo scorso gennaio, tradotto da Susanna Basso. E va subito sottolineato come il titolo, inevitabilmente, sacrifichi nella resa italiana parte dell’efficacia originale di quel Departure(s) che esplicita il duplice significato di partenza e morte.
L’impianto narrativo è imperniato attorno a una storia d’amore in due atti, che coinvolge Barnes nell’ambiguo ruolo di spettatore interessato ed elemento di unione tra le parti in causa. Sono gli anni Sessanta, l’ambientazione è quella degli austeri corridoi e dei suggestivi viali dell’università di Oxford. A questo riguardo, è lo stesso autore a ricordarci come nel suo Il pappagallo di Flaubert il narratore proponesse «la messa al bando ventennale per i romanzi ambientati a Oxford o a Cambridge», proposta che lui dice di condividere e di avere tacitamente rinnovato per altri vent’anni nel 2004. «Perciò, se questo fosse un romanzo, mi vedrei costretto a impacchettarci e trasferirci tutti e tre a Bristol, nel Sussex, o a Manchester.»
Tornando alla storia, Jean e Stephen si conoscono e si mettono insieme grazie a Julian, amico comune e confidente per il tempo della loro relazione. Terminati gli studi, i tre si perderanno di vista per poi ritrovarsi quarant’anni più tardi, ormai sessantenni: Julian è uno scrittore affermato che ha perso la moglie per un tumore; Stephen è un pensionato con un figlio in Australia e un «divorzio consensuale» alle spalle; di Jean sappiamo che non si è mai sposata, cura un vivaio e ha un jack russell di nome Jimmy. E ancora una volta, neanche a dirlo, sarà Julian a facilitare l’incontro e il riavvicinamento tra i due ex amanti.
Ma non ci si lasci fuorviare da questi presupposti, non siamo al cospetto di un inno alle seconde opportunità concesse dalla vita. Passando per un richiamo alla madeleine proustiana, l’analisi di Barnes, che rifugge ogni tentazione semplicistica e va ben oltre qualunque intento consolatorio, prende le mosse da una riflessione sui meccanismi della memoria, sulla sua fallacia e deperibilità, a discapito degli sforzi e degli artifici messi in atto per provare a preservarla. Persino la parola scritta, nel tentativo di fissare un ricordo, si rivela manchevole in quanto contaminata dalla soggettività dello scrittore e, in seconda battuta, da quella del lettore, fossero anche la stessa persona.
Vivere, dunque, è una lunga successione di perdite, di addii e ripartenze. Lasciamo sul cammino frammenti di ciò che siamo stati, di quanto abbiamo avuto e conosciuto. Eventi, nomi, facce e voci, sbiadiscono e scompaiono sepolti nella moltitudine di dati che il nostro cervello è chiamato a immagazzinare. Ci lasciano le persone care e di loro conserviamo solo un’immagine alterata dalla nostra percezione. Una mise en abyme interiore che perpetua l’aberrazione, un riflesso nel riflesso del quale noi – come accade all’autore di quest’opera, e forse a quello di ogni romanzo o racconto – siamo lo specchio e l’osservatore.
E nel momento in cui accettiamo l’imperfezione della memoria, siamo chiamati a mettere in discussione anche la nostra stessa identità – altro cardine dell’essere individui senzienti e consapevoli – che alla memoria è indissolubilmente connessa. Chi sono, allora, Jean e Stephen, quando si trovano a vivere una nuova occasione di felicità condivisa? Quanto permane in loro dei due giovani studenti che si erano amati e poi lasciati per intraprendere percorsi divergenti? Qui si palesa la crudeltà della loro condizione: due estranei, resi tali dagli anni in cui sono stati separati, al contempo incapaci di riconoscere in sé e nell’altro la porzione che è rimasta immutata e di nuovo li spinge a commettere i medesimi errori del passato.
Ma c’è un terzo attore da tenere in considerazione in quest’opera che racconta la vita e, ribaltando le parti, diviene metafora del mestiere del romanziere. Lo spettatore interessato, si è detto in precedenza, il deus ex machina cui è dato di indirizzare le sorti dei protagonisti, per poi scoprire di essere lui per primo uno strumento al servizio della storia. E chissà che ciò non valga anche per il finale scelto da Julian Barnes per la propria carriera. In fondo, a leggere tra le righe, un indizio potrebbe avercelo lasciato egli stesso con l’ironia che lo contraddistingue:
«Dieci anni fa, se non di più, ho rilasciato a Vanessa Guignery e Ryan Roberts, due amici di vecchia data e studiosi (o meglio, docenti) del mio lavoro, quella che etichettammo come “L’Ultima Intervista” […] Ma sei mesi dopo, con l’uscita di un nuovo libro, mi sono ritrovato a concedere altre interviste, a parlare del romanzo – come sempre – fino al punto di alterarne dentro di me la comprensione e il ricordo. Qualche tempo fa i due amici mi hanno proposto quella che potevamo intitolare “La Seconda Ultima Intervista” o, a scelta, “Decisamente l’Ultima Intervista”. Nel caso, vedremo per quanto tempo riuscirò a tener fede all’impegno».
La fotografia accanto al titolo è di Gianni Usai.