La quinta puntata di “Pirati a Sarawak”
Sandokan
«L’unica grande differenza era nello sguardo. Perché il volto che Angelo aveva in mente – quello televisivo di Kabir Bedi, attore che impersonò Sandokan – l’aveva buono. Mentre nell’espressione dell’uomo che aveva davanti non c’era un’oncia di bontà»...
Riassunto delle puntate precedenti. Mr O, l’advisor commerciale della Compagnia per l’estremo oriente, propone ad Angelo un affare: la costruzione della diga di Baleh in Sarawak, Malesia insulare. Il progetto della diga è collegato all’apertura di certe miniere di bauxite nel sud del Borneo e allo sfruttamento del legname proveniente dalle aree di foresta da disboscare. Angelo sulle prime è riluttante, ma si lascia convincere da Mr O. Dopo una missione esplorativa in Sarawak, partecipa all’incontro con la moglie del governatore, madame Aisha, persona-chiave per ottenere l’appalto. Con lei Mr O ha negoziato un accordo in base il quale Aisha convincerà il marito ad affidare al minore dei suoi figli – Rachid, finora pecora nera della famiglia – la costruzione dell’opera; la Compagnia, mettendo a disposizione la sua organizzazione, sarà lo strumento che consentirà al giovanotto di realizzarla. Concluso dopo un difficile negoziato l’accordo, Aisha acconsente a combinare l’incontro con Rachid.
L’incontro avvenne allo Shangri-là di Kuala Lumpur, nella gran lounge al primo piano riservata ai clienti abituali, membri di un club che dal libro prende il nome di Horizon. Rachid non era solo. C’erano con lui tre uomini suppergiù della sua età, tra i trenta e i quaranta, che poi Mr O identificò per dei lontani cugini appartenenti a rami secondari della famiglia. Nella lounge semideserta, i camerieri trattavano il quartetto con gran riguardo, affaccendandosi attorno a un tavolino basso, ovale, piazzato al centro del salotto. Vi deposero delle specie di focacce molto speziate, imbevute d’aglio alla maniera indiana, e vassoi di formaggi e salumi. Portarono bottiglie di vino e di superalcolici, oltre a un secchiello di ghiaccio, benché fossero solo le nove del mattino. Poi servirono il satay, gli spiedini conditi con salsa d’arachidi che su una tavola malese non mancano mai.
“Siete già stati a vedere il posto?” Chiese brusco Rachid, dopo le prime impacciate battute con le quali Mr O provò a rompere il ghiaccio.
“Sì, una volta,” disse Angelo. “E’ lontano, isolato nella jungla.”
“Come ci si arriva?”
“Bisogna andare a Kapit. E di lì, in battello, risalire il Rajang. Un’escursione di almeno due giorni.”
“Non ci si può arrivare in elicottero?”
“In elicottero? E perché?”
“Desidero visitare il luogo. Ma non ho tempo da perdere a risalire fiumi…”
“Non c’è nessun posto dove atterrare.”
“Che ci vuole a preparare uno spiazzo? Basta disboscare, pulire un po’.”
“E’ jungla folta, non si può fare a mano, bisognerebbe portar lì dei bull-dozer…”
“Beh, questo è il vostro mestiere…”
“Con tutto il rispetto, non abbiamo mezzi d’opera laggiù, le nostre macchine sono a Cameron Highlands…”
“Se non siete capaci di spianare una pista per farvi atterrare un elicottero, non so proprio perché mia madre creda che possiate fare per noi una diga…”
Mr O, seduto accanto ad Angelo, gli mollò un pestone sotto al tavolo.
“Quello che Angelo intendeva,” disse, “è che ci vorrà qualche giorno per trovare a Kapit le macchine necessarie, affittarle, portarle a Baleh con una chiatta e preparare il piazzale. Almeno una settimana, no?” Altro pestone. Angelo annuì. “Potremmo programmare la visita per la metà della settimana prossima.”
“Così tardi… Siete lenti. OK, se non sapete fare di meglio… Prendete accordi con Aslan, qui,” indicò uno dei compagni. “E’ di Sibu, potrà aiutarvi a trovare le macchine e il pontone.”
Dopodiché si disinteressò a loro e si versò da bere. Si mise a chiacchierare in bahasa con i suoi amici, ignorando ostentatamente Angelo e Mr O. Anche quei tre, li trattava con aria di superiorità, quasi con disprezzo, come delle specie di servi-compagni, dei sodali inferiori. E loro, con tutta evidenza, glielo lasciavano fare. Sorseggiava un long-drink di whisky allungato con acqua e sbocconcellava un sandwitch di salame. Pareva che ci godesse a esibire in pubblico – in un grande albergo di KL dove la sua famiglia era molto nota – costumi apertamente anti-musulmani, bevendo alcolici e mangiando carne suina. E si comportava in modo arrogante non solo verso i compagni ma anche verso il personale dell’albergo, maltrattava senza ragione inservienti e camerieri.
Nell’osservarlo un po’ in cagnesco, ad Angelo parve di notare una certa rassomiglianza con una figura che ricordava. La stessa carnagione olivastra, lo stesso impianto fisico imponente ma elegante – forse appena irrobustito dal rugby – il medesimo portamento irruente e a un tempo sbadato, la gestualità larga, non tenuta strettamente sotto controllo, un po’ sciatta e incurante, come lasciata andare; un volto molto simile, sia pur coi capelli – ancora di un nero corvino – parecchio scorciati. L’unica grande differenza era nello sguardo. Perché il volto che Angelo aveva in mente – quello televisivo di Kabir Bedi, attore che impersonò Sandokan – l’aveva buono. Uno sguardo dolce, due occhioni bistrati quasi languidi… mentre nell’espressione dell’uomo che aveva davanti – vestito in abiti occidentali, uno spezzato leggero, di lino, di buon taglio, giacca scura con pochette, pantaloni color tortora, scarpe firmate – non c’era un’oncia di bontà.
Si potrebbe obiettare, per inciso, che è abbastanza bizzarro rappresentare un pirata con lo sguardo buono. Nella versione televisiva del romanzo di Salgari, un modo innocente di rendere più gradito al pubblico l’eroe della storia. Però questo piccolo sotterfugio scenico nasconde un inganno più profondo: nella narrativa e nell’iconografia cristiane, il male in genere va ricondotto al bene, teleologicamente giustificato. Tutta l’edificante mitologia cattolica pullula di redenti e convertiti: assicurano al racconto un lieto fine. Invece il nostro pirata, Rachid figlio del governatore, aveva lo sguardo proprio cattivo. Un occhio spento, grigio, da predatore; e un predatore di razza vile: un anaconda o uno sciacallo. Cosa poi motivasse un atteggiamento tanto arrogante… il suo unico talento era nei natali e nella ricchezza di una famiglia che però – eccezion fatta per sua madre – lo disprezzava. Per il resto, era un uomo sprovvisto di maturità e privo di capacità in alcun campo. Si sarebbe spinti di concluderne che il disprezzo che Rachid riservava al mondo fosse un modo di contraccambiare quello che la sua famiglia riservava a lui.
Aslan – un tizio magro, lungo lungo, con la faccia smunta e la postura tutta curva – fece segno ad Angelo e Mr O d’avvicinarsi. Gli altri due – Mufik, un piccoletto sempre impegnato a leggere e scrivere messaggi col telefonino, mostrarli a Rachid, scambiare con lui rapidi sguardi d’intesa, digitarne altri e far vedere nuovamente al suo capo le repliche; e Joseph, un omaccione ben sopra al quintale, con un fisico palestrato e tatuaggi ovunque – bevevano whisky con lui, assecondandolo in tutto, ben attenti a stargli, anche nel bere, un gradino sotto. Un terzetto che in seguito avrebbero rincontrato spesso. Grossomodo, pareva che Aslan fosse il sodale-faccendiere, Mufik il sodale-segretario e Joseph il sodale-bodyguard. La triste figura di Aslan li guidò in un angolo appartato della lounge. Lui e Mr O si scambiarono i numeri di cellulare. Poi uscirono. Fuori dall’hotel, Mr O commentò:
“Un piccolo perverso, vizioso e viziato, abituato a veder immediatamente soddisfatti tutti i suoi capricci…” Lo disse senz’alcuna intonazione. Non era un giudizio morale, ma un dato empirico da cui partire. Per Mr O era importante penetrare i potenti che gli interessavano, erano la materia del suo lavoro. “Basta che resti nel solco che sua madre ha tracciato per lui. E comunque abbiamo fatto progressi, vuole vantarsi davanti a noi, è un buon gancio…”
“Hai idea di quanto ci costerà tutto questo?” Obiettò Angelo. “Affittare le macchine, portarle lì, noleggiare gli elicotteri…”
“Vuoi la diga o no?”
“Spero che tu sappia quello che fai. Dovrò farmi autorizzare da Milano. Non serve a niente, questa missione a Baleh. Quel tizio vuole soltanto dimostrare che può disporre di noi come gli pare…”
Dieci giorni dopo volarono a Kuching. E di lì, in elicottero, raggiunsero Baleh. L’aspetto del luogo era parecchio cambiato, nel frattempo. Tutta la zona attorno al pontile d’attracco era stata disboscata e il terreno spianato. I tronchi, ancora non ripuliti dalle fronde, erano malamente accatastati lungo il letto del fiume. Attendevano l’arrivo delle chiatte di loggers che li avrebbero trasportati fino a Kapit. Aslan, per conto di Rachid, aveva già cominciato a organizzare i boscaioli.
Dal piazzale di sbarco, di fronte al pontile, un breve tratto di sterrato portava a un’ampia area di sbancamento, dove con la calce era stata tracciata in terra la grande ‘H’ visibile agli elicotteri. Di lì si diramavano i sentieri che portavano all’area della centrale e al punto d’intersezione tra la diga e il fiume. Pareva già un luogo completamente diverso. Era stato inciso il primo solco, penetrato l’utero in cui s’era impiantato l’embrione del cantiere. A breve distanza dalla catasta d’alberi abbattuti era ancora schierata la truppa da sbarco che aveva compiuto l’opera: due catorci di bull-dozer Caterpillar vecchi di vent’anni, un escavatore cingolato, un rullo, un grader. Gli operai e il caposquadra erano seduti nello spiazzo del campo, una radura con tre tende sbilenche erette attorno ai resti di un falò. Avevano una cisterna d’acqua, una di carburante, un generatore montato su carro e quattro brande. Il fuoco era spento, ma fumava ancora.
La visita di Rachid durò mezz’ora in tutto. Lo accompagnavano Joseph – il sodale-bodyguard che non lo abbandonava mai – e Aslan – il sodale-faccendiere che prima di ripartire andò a parlare col caposquadra e gli operai, per preparare l’arrivo dei logger e il lavoro di carico dei tronchi. Mancava il terzo sodale, Mufik. Quando atterrarono a Kuching, se ne capì il perché.
Mufik era lì ad attenderli, dentro l’eliporto, con un piccolo presente per il capo: una Ferrari rossa, nuova fiammante, parcheggiata a cento metri dalla pista. Nel salirvi a bordo, Rachid esclamò, fingendo di non rivolgersi a nessuno, ma a voce abbastanza alta perché Angelo e Mr O sentissero distintamente:
“Mia madre… da quando sono tornato, non fa che coprirmi di doni. Spera in questo modo di trattenermi qui. Secondo lei, è assolutamente necessario che guidi un’auto, qui in Sarawak.”
Salì al posto di guida. Mufik s’accomodò accanto a lui e partirono.
Questi rampolli di patriarcati orientali… per quanto ricchi e potenti siano, non c’è nulla che li gratifichi quanto l’Occidente, avere l’Occidente ai loro piedi. Aveva rappresentato questo, per Rachid, farsi consegnare una Ferrari al ritorno da Baleh. E rappresentò questo, ai suoi occhi, quel che successe a Zurigo.
A Zurigo, Rachid dovette andarci in ragione di una nomina recente, che gli aveva procurato il padre. Ruoli di rappresentanza e titoli onorifici, in certe oligarchie orientali sono distribuiti a pioggia ai membri non-ereditari dei casati regnanti o governanti: una sorta di riutilizzo secondario del miglior sangue della nazione e al tempo stesso una forma di risarcimento per i cadetti di famiglia, che al potere e alla vera ricchezza non accederanno mai. Il figlio minore del governatore del Sarawak, come titolo onorifico aveva da poco ottenuto quello di rappresentante della Malesia presso la FIFA, la Féderation Internationale de Football Association. Dietro pressioni della madre, il governatore, forse anche in vago riconoscimento dei modesti meriti sportivi acquisiti in Inghilterra, era riuscito a procurare a Rachid questa carica poco dopo il suo rientro dall’occidente.
Si tessevano allora le trame che avrebbero portato ad assegnare al Qatar i mondiali di calcio del 2022 e Rachid avrebbe dovuto recarsi a Zurigo per partecipare ad alcune riunioni organizzative dell’Associazione, occasione ufficiale dietro le cui quinte si sarebbero svolti, sul suolo tradizionalmente neutrale e affaristico della Svizzera, i negoziati sottobanco, le trattative, le promesse di mance milionarie, i piccoli intrighi e le prove d’alleanza dal cui complessivo intreccio sarebbe scaturita, come ogni quattro anni, l’attribuzione a questa o quella nazione richiedente dello spettacolo più bello del mondo.
Angelo era a Kuala Lumpur, appena atterrato dal volo KLM che l’aveva portato lì da Amsterdam, quando lo raggiunse la telefonata di Mr O.
“Va a Zurigo il 16 marzo,” disse. “vuole che lo accompagniamo.”
“A Zurigo? Perché andare fin laggiù… non possiamo vederlo qui?”
“Ancora non capisci queste cose…” disse Mr O, senza un’ombra di pazienza nella voce. “Viaggia in Europa… vuole che gli facciamo da corte, che ci prendiamo cura di lui. E’ il suo modo di mostrare il potere che ha su di noi. E noi glielo lasceremo fare. Accarezzare il pupo, per fottere la madre.”
Volle vederlo subito.
“Sono appena atterrato… Passo in albergo, mi faccio una doccia e vengo. Dammi un paio d’ore.”
“Tra due ore sarà andato via. E’ qui, sa che sei arrivato. Devi venire subito. C’è uno spogliatoio al piano terra. Porta con te la valigia. Ti fai una doccia e ti cambi lì.”
Quando entrò nella lounge, Angelo aveva un aspetto presentabile e indossava un abito non troppo spiegazzato. Vide Rachid seduto a un tavolino con Mr O. Fumava uno dei suoi sigari e beveva cognac. Fin dal primo sguardo gli parve tutt’un’altra persona: molto più rilassato, quasi amichevole, di ottimo umore. Nessuna traccia dell’atteggiamento aggressivo e sprezzante che aveva mostrato fino ad allora. Mr O aveva fatto un buon lavoro. Angelo stava chiedendosi con quali mezzi avesse ottenuto questa metamorfosi, quando ne vide apparire uno sulla soglia della lounge.
Narges era una ragazza molto bella. Aveva venticinque anni ed era di nazionalità iraniana. Il viso – capelli e occhi nerissimi, incarnato di porcellana dai lineamenti delicati: una miniatura persiana – riscattava un corpo con qualche difetto. Faceva parte del giro di ragazze che frequentavano la lounge di Mr O. Non vere escort, erano perlopiù universitarie straniere, che arrotondavano con qualche extra i soldi che le famiglie mandavano loro per gli studi. Avevano tutte storie abbastanza simili.
Narges frequentava l’ultimo anno di psicologia. Proveniva da Teheran – una famiglia medio-borghese non particolarmente abbiente, ma nemmeno povera: padre ingegnere, madre insegnante; una delle tante rovinate dal regime, o perlomeno costrette a una vita grama, sotto continua sorveglianza perché sospette. Famiglie un po’ troppo laiche, esterofile, con qualche germe di libero pensiero e altre influenze occidentali nel sangue. Quella fascia di borghesia urbana eccessivamente evoluta, tenuta sotto controllo – se non proprio perseguitata – dagli ayatollah. Certi cugini e cugine di Narges avevano avuto qualche problema minore con la giustizia, pochi di loro avevano dovuto vedersela coi pasdaran. Lei, una volta diplomata, aveva chiesto d’andare a studiare all’estero e la famiglia l’aveva accontentata.
Ufficialmente viveva dell’assegno che le passavano i suoi. Però è abbastanza logico che una ragazza così bella, da sola in un paese lontano, faccia progetti e cerchi di togliersi qualche sfizio. Per la lounge di Mr O passavano tante ragazze in condizioni simili, tutte più o meno con le stesse ambizioni e gli stessi piani di Narges. Piani abbastanza solidi, in verità, niente di campato in aria: studiare e laurearsi, innanzi tutto (a questo, sia loro che Mr O tenevano davvero: “non voglio professioniste, ma ragazze vere con altro in testa,” diceva lui; quasi tutte le giovani donne che frequentavano la sua lounge erano studentesse, ce n’erano poi alcune che avevano appena avviato un’attività: uno studio professionale, un negozio; tutte con un’altra occupazione, nessuna che facesse il mestiere in esclusiva); in secondo luogo, guardarsi bene dai fidanzati, tenersi alla larga da relazioni stabili o impegnative: una dote imprescindibile – per loro come per Mr O – era l’indipendenza; su queste basi, mettere a frutto la bellezza, finché durava, frequentando ambienti in cui avrebbero potuto fare incontri interessanti, forse promettenti; in aggiunta a ciò, non vivere in ristrettezze, spassarsela un po’ e al tempo stesso accumulare un gruzzoletto comodo oggi e utile domani. Tutte quante – o se non proprio tutte, quelle di loro con la testa sulle spalle, che non fantasticavano di moda e di spettacolo (queste ultime, dopo qualche tentativo di correzione, in genere Mr O le allontanava) – per il futuro prevedevano un lavoro regolare, frutto degli studi universitari che avevano intrapreso e stavano conducendo abbastanza seriamente, sia pur con qualche ritardo o inciampo perlopiù dovuti agli impegni serali-notturni della loro seconda vita. Contemplava quasi sempre, quel futuro, dei bambini, una famiglia, una casa, forse nel proprio paese forse altrove. Ma quest’aura di ordinaria serenità era proiettata su anni a venire, ancora lontani. Per ora, finché navigavano nelle acque alte del fascino che esercitavano sugli uomini e di una gioventù prorompente come quella di Narges, intendevano trarne l’utile massimo che pareva loro realisticamente accessibile. E Mr O le aiutava, in questo, dava loro molti consigli.
Narges investì il terzetto con una ventata di profumo, stampò un bacio in bocca a Rachid, sedette sulle sue ginocchia, gli mise un braccio attorno al collo. Poi, con gesti studiati, estrasse un sigaro dall’astuccio che Mr O le porgeva, lo giostrò un po’ tra le dita, quindi glielo rese, perché lo preparasse. Mr O preparava sempre i suoi tubos alle ragazze della lounge cui aveva insegnato a fumare: lo tagliò in due con la tronchesina dorata che aveva nel taschino, praticò un foro all’estremità chiusa con un aggeggio da cui estrudeva a scatto una lama rotonda, arrostì leggermente la foglia esterna di tabacco con una specie d’accendino a pistola che sparava una fiamma molto aerata, sventagliata a raggera a una certa distanza dal beccuccio; poi espose l’estremità tronca del sigaro al fuoco fino a renderla incandescente, vi soffiò sopra per ravvivare la brace e lo passò a Narges, che se lo mise in bocca.
Le pareti della sala erano piene di ritratti di giovani donne che fumavano o maneggiavano grossi Avana. Ma, a differenza di tutte loro, non c’era nulla di volgare nel modo in cui lo faceva Narges. Quella ragazza aveva classe.
“Allora, quando si parte per la Svizzera?” Disse.
A quanto pareva, Mr O aveva proposto a Rachid di portare anche lei.
“Perché proprio Zurigo?”
“E’ la sede della FIFA. L’assegnazione del mondiale si decide lì.”
“Ho partecipato a un paio d’incontri della federazione asiatica, nei giorni scorsi,” disse Rachid. “A Dubai. Ci tengono molto, a portare la coppa per la prima volta in un paese islamico… Gli servono voti, hanno insistito tanto sulla mia presenza. Ho assicurato loro che ci sarò. Lei segue il football?”
“Un po’,” disse Angelo. “Non molto.”
“E pensare che l’Italia rischia di non qualificarsi… Per la seconda volta! Cos’è successo al vostro calcio? Comunque, personalmente non amo il football. Preferisco l’hockey, quello su prato. E la boxe, soprattutto la boxe. La boxe è un’arte del passato: Clay, Frazier, Foreman… ho le registrazioni di quei match.”
Conversò con loro ancora un po’, come se nulla al mondo potesse fargli più piacere. Poi se ne andò, portando con sé Narges. Tre giorni dopo partirono per Zurigo.
Fine della quinta puntata. Segue