Alla Galleria Nazionale dell'Umbria
La rivoluzione umbra
Ormai è tutto pronto per l'inaugurazione (il 14 marzo prossimo) della grande mostra che analizzerà in parallelo l'opera di Giotto e la lezione umana e culturale di San Francesco
Ci sono luoghi e momenti storici in cui vengono poste le fondamenta di un nuovo modo di guardare e di rappresentare la realtà, l’umanità, la natura. In cui nasce e si consolida una vera e propria rivoluzione culturale. È successo in tempi a noi vicini nella Parigi dei primi anni del Novecento così come nella Manhattan della seconda metà dello stesso secolo. E accadde, ottocento anni fa ad Assisi: Francesco era già morto ma veniva riconosciuto come l’alter Christus, come il salvatore della Chiesa. Fu allora che papa Nicolò IV – primo pontefice dell’ordine – dispose che le elemosine servissero per decorare la Basilica. E per lavorarci venne scelto Giotto che ne fece il luogo di una rivoluzione artistica profondamente connessa al carisma di San Francesco.
I frati nel commissionare l’opera e nello scegliere chi l’avrebbe realizzata, furono lungimiranti talent scout. Lanciarono nell’olimpo dell’arte Giotto, già conosciuto ma non pienamente affermato. E intorno a lui si formò un’eccellente “scuola” di pittori, molti dei quali umbri. Basti fare il nome di Puccio Capanna, a lungo sconosciuto e oggi messo fra i grandi, e del Maestro di Figline – il primo era nato in Assisi, il secondo non si sa, ma probabilmente in Umbria. E così dal “cantiere più importante d’Europa” si irradiò un cambiamento radicale che investì una regione tutta intera e che si diffuse in Italia e nel Continente. La nuova religiosità fu alla base di questo miracolo di bellezza.
La “rivoluzione umbra” sarà l’oggetto di una mostra (14 marzo/14 giugno) della Galleria Nazionale di Perugia. Divisa in sette sezioni con 60 opere: di Giotto e dei giotteschi, di Simone Martini, di Pietro Lorenzetti. Si tratta di capolavori provenienti da tutta Italia e da alcuni fra i più importanti musei del mondo, a partire dalla National Gallery.
San Francesco aveva messo al centro l’amore per tutte le creature attraverso le quali adorare il Creatore, e quindi aveva dato vita ad un rapporto inedito fra uomo e natura. Fu un cambiamento per rappresentare il quale occorreva inventare un modo diverso di dipingere. E Giotto lo inventò.
Il visitatore che andrà in Umbria potrà ammirare l’inizio di una nuova arte che rappresentava gli uomini in carne e ossa, la natura amica, “sorella”, come si legge nel “Cantico”, lo spazio non più piatto ma prospettico. Una rottura totale con l’arte greco-bizantina fatta di fondi oro, di immagini ieratiche e prive di espressione. Il visitatore vedrà tutto questo prima ad Assisi (Basiliche Superiore e Inferiore completamente restaurate) e poi a Perugia. Qui, in Galleria Nazionale, ci saranno tavole e tele che completeranno il racconto di quanto era nato dalla “rivoluzione” di fine Duecento, inizi Trecento.
Giotto tradusse in immagini la vita e la fede di San Francesco, mediate dall’interpretazione che ne dette San Bonaventura. Questi faceva parte dell’ordine francescano al cui interno si era sviluppata, dopo la morte del santo e in parte sin da prima, una diatriba fra gli spirituali e i conventuali: Un confronto drammatico, caratterizzato da scontri radicali. I primi volevano un’applicazione letterale e rigorosissima della regola mentre i secondi erano più moderati, per usare una categoria dell’oggi. San Bonaventura interpretò nel modo più “morbido” il messaggio del poverello e lo rese in una certa misura più vivibile. Continuò a rivendicare la povertà, ma non negò del tutto il possesso. Quanto allo studio, verso il quale il santo nutriva diffidenza preferendo l’esperienza diretta, ne recuperò l’utilità, a patto che non servisse a prevalere sugli altri. Del resto San Bonaventura insegnava alla Sorbona ed era dunque un intellettuale. Non avrebbe potuto negare sé stesso. La sua “lettura” del pensiero di Francesco ispirò tutte le opere di Giotto, della sua scuola e dell’arte successiva sino a diventare un’anticipazione del Rinascimento.
La modernità dei francescani non si espresse solo nella committenza artistica. La nuova, profonda religiosità portò i frati anche ad uscire dai monasteri, luoghi isolati e spesso impervi, per percorrere le strade del mondo, per entrare nelle città, proprio nel momento in cui si sviluppava il fenomeno dell’urbanesimo. Riuscirono così a stare accanto ai diseredati, alla gente comune, a vivere in mezzo a loro. E nel quindicesimo secolo arrivarono persino a fondare i Monti di Pietà. Per non dire della laicità e del modo di rapportarsi alle donne da parte del santo: basti pensare al legame paritetico con Chiara.
Grazie ai francescani Assisi e l’Umbria diventarono allora una capitale del mondo: un luogo di profonda spiritualità e di straordinaria creatività. E furono loro a far intravedere gli albori di una nuova socialità e di un nuovo costume. Un vento rivoluzionario che soffiò in tutte le direzioni.