Diario di una spettatrice
Il cinema è un sogno
L'opera prima di Alberto Palmiero è un (bel) film sulle giovani generazioni vessate dalla realtà che non rinunciano alle loro aspirazioni. Per esempio, fare un film per dare un senso alla vita...
Ci vuole un fisico bestiale per resistere agli urti della vita. E anche per fare il cinema. Oggi più di ieri. Ieri c’era una generazione di amici che condivideva la stessa ambizione, imparava il mestiere recensendo i film degli altri sui Cahiers du cinéma e qualcuno esordiva a ventisette anni vincendo la Palma per la migliore regia a Cannes (François Truffaut con I 400 colpi) o c’era chi entrava nella storia firmando a neanche trent’anni, e pensandosi già vecchio, Fino all’ultimo respiro (Jean-Luc Godard). Tutte opere prime. Da un pezzo non esiste più quella generazione di ventenni che credeva di cambiare il mondo con un film, oggi il cinema è solo un sogno per chi sopravvive nella precarietà di mille espedienti e ha intravisto la ferocia dell’industria cinematografica, ognuno va per la sua strada ed è una strada tutta in salita, si pensa di diventare registi e si finisce per mettere la pubblicità nelle buchette della posta o, quando si è fortunati, si fa la comparsa in una serie tv. Inevitabilmente le opere prime sono molto diverse da quelle della Nouvelle Vague.
Tienimi presente, il primo lungometraggio di Alberto Palmiero, racconta esattamente questa storia. È un’autofiction, come si dice adesso: nel film il regista fa se stesso (il protagonista è infatti nato ad Aversa, Caserta, nel 1997) e accanto a lui ci sono i suoi genitori che fanno i suoi genitori, i suoi amici che sono tutti nella sua situazione, i parenti che gli chiedono insistentemente cosa sta facendo nella vita, il produttore indipendente Gianluca Arcopinto che ha prodotto davvero questo film in collaborazione con Rai Cinema e Kavak Film, ovvero Marco Bellocchio che tiene a battesimo questo esordio.
Incontriamo Alberto al “Venice Production Bridge” della Mostra del cinema di Venezia, tra decine di altri aspiranti registi a caccia di contatti e produttori, come lui accampati nelle retrovie della mostra o su un divano a casa di amici. Alberto sta illustrando il progetto del suo primo film, Il supplente, la storia di un insegnante pendolare tra Roma e Fiumicino. Si è diplomato al Centro sperimentale di cinematografia, ha già fatto qualche corto di successo e ora punta al grande salto. Arcopinto lo avvicina e si dichiara interessato ma in realtà fa così con tutti. Infatti non gli risponde quando Alberto gli invia il soggetto del film. Disilluso e smarrito sul caotico palcoscenico di Roma in cui vanamente vive e si affanna da anni, decide di tornare a casa dei suoi genitori ad Aversa e chiudere in un cassetto il sogno di fare il cinema, “non è cosa”.
La provincia è la tana in cui rifugiarsi, ma anche la gabbia da cui scappare. Questo dilemma si ripresenta ogni giorno a tavola con i genitori preoccupati per il suo futuro irrisolto, alle loro domande assillanti Alberto risponde senza enfasi, con la semplicità di un giovane disoccupato come tanti.
Negli imbarazzi del protagonista, sospeso nell’incertezza di una vita che non ha scelto e che comunque deve giustificare, soprattutto in famiglia, si coglie l’eco dei primi film di Nanni Moretti – ma quelle pellicole fotografavano una generazione diversa e soprattutto un’epoca diversa, oggi non c’è più spazio per le ideologie e per l’arroganza di chi si pensava migliore della generazione precedente – e si coglie “la malinconia irreparabile” che apparteneva a Massimo Troisi. Ma c’è qualcosa che Palmiero riesce a trasmettere allo spettatore e che è la sua cifra: la tenerezza e la timidezza di uno sguardo che appartiene ai ragazzi del Sud come lui che non rinunciano ai propri progetti e non vogliono ripiegare sui concorsi per un posto fisso e neanche scappare all’estero.
“Cosa sto facendo della mia vita?” continua a chiedersi il protagonista. Ed è la domanda che si fanno anche i suoi amici, è la domanda di una generazione di giovani che non vedono un futuro nell’Italia di oggi.
In realtà Palmiero ce l’ha fatta, Tienimi presente è stato proiettato alla Festa del Cinema di Roma e ha vinto il premio per la migliore opera prima. Basterà questo ad assicurargli quel futuro che lui insegue? Si arrenderà o continuerà a provare e a riprovare finché non riuscirà a realizzarlo? Ovviamente nel film non c’è una risposta. Ma forse i germogli di quel futuro sono già nel presente: l’amore di una ragazza ritrovata e piena di sorridente e fiduciosa ironia e anche l’amore di un cane strappato alla gabbia di un canile comunale, possono essere colti come gli indizi che la vita sognata può iniziare se si resta teneramente umani, nonostante tutto.