Daniela Matronola
A proposito di "La colpa di tacere"

La tragedia della rimozione

Daniela Dawan, scrittrice e giudice di Cassazione, ha costruito un romanzo intorno a una strage del 1944. Trasfigurando (volutamente) la Storia per riflettere sul senso della rimozione

Cos’è la verità? Poi quale verità? La verità della giustizia o la verità della coscienza? La verità accertata e documentata oltre ogni ragionevole dubbio da una giuria che si traduce in una sentenza disposta da un giudice o la verità che tutti sanno ma che in un’aula di tribunale non trova accoglienza per insufficienza di prove? Attorno a questi rovelli si avvolge la trama di un romanzo in libreria dal 27 marzo per i tipi di Morellini, editore in Milano, scritto da Daniela Dawan (La colpa di tacere, 175 pagine, 18 Euro) autrice già di Non dite che col tempo si dimentica (Marsilio 2010), Qual è la via del vento (e/o 2018), e Giochi di ombre (Giunti Y/A, 2022), scrittrice milanese e giudice in Cassazione.

L’autrice allestisce una vicenda che si regge dopotutto sull’omissione, filo che sutura ad un’attualità recente (estate del 2010) una strage di guerra oscura e caduta nell’oblio, anche per scarsezza di testimoni sopravvissuti, avvenuta nell’agosto del ’44 a Prati del Vezza, tra le Alpi Apuane della Versilia, in prossimità di Seravezza e delle cave di marmo dove Michelangelo andava a fornirsi della sua materia prediletta.

Senonché il toponimo Prati del Vezza è completamente inventato e la strage al centro della vicenda giudiziaria ma anche umana, e che riaffiora dopo tanto tempo, somiglia paurosamente all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, e dopotutto si fa emblema di tutte le vili stragi, nazifasciste evidentemente, ma anche di guerra più in generale, in cui un nemico incattivito si vendica sui civili.

Nel caso raccontato dal libro si tratta di una vicenda che riemerge dagli archivi chiusi e tenuti nascosti fin dal 1946 in un armadio che, nel Palazzo di Giustizia, fu voltato a suo tempo con le ante contro il muro proprio per mettere una pietra sopra a vicende terribili, sepolte insieme alla guerra, in un desiderio di rinascita e di chiusura col passato che animò allora l’Italia della ricostruzione, fresca di trasformazione in una Repubblica e di redazione della Costituzione, un’Italia intenzionata a superare tutto buttandosi ogni cosa dietro le spalle.

È anche una vicenda di rimozione, questa, infatti. Di molte rimozioni.

Il protagonista Jacopo Cardoso vive a Milano ma è giudice di Cassazione, dunque spesso scende a Roma per lavorare alcuni giorni al mese al Palazzaccio. Jacopo è un uomo di mezza età pieno di fascino che risulta attraente soprattutto perché è riservato e reticente. Jacopo vive nel mito dei suoi genitori, in specie di suo padre, Bruno, che negli anni della guerra fu medico militare, dal quale ha avuto una educazione morale di rara integrità (gli amici e colleghi lo rimproverano spesso di essere troppo serio), mentre sua madre, Elena, ora vedova novantenne, è legata al suo giardino e a una pawlonia che dipinge in continuazione. Il giardino della loro casa milanese negli anni della guerra fu un luogo chiave, fu ad esempio una specie di luogo di staffetta tra due uomini che erano a lei legati, e uno dei due era un giovane ebreo clandestino, Guido Reisnach che poi fu trovato dai fascisti, probabilmente tradito da un delatore.

Jacopo Cardoso è chiamato dal presidente della Corte di Cassazione a rimettere le mani in una vicenda giudiziaria che coinvolge due ex ufficiali delle SS ormai vecchi chiamati dopo decenni a pagare per un conto in sospeso con la giustizia, la strage di Prati del Vezza appunto, rimasto irrisolto ma assolutamente da chiudere una volta per tutte. È impossibile non tornare con la memoria al caso Priebke, che fece pena a suo tempo per essere ormai un vecchio ma aveva, nella piena e feroce giovinezza, guidato la strage della Fosse Ardeatine.

Al cuore del romanzo c’è una sostanza imprendibile, che scivola tra le mani. Un tarlo etico, non solo giuridico, non solo da affrontare in punta di diritto, che mette spalle al muro anche un cassazionista esperto e attrezzato come Jacopo Cardoso.

Non si tratta solo di rievocare la vicenda di una strage vigliacca e sadica come tutte le stragi di guerra che infieriscono con furia cieca e molto gusto sui civili con abusi e gesti di aperto dileggio. Si tratta anche di affrontare lo smontaggio di un intero codice, di una intera visione del mondo e dell’esistenza. Si tratta di scoprire qualcosa di sé o meglio si tratta finalmente di dirsi qualcosa di risaputo ma anche di irrisolto o non del tutto accettato. Si tratta di capire, questa è la vera questione posta dal libro, se siamo all’altezza della verità, e se siamo in grado di accertarla e circoscriverla. Si tratta di capire quale verità sia imperativa e non facoltativa o rimandabile. E si tratta anche di stabilire se la verità possiamo farla camminare nelle aule di tribunale senza più ombre o se un’aula di fronte alla verità debba recedere per insufficienza di strumenti, per inadeguatezza di codice, cioè per limitatezza nel raggio d’azione.

Si tratta cioè di stabilire se tutto ciò che viviamo abbia un’equivalenza causidica o se esistano meccanismi che nella verità giudiziaria non si riesce a far quadrare – se si debba quindi lasciare al giudizio morale l’ultima parola, o se non resti piuttosto altro se non sospendere il giudizio, lasciando alla Storia il compito della condanna.

Jacopo Cardoso, che porta un nome rilevante (soprattutto il cognome Cardoso ha un che di ispano-milanese dunque manzoniano nel suono), farà i conti con tutto ciò che l’inoltrarsi nella vicenda che gli viene affidata gli scaraventerà addosso, come uomo come cittadino come figlio e come giudice, soprattutto in cuor suo. A un certo punto gli diventa chiaro che non può affrontare tutto questo su un piano giuridico, dopotutto pubblico, ma deve farci i conti entro la sua personale coscienza. E scopre anche che il piano personale è di gran lunga più delicato e impegnativo, perciò viene prima, rispetto al piano pubblico di una sentenza di Cassazione.

È la potenza del genere-romanzo, dopotutto, porre una questione di verità e giustizia su un piano di etica della persona. E il modo in cui questo romanzo ci fa rimbalzare tra i piani temporali corrispondenti eppure sotterranei di questa storia è anche la vera chiave del senso profondo annidato in questo libro.

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